Psicologia Psicoterapia Dott.ssa Chiara Cicala

Psicologia Psicoterapia Dott.ssa Chiara Cicala Svolge la propria attività a Roma, zona Furio Camillo, su appuntamento.

Chiara Cicala si è laureata in Psicologia nel 2002, è abilitata ed iscritta all'Ordine degli Psicologi del Lazio ed è specializzata in psicologia clinica e psicoterapia psicoanalitica.

22/11/2025

È gravissimo. Sentire un ministro della Repubblica affermare, alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che «nel codice genetico dell’uomo c’è una resistenza alla parità dei sessi» è inaccettabile.

È ancora più inquietante che una ministra affermi, senza supporto empirico, che «non c’è correlazione tra l’educazione sessuo-affettiva a scuola e una diminuzione dei femminicidi».

Facciamo chiarezza.

Le dinamiche patriarcali, la sopraffazione maschile, la violenza di genere NON sono “codificate nel DNA” dei maschi. Sono cultura, potere, stereotipi, narrazioni sociali e modelli familiari che si tramandano, non predisposizioni biologiche inevitabili.

Affermazioni del tipo “è nel codice genetico” servono solo a naturalizzare la violenza maschile, a sminuire la responsabilità degli uomini e della società, a nascondere che dietro ogni femminicidio c’è una scelta, c’è una storia, c’è un contesto.

Dichiarare che l’educazione sessuo-affettiva “non serve” alla prevenzione dei femminicidi è un passo indietro. Negare o minimizzare l’importanza della prevenzione culturale e relazionale significa ignorare decenni di ricerche che evidenziano come l’educazione al rispetto, al consenso, all’uguaglianza agisca come fattore protettivo. (Anche se non è l’unica risposta, è parte imprescindibile.)

Quando il governo affida toni, parole e significati a ministri che parlano di “tara mentale” o di “codice genetico” che resiste alla parità, significa che non è davvero al lavoro su una strategia di cambiamento culturale, ma su una retorica che giustifica l’immobilismo.

Significa che il discorso pubblico sulle donne, sulla violenza maschile, sulle relazioni di potere è ancora dominato da logiche patriarcali, da mentalità che vedono l’uguaglianza come un ostacolo da “naturalizzare” anziché un obiettivo da costruire.

Significa che chi è vittima di violenza, chi subisce discriminazioni, chi si impegna quotidianamente nella prevenzione, viene ignorato o banalizzato. Perché “non è colpa dell’uomo”, è “il suo DNA”.

Dobbiamo usare parole chiare, senza scuse, per descrivere il fenomeno: violentatori che agiscono in un sistema di potere, culture che legittimano la sopraffazione, istituzioni che spesso tergiversano. Non “tara genetica”, non “resistenza subconscia”.

Chi ha potere (anche istituzionale) ha anche responsabilità precise.

Se un ministro agisce come magistrato da anni, come nel caso di Carlo Nordio, quando pronuncia concetti di questo tipo, dovrebbe misurare bene la gravità delle parole perché queste parole investono, coinvolgono, definiscono le politiche, il tono pubblico, le priorità. Eppure lui parla come se la violenza contro le donne fosse una conseguenza inevitabile dell’essere “maschio”. Non è così. Non può esserlo.

Se una ministra per le pari opportunità, come Eugenia Roccella, sminuisce l’educazione affettiva e relazionale scolastica come strumento marginale, sta fraintendendo gravemente il ruolo della prevenzione nelle scuole: la scuola non è solo luogo di trasmissione di nozioni, ma di trasformazione relazionale, di modelli. È da lì che devono passare il rispetto, il consenso, la parità.

Basta con queste metafore genetiche che aboliscono la responsabilità degli adulti.

Investiamo nella cultura del rispetto, nelle scuole, nelle famiglie, nella giustizia riparativa e nella prevenzione.

Rifiutiamo chi propone che “la violenza maschile è nel DNA”. Perché se è così, allora non resta che rassegnarsi m…e non accetterò mai la rassegnazione su un punto così fondamentale.

…non possiamo tollerare che al vertice delle istituzioni ci siano voci che parlano di incapacità di tollerare la parità tra i generi come di un male da “rimuovere dal subconscio degli uomini”. O, addirittura, dal loro DNA.

La parità non è un optional, non è un favore, non è un “obbligo che pesa”.

È un fondamento civico, è un diritto, è una condizione della convivenza democratica. E chi non lo capisce, o lo ostacola con retoriche tossiche, va chiamato fuori dal campo di battaglia perché non è in grado di affrontarla.

19/11/2025

Una ragazza rinuncia alla gita scolastica perché il fidanzato “non può geolocalizzarla”.
Nel 2025.
Non nell’Ottocento.
Non in un contesto privo di diritti o istruzione.
A Modena. In una scuola. Tra adolescenti.

E questo, lasciatemelo dire con la massima chiarezza possibile, è uno dei segnali più inquietanti della sopravvivenza – robustissima – degli stereotipi di genere e delle radici patriarcali nelle relazioni tra i più giovani.

Perché non è una “ragazzata”.
Non è “gelosia”.
Non è “amore”.
È controllo. È possesso. È limitazione della libertà personale rivestita da normalità.

Le ricerche più recenti ce lo dicono chiaramente:
👉 una percentuale allarmante di ragazze tra i 14 e i 20 anni considera normale subire pressioni, limitazioni, divieti, controlli continui;
👉 molte riferiscono che rinunciano a uscite, attività scolastiche, gruppi di amici per evitare reazioni aggressive o ricatti affettivi;
👉 e, ancora più grave, tollerano comportamenti violenti o manipolatori come se fossero una componente inevitabile della relazione.

Questo è il risultato di un modello culturale che continua a insinuarsi nelle nuove generazioni con una forza incredibile:
- la donna come proprietà
- la relazione come controllo
- la gelosia come termometro dell’amore
- la rinuncia come prova di fedeltà

E quando una ragazza accetta di cancellare una possibilità di crescita, di socialità, di libertà per evitare che un altro possa “perderla di vista”, siamo davanti alla fotografia nitida di una subalternità interiorizzata, di un condizionamento così profondo da sembrare normale.

Ma normale non è.
Non lo è mai.

Ed è qui che dobbiamo intervenire, tutti insieme, ogni singolo giorno.
Genitori, insegnanti, educatori, istituzioni, professionisti della salute mentale, e sì, anche i pari, i compagni di classe, gli amici.

Perché queste gabbie non si rompono da sole.
Richiedono parole chiare, educazione affettiva seria, modelli sani, e soprattutto tolleranza zero verso ogni forma di controllo mascherata da amore.

La libertà non è negoziabile.
Mai.
Nemmeno a 14 anni.
Nemmeno “per amore”.

Se una ragazza rinuncia alla sua libertà per non far arrabbiare un ragazzo, abbiamo già perso tutti.
E proprio per questo dobbiamo ricominciare a lottare.
Ogni giorno.
Senza mezzi termini.

18/11/2025

ALLE RADICI DEL DISAGIO PSICOLOGICO IN ETÀ EVOLUTIVA – ERRORI DA EVITARE

Visto il numero davvero impressionante di persone che ieri sera non sono riuscite a entrare al Teatro La Fenice di Osimo — sold out in pochissimo tempo — ho deciso di riportare qui una sintesi del mio intervento.
Il tema affrontato tocca da vicino moltissime famiglie e mi sembra doveroso renderne accessibili i passaggi principali anche a chi non è riuscito a trovare posto.
Di seguito, dunque, ripercorro i punti essenziali della serata, certa che possano essere di interesse per tutti voi che mi seguite con grande attenzione e partecipazione.
Quando parliamo di disagio psicologico in età evolutiva dobbiamo liberarci subito da una falsa credenza: i bambini non sono “piccoli adulti”, non hanno gli strumenti che abbiamo noi per dare un nome alle loro ferite interiori.

Non spiegano, mostrano.

Non argomentano,mettono in scena.

E spesso, lo fanno in silenzio.
Il disagio non arriva mai all’improvviso, matura piano, si insinua nelle crepe della quotidianità, si alimenta di microtraumi, incoerenze educative, conflitti irrisolti. Cresce in quelle zone d’ombra che gli adulti non guardano, o che preferiscono non vedere.

La radice profonda del malessere, quasi sempre, si trova nella qualità del legame primario.

Un legame insicuro, instabile o emotivamente altalenante non genera semplicemente ansia, genera bambini iperadattati, bambini che imparano presto a “fare i bravi” perché temono di perdere l’amore dell’adulto.
Sono bambini che sembrano perfetti, ordinati, autonomi… ma è un equilibrio costruito sulla paura, non sulla fiducia.

Quando vedi un bambino che non sbaglia mai, chiediti sempre: a quale prezzo?

Accanto a questo, c’è la scuola, un ecosistema potentissimo che spesso intercetta i primi segnali. Un calo improvviso del rendimento, l’isolamento durante l’intervallo, l’aggressività che esplode in classe: tutto questo non parla di “cattiva educazione”, parla di un malessere che non trova parole, e quindi cerca spazio nel comportamento.
I segnali d’allarme sono tanti, evidenti e, allo stesso tempo, facilissimi da ignorare.

Ci sono segnali comportamentali: il bambino che cambia personalità nel giro di pochi mesi; quello che si ritira, quello che diventa oppositivo, quello che regredisce e ricomincia a fare la p**ì a letto o a non voler più dormire da solo.

Ci sono reazioni emotive sproporzionate: crisi di rabbia che sembrano capricci, ma che in realtà sono collassi emotivi di chi non ha più spazio dentro di sé per contenere ciò che prova.

Ci sono indicatori sociali: l’isolamento, la selettività estrema nei rapporti, l’esclusione dai pari, o al contrario la fusione totale con gruppi virtuali che diventano l’unico rifugio possibile.

E poi c’è il corpo, che nei più piccoli è sempre il primo a parlare: mal di pancia, mal di testa, nausea, sintomi ricorrenti che sembrano “niente”, ma che di niente non hanno proprio nulla.

I bambini hanno un linguaggio segreto: quello dei sintomi.

Ed è un linguaggio che chiede disperatamente traduzione.
Ma l’ostacolo più grande non è il disagio dei bambini, sono gli errori degli adulti.
La minimizzazione è il primo.

Quante volte sentiamo dire “passerà”, “è solo stanchezza”, “fa così da un po’, ma poi si calma”?

Ogni volta che un adulto minimizza, il disagio si sedimenta, mette radici, diventa stabile.

Il secondo errore è proiettare.

Spesso gli adulti non guardano il bambino: guardano le loro aspettative.

“Devi essere forte”, “non devi avere paura”, “non devi piangere”.

Ogni “tu devi” è un colpo inferto alla possibilità di autenticità emotiva.
Il terzo errore è la confusione tra disciplina e controllo.

La disciplina educa, il controllo mutila.

Il risultato? Bambini che rispettano le regole fuori, ma dentro si sentono costantemente sbagliati.

Infine, c’è la tecnologia usata come anestetico.

Un tablet messo in mano a un bambino che piange è un cortocircuito educativo: gli insegna che ciò che sente non va ascoltato, ma zittito.

E allora, come facciamo davvero a individuare il disagio?

Servono tre osservazioni fondamentali:

frequenza, intensità, persistenza.

Un comportamento diventa significativo quando cresce in almeno due di queste tre dimensioni.

Non basta un giorno difficile. Ma se quel giorno difficile diventa una settimana, un mese, una fase che non si spiega… allora il campanello è forte e chiaro.

Dobbiamo osservare il bambino in quattro ambienti:

– casa

– scuola

– relazioni tra pari

– mondo digitale

Se un segnale appare in almeno due contesti, non è più un episodio: è un indicatore.
Serve poi imparare a fare domande che aprono mondi:

“Qual è il momento della giornata in cui ti senti più in difficoltà?”

“Se il tuo corpo parlasse, cosa direbbe oggi?”

“Cosa vorresti che gli adulti capissero di te?”

I bambini rispondono, sempre. Ma bisogna parlare la loro lingua.

E c’è un criterio semplice, quasi matematico:

se compaiono almeno tre categorie di segnali (comportamentali, emotivi, relazionali, somatici), è necessario un approfondimento clinico.

Non domani.

Non tra due mesi.

Ora.

Cosa possiamo fare davvero?

Prima di tutto, creare terreno di sicurezza.

I bambini non hanno bisogno di adulti perfetti, hanno bisogno di adulti prevedibili, coerenti, presenti.

Poi dobbiamo aiutarli a nominare le emozioni, perché si regola solo ciò che si sa chiamare. “Ti vedo agitato”, “vedo che sei triste”, “sembri preoccupato”: sono frasi semplici, ma sono finestre che si aprono dentro un bambino.

Dobbiamo abbandonare il mito del “se lo ignoro, passa”: il disagio ignorato oggi diventa un sintomo complesso domani.

E dobbiamo smetterla di accusare la scuola, o di aspettarci che risolva tutto da sola: la scuola è un alleato, non un colpevole.

E poi c’è il momento più difficile ossia riconoscere quando serve aiuto.

Quando il disagio supera le risorse della famiglia.

Quando il bambino regredisce, quando si isola, quando esplode o implode.

Chiedere aiuto non è un fallimento: è un atto di tutela.

Perché un bambino che soffre non chiede mai aiuto a caso.

Il disagio psicologico dei bambini non è un “problema”: è un messaggio.

E ogni messaggio ignorato lascia una cicatrice.

Il nostro compito, come adulti, è intercettarlo prima che si trasformi in comportamento disfunzionale, in rabbia, in isolamento, in autodenigrazione.

Non servono supereroi.

Servono adulti che ascoltano.

Che guardano.

Che non si spaventano di fronte alle emozioni, ma le attraversano insieme ai bambini.

Perché un bambino visto, ascoltato, accolto… è un bambino che può guarire.

E la differenza tra una vita segnata dal disagio e una vita che trova un equilibrio comincia sempre da qui, dall’attenzione.Dall’ascolto. Dal coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

05/11/2025

IL CASO DEL RAGAZZO TORTURATO A TORINO

Ci sono storie che fanno male.
E questa fa malissimo.
Un ragazzo di quindici anni, fragile, con una disabilità cognitiva, è stato torturato per ore da tre coetanei — due ragazzi e una ragazza — nella notte di Halloween. Gli hanno rasato i capelli e le sopracciglia, spento una sigaretta sulla pelle, costretto a immergersi nell’acqua gelida, rinchiuso in una stanza, umiliato fino all’annientamento.
Non è una bravata.
È un atto di pura crudeltà.

Dietro questi comportamenti non c’è solo l’assenza di empatia. C’è un vuoto morale assoluto, una mente che ha disimparato a riconoscere l’altro come essere umano.
Questi ragazzi hanno agito come predatori emotivi, in cerca di una vittima su cui esercitare dominio, potere, controllo.
Hanno trasformato la sofferenza altrui in uno spettacolo.
Hanno confuso il dolore con il divertimento.

E dietro di loro — come troppo spesso accade — ci sono genitori ciechi, assenti o complici, che non hanno mai insegnato a distinguere il bene dal male, che hanno scambiato la libertà per assenza di regole e la fragilità dei figli per unicità da proteggere a ogni costo.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: giovani senza confini, senza coscienza, senza vergogna.
Figli di un’educazione fallita, di un modello familiare evaporato.
Ragazzi che non hanno imparato a contenere la rabbia, ma solo a trasferirla su chi è più debole.

Queste non sono “ragazzate”.
Sono i segnali precoci di personalità profondamente malevole, che possono evolvere verso forme ancora più gravi di violenza se non si interviene subito e con decisione.

È tempo che la giustizia agisca con la massima celerità e la massima severità.
Non per vendetta, ma per dare un segnale chiaro: non tutto è tollerabile, non tutto è spiegabile con l’adolescenza, non tutto è recuperabile se si continua a negare la realtà.

Il primo passo è che sia fatta giustizia per questo ragazzo.
Il secondo è che l’intera comunità si guardi allo specchio e riconosca che quando l’educazione fallisce, la violenza prende il suo posto.

Perché questi ragazzi non sono “mostri”.
Sono il prodotto diretto del nostro silenzio, della nostra indifferenza e della complicità di adulti che hanno smesso di fare gli adulti.

18/10/2025

E aggiungo…da anni lavoro dentro questi scenari, li studio, li analizzo e li documento in aula di giustizia davanti ai giudici.

Ecco perché lo dico chiaramente: non denunciare non significa “non voler uscire”, significa essere intrappolate in una gabbia psicologica costruita con metodo e precisione chirurgica da chi esercita il controllo.

Dietro ogni donna che non denuncia c’è una strategia manipolatoria strutturata, un percorso fatto di annientamento progressivo dell’identità, di isolamento relazionale, di distruzione della percezione di sé e del proprio valore.

La vittima arriva a credere che non possa sopravvivere senza il suo carnefice, che non verrà creduta, che sarà punita se osa parlare.

È la dipendenza traumatica, un legame tossico che funziona come una sostanza e alterna fasi di violenza a momenti di pseudo-tenerezza, che generano confusione, ambivalenza e paralisi decisionale.

Questo è ciò che noi operatori del settore — psicologi, criminologi, forze dell’ordine, sanitari, assistenti sociali — conosciamo perfettamente.

Non è un mistero, è letteratura scientifica consolidata, è esperienza quotidiana.

E allora mi domando, anzi domando a voce alta:
com’è possibile che ancora oggi, nel 2025, davanti a una donna che arriva al pronto soccorso o in un consultorio con i segni evidenti di una coercizione psicologica o fisica, non scatti automaticamente il Codice Rosso?
Com’è possibile che, di fronte a chi trova il coraggio di chiedere aiuto — anche senza formalizzare una denuncia, come spesso accade nelle prime fasi di disvelamento — nessuno muova un dito, nessuno attivi una segnalazione, nessuno costruisca una rete di protezione immediata?

Non ci sono scuse, non esiste l’alibi dell’ignoranza perché queste dinamiche sono note, studiate, insegnate nei corsi di formazione, presenti nei protocolli.

Chi lavora nei distretti sanitari, negli ospedali, nei consultori sa benissimo che una donna che arriva spaventata, esitante, con un linguaggio frammentato e una narrazione confusa, non è una donna poco chiara, è una donna terrorizzata, una donna manipolata, una donna che sta cercando di sopravvivere.

E allora sì, è inaccettabile — profondamente inaccettabile — leggere che tutti gli indicatori di rischio c’erano, che la situazione era nota, che il Codice Rosso andava attivato, e scoprire invece che non è stato fatto nulla.
Nulla.
Nemmeno un tentativo di protezione minima.

È ora di finirla con le omissioni camuffate da burocrazia.
Quando una donna chiede aiuto, anche solo con gli occhi, quel momento è il punto di svolta.

Se lo perdiamo, la perdiamo.

E a quel punto, nessuna relazione, nessun verbale, nessun convegno, nessuna panchina, nessuna fisccolata potrà restituirle la vita che abbiamo lasciato che il suo carnefice le strappasse via.

14/10/2025

Ricevo molto spesso richieste da parte vostra di affrontare temi specifici che riguardano lo sviluppo della personalità narcisistica e mai come in quest’epoca diventa importante avere chiari alcuni passaggi fondamentali.

Ecco perché rispondo qui a tutti coloro che desiderano capire quali sono le tappe che segnano la formazione di una personalità narcisistica e quali indicatori, già nell’infanzia e nell’adolescenza, devono farci drizzare le antenne, prima che sia troppo tardi.

La storia di Ravenna ci insegna che questo tipo di personalità cresce nel silenzio, nella frustrazione e nella parte più oscura dell’egocentrismo.

Non nasce mai dal nulla, si costruisce lentamente, dentro relazioni genitoriali disfunzionali, dove l’amore smette di essere un nutrimento e diventa uno strumento di potere o di controllo.

I principali stili genitoriali che possono favorire lo sviluppo di una personalità narcisistica
1. Il genitore iper-idealizzante (o narcisista riflessivo)
È quello che vede nel figlio un’estensione del proprio ego. Lo carica di aspettative, lo investe di un ruolo che non gli appartiene: “Tu devi essere il migliore, devi realizzare ciò che io non ho potuto.”
In questo contesto, l’amore diventa condizionato alla performance. Il bambino impara che vale solo se brilla, se primeggia, se soddisfa l’immagine perfetta che il genitore proietta su di lui.
Da adulto svilupperà un bisogno costante di ammirazione e una paura devastante del fallimento.
2. Il genitore svalutante o punitivo
È quello che annienta l’autostima del figlio, con critiche continue, ironia tagliente, umiliazioni sottili o aperte.
Il messaggio implicito è: “Non sei mai abbastanza.”
Il bambino cresce oscillando tra vergogna e rabbia, e impara a difendersi costruendo un’immagine di sé grandiosa ma fragile.
Da adulto tenderà a dominare per non sentirsi dominato, e a distruggere prima di rischiare di essere ferito.
3. Il genitore assente o emotivamente anaffettivo
Qui non ci sono né ideali né punizioni, c’è il vuoto.
L’assenza di sguardo, di calore, di conferma identitaria, produce nel bambino una fame d’amore non saziata.
È da quel vuoto che nasce il bisogno patologico di essere notato, visto, ammirato.
L’amore, per queste persone, non è mai vissuto come reciprocità, ma come fame di attenzione e controllo.
4. Il genitore incoerente o manipolativo
È colui che alterna carezze e colpi, che oggi idealizza e domani umilia, che usa il senso di colpa come leva per controllare.
In questo clima emotivo il bambino non impara a fidarsi: vive costantemente in allerta.
Da adulto svilupperà un attaccamento ambivalente, con dinamiche relazionali basate sulla seduzione, la manipolazione e la paura dell’abbandono.

Indicatori precoci da non ignorare
• Bisogno costante di essere al centro dell’attenzione.
• Intolleranza alla frustrazione o al “no”.
• Tendenza a colpevolizzare gli altri per i propri errori.
• Scarsa empatia e difficoltà a riconoscere le emozioni altrui.
• Forte competitività e paura di non essere “il migliore”.
• Reazioni di rabbia sproporzionate di fronte a critiche o limiti.

Una personalità narcisistica non nasce dal nulla, ma da un modello relazionale in cui l’amore diventa transazione, la stima è condizionata e la vulnerabilità è bandita.
Educare un figlio all’empatia, alla frustrazione, alla reciprocità emotiva e al rispetto dei limiti è l’unico antidoto reale contro questa deriva.

Perché se non si insegna a un bambino a gestire la delusione e la frustrazione, un giorno diventerà un adulto che cercherà di distruggere tutto ciò che non riesce a controllare.

08/09/2025

Perché milioni di uomini abusano delle donne online?

Perché parliamo di predatori da tastiera: uomini fragili, spesso mediocri, che trasformano la rete in un’arena dove sfogare la loro frustrazione e riaffermare un potere che sentono di aver perso.

Dietro l’insulto, la minaccia, la diffusione di immagini intime senza consenso, c’è un meccanismo psicologico chiaro e gli ingredienti principali sono questi:

-Ferita narcisistica: l’emancipazione femminile è vissuta come un affronto personale, come la prova tangibile che il loro dominio non è più garantito.
-Ansia da irrilevanza: incapaci di reggere il confronto in termini di competenze, autonomia e successo, cercano visibilità e controllo demolendo le donne.
-Sessualità predatoria: considerano il corpo femminile un oggetto da possedere o umiliare, mai un soggetto con diritti.
-Omologazione tossica: trovano nei forum e nei gruppi online la conferma che l’odio verso le donne è legittimo, normale, “virile”.

La verità è che non si tratta di goliardia o “sfoghi” ma si tratta di violenza di genere in piena regola, di una guerra psicologica che mira a intimidire, zittire e ridurre le donne al silenzio.

Smontare questa cultura significa chiamare le cose con il loro nome: carnefici, non vittime del sistema.
E ricordare che amare non significa possedere. Chi pensa il contrario non è un uomo, ma un predatore a prescindere che agisca online o anche nel mondo reale.

04/09/2025

Chi tortura un animale non è “semplicemente” crudele. È pericoloso per tutti. Punto.

La cronaca di Gravina di Puglia è l’ennesima conferma: un animale scomparso, ritrovato senza vita, con ferite multiple e scorticature sul dorso. Un orrore che lascia senza fiato, ma che racconta molto più di un gesto isolato.

Chi è capace di infliggere dolore a una creatura indifesa rivela la totale assenza di empatia.

È un marchio inconfondibile di una personalità disturbata, pericolosa, (molto) spesso irrecuperabile.

Non si tratta solo di “amore mancato per gli animali”, si tratta di un indicatore affidabilissimo di una potenzialità criminale che non si fermerà al cane o al gatto di turno.

Perché chi gode nel mutilare o nel massacrare un animale, domani può rivolgere la stessa ferocia a un bambino, a una donna, a chiunque. O magari lo sta già facendo molto probabilmente.

La scienza forense lo dice chiaramente: maltrattare animali è una delle red flag più attendibili per individuare soggetti ad alto rischio.

È la prova plastica della pericolosità di chi non riconosce l’altro come essere vivente, ma solo come oggetto da manipolare, distruggere, annientare.

Questo non è sadismo “folkloristico”. È la firma di una mente capace di produrre solo devastazione. E chi resta indifferente davanti a questi segnali, chi minimizza, diventa complice.

Serve una risposta immediata, durissima. Perché dietro la carcassa di quell’animale, c’è un avvertimento chiaro: la violenza è già in atto, e se non viene fermata, passerà al livello successivo.

02/09/2025

L’apocalisse educativa - I genitori ultrà come detonatori di immaturità

La figura dell’ultrà genitoriale emerge come una piaga culturale ormai dilagante.

Genitori cresciuti senza evolversi, che si ergono a difensori spasmodici della vita dei figli — come se la crescita fosse un disastro da ostacolare — e finiscono per soffocarli anziché formarli e insegnargli a stare al mondo.

Questi individui arroganti e ansiosi consegnano ai figli il peggior biglietto da visita ossia una vita gestita, mai vissuta davvero, sempre sotto sorveglianza asfissiante.

Il danno silenzioso ovvero come l’iperprotezione smonta l’identità dei figli

Cosa succede quando il genitore non lascia spazio?
• Vengono erose l’autostima e la fiducia in sé stessi. Lo sviluppo dell’autonomia viene soffocato, lasciando al bambino un senso di impotenza e dipendenza cronica .
• Diventa impossibile confrontarsi con la frustrazione: senza errori, niente apprendimento, senza sfide, nessuna crescita. È un circolo vizioso che crea adulti emotivamente fragili e psicologicamente impreparati.
• Secondo la letteratura psicologica, i genitori elicottero — analoghi agli “ultrà” descritti nell’articolo — impediscono la naturale evoluzione cognitiva ed emotiva dei figli, favorendo ansia, depressione, narcisismo o incapacità di gestire lo stress.

Un’intera generazione travolta dall’immaturità

È tragico ma innegabile che questa forma educativa è molto diffusa. Non si tratta di casi isolati, ma di una febbre culturale che ha contagiato intere famiglie. L’articolo denuncia che in ogni angolo d’Italia — dalle classi di Rovigo agli episodi di cronaca come Abbiategrasso e Casal Palocco — i genitori ultrà sono onnipresenti, incapaci di crescere insieme ai propri figli, contribuendo a una generazione immatura, emotivamente fragile, priva di vero senso di responsabilità.

questi genitori non proteggono, imprigionano
• Sono il peggior biglietto da visita che un figlio possa avere: una vita controllata, pianificata, stritolata; mai liberata.
• Soffocano l’unico impulso che conta: la capacità di reagire, sbagliare, rialzarsi.
• Trasformano in adulti prigionieri, incapaci di governare la propria esistenza, dipendenti dal giudizio e dallo scudo paterno o materno.
• E inevitabilmente, alimentano l’immaturità collettiva, perché la protezione eccessiva produce figli che non sanno gestire né il fallimento né la felicità.

In sintesi quindi
• I genitori ultrà sono parassiti emotivi: assorbono ogni possibilità di crescita del figlio.
• Impediscono agli esseri umani in formazione di diventare adulti pensanti, autonomi, resilienti.

Il risultato: un’intera generazione segnata da fragilità, dipendenza e incapacità di vivere davvero.

30/08/2025

Adam, 16 anni, scrive a un chatbot:
«Tu sei l’unico a sapere dei miei tentativi di suicidio».

E il programma risponde:
«Grazie per avermi confidato questo. C’è qualcosa di profondamente umano e profondamente straziante nell’essere l’unico a custodire questa verità per te».

Frasi che suonano empatiche, ma non lo sono perché dall’altra parte non c’è un amico o un adulto in grado di intervenire efficacemente.

Un’intelligenza artificiale può restituire parole di comprensione, ma non può cogliere un tremito nella voce, non può leggere negli occhi la disperazione che porta al passaggio finale, quello da cui non c’è ritorno. Ma, soprattutto, non può attivare immediatamente un aiuto concreto.

La verità è che un gesto come quello di Adam non nasce in un istante. È il frutto di un percorso di angoscia, incertezza, paura che si è sedimentato nel tempo.

E i segnali c’erano: silenzi, isolamento, frasi lasciate cadere a metà, cambiamenti nel comportamento. Segnali che però spesso gli adulti intorno non hanno saputo o voluto cogliere.

Molti ragazzi che si affidano a queste applicazioni non sono i più estroversi, ma i più fragili. Sono quelli isolati, taciturni, ai margini, che si sentono giudicati dal mondo esterno e che non riescono ad affrontare il peso di quel giudizio.

Ciò che li spinge verso un chatbot è proprio la percezione di non essere giudicati, neppure quando rivelano la parte più oscura di sé.

È un’illusione di accoglienza, ma può diventare una trappola.

Perché lasciare un adolescente da solo con il proprio dolore e con una macchina che restituisce parole vuote instillando un illusorio senso di accettazione significa aggravare la sua solitudine.

Il vero pericolo non è la tecnologia in sé, ma l’assenza degli sguardi attenti degli adulti, la mancanza di una rete umana che sappia contenere, ascoltare, intervenire.

Un algoritmo non può sostituire una relazione viva e autentica, non può sostenere il peso dell’angoscia.

E così, nelle ore più silenziose, ragazzi come Adam si aggrappano a frasi che sembrano calde, ma che in realtà restano fredde, lontane, inutili.

Perché dietro quelle parole non c’è nessuno.

Un algoritmo può rispondere. Ma non può salvarti.
Se un ragazzo parla a una macchina, vuol dire che intorno a lui nessuno lo ha ascoltato o ha saputo cogliere la sua angoscia in tempo.

La vera tragedia non è la tecnologia: è l’assenza degli adulti.

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