03/01/2026
Questo documento è testimone del terribile disatro aereo della Sabena.
La tragedia della Sabena è passata anche per Villa Pulcini di Leonessa.
E io l’ho vista con gli occhi di un bambino.
Era la sera del 15 febbraio 1955. Avevo nove anni e stringevo forte la mano di mio padre, Ugo, nell’osteria di Vincenza e Bernardo Labella.
L’aria era densa di fumo, di voci che si sovrapponevano, di bicchieri che battevano sul legno dei tavoli. Tutto era normale. Troppo normale.
Poi, all’improvviso, il mondo cambiò suono.
Un boato.
Un ruggito metallico, violento, che mi colpì il petto prima ancora delle pareti. Un rumore mai sentito, innaturale, come se il cielo si fosse spezzato.
Non pensai. Corsi fuori.
La notte era scura, ma davanti ai miei occhi apparve un aereo che arrivava dalla direzione della miniera di Ruscio, verso Monteleone di Spoleto. Volava basso. Troppo basso.
Così vicino che ebbi una certezza terribile e assoluta: stava per cadermi addosso.
Rimasi immobile, paralizzato dalla paura. Guardai quel gigante ferito allontanarsi lentamente verso il Monte Tilia e il Terminillo, fino a scomparire nel buio.
Il silenzio che seguì fu ancora più spaventoso del rumore.
Rientrai di corsa nell’osteria, il cuore che mi martellava nel petto. Ma dentro nulla era cambiato.
Nessuno sembrava aver sentito. Nessuno aveva paura.
Quel silenzio degli adulti mi fece sentire più solo del boato appena vissuto.
Il giorno dopo arrivò la notizia della tragedia.
Raccontai tutto. A mio padre, ai compaesani, persino a un cronista — seppi solo molti anni dopo che era Tito Stagno, al suo primo servizio. Me lo confermò lui stesso, a una cena in via Veneto, a Roma.
Dicevo di aver visto l’aereo. Di conoscere la traiettoria. Di sapere dove cercare.
Ma ero solo un “murcilusu”.
Troppo piccolo per dire la verità.
Per giorni cercarono altrove. In direzioni sbagliate.
E quell’immagine restò dentro di me come un peso insopportabile. Pensavo — e lo penso ancora — che forse, se fossi stato ascoltato, qualcuno, tra i passeggeri trovati fuori dall’aereo, si sarebbe potuto salvare.
Finalmente mio padre, Federico Pulcini e altri amici decisero di ascoltarmi davvero. Seguirono le mie parole.
E quasi nello stesso momento di altri soccorritori, trovarono il relitto.
A bordo c’era anche Miss Italia 1953, Marcella Mariani.
Secondo quanto mi raccontò la mia amica Marina Como, aveva preso il posto di Sofia Loren all’ultimo minuto, indisposta, diretta ufficialmente in Persia.
Un destino cambiato per caso.
Come tutto, quella notte.
Anni dopo, per una di quelle coincidenze profonde che la vita si concede raramente, mi ritrovai a raccontare questa storia a Enzo Mirigliani, patron di Miss Italia, del quale sono stato medico ufficiale per oltre ventitré anni.
Fu come se il cerchio, finalmente, si chiudesse.
La storia non va cancellata.
La storia chiede solo di essere ricordata.
Grazie, Luigi Pulcini, per le emozioni che mi hai restituito e grazie Antonio Cipolloni per aver promosso la commemorazione a Rieti, dove ho conosciuto i familiari delle vittime venuti dal Belgio.
E buon anno.
Prof. Ivo Pulcini