25/01/2026
Il lutto è un’esperienza universale e allo stesso tempo profondamente unica per ognuno. Nessuno può farsi maestro del lutto. Non esistono manuali universali per il dolore che si prova e ogni persona lo vive a modo suo, secondo la propria storia, i propri legami e il proprio momento di vita. Non esiste un modo giusto o sbagliato di viverlo. C’è chi piange, chi si chiude, chi continua a funzionare e chi si sente perso. Tutte le reazioni sono umane e legittime.
Quando perdiamo un genitore, perdiamo un riferimento e, nel bene o nel male, una parte della nostra storia, che non se ne va, ma si allontana stranamente.
Ho da poco perso mio padre e anche per me, il lutto si sta presentando con tutta la sua inaspettata complessità. Ci sono momenti di tristezza profonda, di silenzi, di ricordi che emergono all’improvviso e di quella sensazione difficile da spiegare di vuoto e solitudine. Il lutto non è un percorso lineare, è un processo che richiede tempo, ascolto e rispetto.
Parlare del lutto, dargli spazio e dignità, è uno dei primi passi per integrarlo nella propria storia, senza che definisca tutto ciò che siamo.
Il dolore per una perdita non si apprende, non si anticipa, non si controlla. Nella nostra cultura, però, il tema della morte è spesso evitato e rimosso. Viviamo come se la morte fosse sempre altrove, di qualcun altro, rimandabile o del tutto astratta. Quando arriva ci coglie spesso impreparati, nudi di parole e di strumenti emotivi.
La morte reale è quella che irrompe nella quotidianità, che spezza le abitudini, che lascia un’assenza concreta. È lì che emerge quanto siamo poco educati a stare nel dolore, nostro e altrui, senza soluzioni.
Forse parlarne di più e farlo con rispetto e verità, potrebbe renderci un po’ meno soli quando il lutto ci attraversa. Non per diventare “bravi” a soffrire, ma per essere più umani.