16/02/2026
LA COLPEVOLIZZAZIONE DELLE MADRI
La famiglia naturale
C’è un errore di fondo che attraversa gran parte della psicologia moderna come una faglia silenziosa: l’idea che la diade madre–bambino, così come la conosciamo oggi nelle nostre abitazioni occidentali, sia la forma naturale, originaria, “normale” di organizzazione dell’esperienza umana. Da questo presupposto nasce una lunga catena di deduzioni teoriche che, quasi sempre, finiscono per scaricare sulla madre il peso simbolico e clinico della sofferenza del figlio.
La storia è nota. Dalla “madre schizofrenogena” di Frieda Fromm-Reichman, rilanciata con toni enfatici da Bruno Bettelheim, fino alle più recenti teorie sul trauma da negligenza emotiva, sulla disregolazione affettiva primaria, sull’attaccamento disorganizzato, il copione è sorprendentemente stabile: se il bambino soffre, se sviluppa sintomi, se la sua mente deraglia, allora da qualche parte deve esserci stata una madre inadeguata, ambivalente, intrusiva, abusante, depressa, fredda, narcisista, troppo ansiosa o troppo distante. Il padre, quando compare, è una variabile accessoria: o manca, o disturba, o non sostiene abbastanza.
Insomma, quando il bambino (e l’adulto che ne è sorto) ha un disturbo si va alla ricerca di un disturbo nella madre, quindi nella relazione; e ovviamente lo si trova. Ma non si osserva mai l’ambiente circostante, che si riduce di solito alla presenza più o meno sana del padre. Ma qui sta il punto cieco: e se fosse sbagliato il presupposto stesso? E se la situazione madre–bambino, isolata, claustrale, simbiotica, chiusa in un appartamento, non fosse affatto “naturale”, ma un’anomalia antropologica recente?
Per due milioni di anni, Homo sapiens non è cresciuto in cucine-soggiorno da settanta metri quadri (quando va bene). È cresciuto in gruppi. In tribù. In comunità di venti, trenta, cinquanta persone, immerse in un ambiente naturale saturo di stimoli, di pericoli, di incanti, di ritmi, di suoni, di odori, di variazioni luminose. La madre biologica non era mai sola. Intorno a lei c’erano altre donne, altre madri, zie, sorelle, nonne. C’erano uomini adulti che non coincidevano necessariamente con il padre biologico (che era spesso una variabile sconosciuta). C’erano coetanei di diverse età. C’era una rete di “genitorialità vicaria” che oggi abbiamo cancellato dall’immaginario, non solo sociale ma anche scientifico.
L’antropologia lo sa bene. Esistono – alcuni ne esistono ancora oggi – sistemi di parentela classificatoria in cui “padre” e “madre” non sono funzioni private, ma categorie sociali. Un bambino chiama “padre” tutti i fratelli di suo padre; chiama “madre” tutte le sorelle della madre. I figli di questi adulti sono fratelli e sorelle, non cugini. È stato documentato tra gli Irochesi, nelle isole Trobriand, in società matrilineari come i Mosuo in Cina o i Minangkabau in Indonesia. In questi mondi, la genitorialità sociale prevale su quella biologica: l’intero clan si fa carico dell’educazione, della protezione, della regolazione affettiva dei piccoli.
Questo non è folklore esotico. È il contesto evolutivo in cui si è formato il nostro cervello. Il corredo sinaptico originario dell’essere umano è funzionale a due cose molto precise:
1. una genitorialità ampia, diffusa, plurale;
2. una vita immersa nella natura, con stimoli infiniti da registrare e processare.
La diade madre-bambino
Ora facciamo un salto nella storia recente. Dall’epoca industriale, quindi più o meno dalla fine dell’Ottocento, i nuclei familiari sono stati sradicati dalle reti conviviali nelle quali abitavano e costretti a migrare e a inurbarsi in contesti sovraffollati e depauperati di risorse umane. In questi contesti le famiglie sono ridotte alla elementare triade madre-padre-bambino, non dispongono di provvidenze familiari estese né sociali adeguate, abitano in quartieri in cui vige l’estraniazione reciproca e in appartamenti in cui solo raramente si può vedere non solo l’orizzonte, ma anche semplicemente il sole. Inoltre, madre e padre dispongono di personalità sovraccariche di tensioni affettive e sociali, quindi poco disponibili ai ruoli genitoriali quando non scisse in più o meno esplicite ambivalenze emotive.
E dunque, che cosa succede oggi, nella prima infanzia? Succede che la gran parte delle reti sinaptiche viene delegata a registrare quasi esclusivamente i rapporti umani, e in particolare i messaggi della madre. Il bambino vive in spazi chiusi, poveri di stimoli sensoriali complessi, iper-saturi di micro-segnali affettivi: una smorfia, una variazione di tono, un’esitazione, un sospiro.
Il suo cervello si integra sugli umori materni e paterni come su un’unica, fragile antenna. Il resto del mondo – gli altri adulti, il branco dei coetanei, la natura stessa – viene drasticamente escluso dal circuito di regolazione. È un’anomalia che l’evoluzione non aveva previsto.
Nascono così dipendenze interpersonali iper-sature, strutturalmente innaturali. Il bambino trema di terrore se il viso della madre è cupo. Si irrigidisce se la voce del padre è tonante. La sua identità viene vincolata a leggi sociali microscopiche – “mamma è stanca”, “papà è nervoso”, “non devo disturbare” – nella totale dimenticanza delle leggi naturali del movimento, dell’esplorazione, della pluralità dei legami.
E poi ci stupiamo se emergono sintomi. Ci stupiamo se compaiono inquietudine, ansia, nervosismo, oppositività, inibizione, dipendenza, somatizzazioni; e più tardi iperattività, anoressia, fobie, ossessioni. E, puntualmente, torniamo a guardare la madre come il colpevole più comodo.
Ma osserviamo con più attenzione cosa accade dal lato materno. La madre moderna è una creatura antropologicamente isolata. È sola con il bambino per ore, giorni, mesi. È chiusa in spazi mentali ridotti, privata della possibilità di delegare, di respirare, di uscire dal ruolo, di crescere. È sottoposta a un’angoscia di prestazione continua: “sto facendo abbastanza?”, “sto sbagliando?”, “se mio figlio sta male è colpa mia?”.
In questo regime claustrale, la madre tende inevitabilmente a scindersi. Da una parte nasce una mente che osserva, giudica, si autocritica, si confronta con modelli ideali irraggiungibili. Dall’altra parte resta un corpo materno svuotato di emozioni autentiche, perché quelle emozioni sono vissute come pericolose: troppo ansiose, troppo aggressive, troppo ambivalenti, o – tabù dei tabù – portatrici di rifiuto della maternità. È qui che la depressione post partum smette di essere un mistero biologico e diventa un fenomeno strutturale, sistemico, quasi inevitabile.
Nei termini della Psicologia dialettica, quello che osserviamo non è una “madre patologica” che produce un “bambino patologico”, ma un circuito psicodinamico cibernetico chiuso, rigido, sovraccarico. Un sistema diadico che tenta disperatamente di autoregolarsi in condizioni per le quali non è stato progettato. Il sintomo del bambino, in questo quadro, non è un atto d’accusa contro la madre: è un messaggio omeostatico del sistema. Sta dicendo: “Così non reggiamo. Così è troppo”.
Il bambino, per struttura naturale, è fatto per interagire con un gruppo di adulti e con un gruppo di coetanei. Se la sua esperienza si svolge quasi esclusivamente in una relazione con la madre, è inesorabile che sviluppi una dipendenza che ostacola il bisogno di autonomia e genera ambivalenze affettive violente: amore-fusione da un lato, rabbia-separazione dall’altro.
E i genitori, dal canto loro, non sono mostri morali. Sono esseri umani intrappolati in una relazione coercitiva che evoca anche in loro affetti ambivalenti: tenerezza, certo, ma anche insofferenza, irritazione, fantasie di fuga. In un contesto tribale, queste emozioni si distribuirebbero, si diluirebbero, si metabolizzerebbero socialmente. Nel nostro modello nucleare, ricadono tutte addosso alla stessa persona: la madre.
Il parto è ormai estremamente medicalizzato. Nella prassi comune, la donna è completamente passiva, immersa in un ambiente iper-luminoso e promiscuo; nel rapporto con il bambino, si impediscono i processi naturali di sintonia e aggrappamento. Si inibisce il legame edonico. La donna è espropriata della sua competenza naturale. Anche nel seguito, nel puerperio, la pedagogia tende a imporre la separazione della madre dal bambino, con un trauma per entrambi. Il bambino e la madre sono espropriati del diritto alla gratificazione del contatto.
Nelle fasi si allattamento, spesso la madre vive emozioni intense sia di piacere che di dolore. Il piacere è naturale ed è collegato al contatto del bambino con terminali nervosi che la natura ha voluto altamente edonici. Il dolore può dipendere dal ricordo del proprio intimo dolore di bambina abbandonata, risvegliato dal contatto compassionevole per il figlio. Ma il dolore viene diagnosticato come “depressione”, quindi negletto e psichiatrizzato e infine sepolto qualche metro più in fondo.
Il bambino negletto e l’infanzia perduta
Dopo pochi mesi il bambino viene perlopiù collocato in una scuola materna, perché la madre possa riprendere al più presto a lavorare oppure a perseguire – come il codice mentale sociale comanda – le sue esigenze di “indipendenza” e di “libertà”. Il legame madre-bambino si disgrega ancora di più e la scissione procede: da una parte c’è una mente che si allontana dalla maternità e dall’altra un corpo materno anestetizzato. Il bambino deve allora affrontare una inquietante solitudine.
A questo punto, continuare a costruire teorie sulla “madre traumatizzante” o sulla “negligenza materna” senza porre sotto osservazione l’assetto antropologico di base è un’operazione miope, quindi non scientifica. È come studiare i danni di una pianta cresciuta in una stanza buia e concludere che il problema sta nella sua genetica, non nel fatto che non vede mai il sole.
È evidente che questa osservazione non nega l’esistenza di madri profondamente disturbate: ansiose patologiche, depresse, narcisiste e persino incestuose. Le madri patologiche esistono e comportano danni molto specifici sui loro figli. La madre ansiosa tende ad inibire il figlio, circondandolo con le sue fobie, la madre depressa lo inibisce nella sua vitalità, oppure gliene chiede una artificiale, un falso Sé vitale e gioioso che la allieti; la madre narcisista lo terrorizza, costringendolo nel masochismo o nell’identificazione col persecutore; la madre incestuosa ne farà un figlio iper-sessualizzato o perverso. Ma a fronte di queste madri, che sono forse il 5/10% del totale, esiste un 90% di madri normalmente insicure, che non dovrebbero essere ingiustamente colpevolizzate.
In questi numerosissimi casi, la vera domanda non è: “Che cosa c’è di sbagliato in questa madre?”.
La vera domanda è: “Che cosa c’è di profondamente innaturale nel sistema in cui questa madre e questo bambino sono costretti a vivere?”.
Finché non torneremo a pensare che la genitorialità umana è nata come funzione collettiva, e l’infanzia come un’esperienza immersa nella natura e nella pluralità dei legami, continueremo a osservare i sintomi con intento colpevolizzate, quindi anche iatrogeno. E le madri resteranno il capro espiatorio perfetto: abbastanza potenti da essere ritenute responsabili di tutto, abbastanza in soggezione da non potersi difendere.
La psicoterapia, se vuole essere scientifica oltre che onesta, dovrebbe smettere di criminalizzare le madri e iniziare a osservare con attenzione clinica il modello antropologico che ha creato una doppia prigionia. Solo così il sintomo potrà tornare a essere quello che è sempre stato: non un’accusa, ma un messaggio di verità sullo stato del sistema umano in cui è sorto.
BIBLIOGRAFIA
Ghezzani N., La lingua perduta dell’amore, FrancoAngeli Psicologia
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