12/02/2026
"Il lavoro terapeutico inizia quando una persona smette di chiedersi
“di chi è la colpa?” e inizia a domandarsi:
“che cosa sto ancora portando che non è mio?” Ricostruire una genealogia diversa
non significa rinnegare le origini. Significa interrompere la trasmissione automatica del trauma. Dare un nome a ciò che era solo destino. Restituire all’umano una forma abitabile."
La genealogia affettiva: ciò che ereditiamo prima delle parole: Come le genealogie affettive producono evitamento, anaffettività e dipendenza
✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie
Non ereditiamo solo un cognome, una storia familiare o un patrimonio materiale.
Ereditiamo campi affettivi, disposizioni emotive, gerarchie invisibili. Ereditiamo il modo in cui l’amore è stato possibile o impossibile prima di noi.Ogni essere umano nasce dentro una geometria relazionale già data. Uno spazio in cui qualcuno occupa troppo posto, qualcun altro troppo poco.
Uno spazio dove il potere può mascherarsi da cura, e il silenzio da rispetto. Questa è la genealogia affettiva: non ciò che viene raccontato, ma ciò che viene agito, ripetuto, trasmesso. Molti traumi non si trasmettono come eventi, ma come assetti.
Non come ricordi coscienti, ma come posture interiori: chi deve adattarsi,
chi può dominare, chi deve tacere per essere amato.
È per questo che alcune famiglie funzionano come sistemi chiusi, inermi davanti al cambiamento. Non perché manchi l’intelligenza o la buona volontà, ma perché il legame è organizzato attorno a asimmetrie non negoziabili. Padri assenti e madri dominanti. Madri invischianti e padri emotivamente evaporati. Fratelli o sorelle che occupano lo spazio dell’altro, non per cattiveria, ma per continuità sistemica.
Il trauma, in questi contesti, non è solo ciò che accade. È ciò che non può essere detto.
È ciò che non trova parola, limite, contenimento. E così passa di corpo in corpo,
di generazione in generazione. Quando una genealogia affettiva resta sbilanciata,
la vita adulta diventa spesso il tentativo inconsapevole di riparare ciò che non è stato riparato prima. Si cercano relazioni che riproducono lo stesso campo di potere.
Si resta fedeli a ferite antiche scambiandole per destino. Il funerale, in questo senso, non è un evento isolato. È spesso la messa in scena finale di una geometria mai riequilibrata.
Un rito svuotato, amministrativo,
perché la famiglia non ha mai imparato ad accompagnare davvero i passaggi. Ma il punto clinico non è la denuncia.
È la possibilità. Il lavoro terapeutico inizia quando una persona smette di chiedersi
“di chi è la colpa?” e inizia a domandarsi:
“che cosa sto ancora portando che non è mio?” Ricostruire una genealogia diversa
non significa rinnegare le origini. Significa interrompere la trasmissione automatica del trauma. Dare un nome a ciò che era solo destino. Restituire all’umano una forma abitabile. Questo capitolo non parla di famiglie “sbagliate”. Parla di sistemi feriti.
E del coraggio possibile di non consegnare alle generazioni successive le stesse geometrie che ci hanno tenuti piccoli. Come le genealogie affettive producono evitamento, anaffettività e dipendenza
Le genealogie affettive non trasmettono solo storie, ruoli o valori. Trasmettono assetti relazionali, cioè modi di stare in relazione prima ancora di scegliere come farlo.
Quando una famiglia è attraversata da geometrie sbilanciate di potere — un genitore dominante, uno assente, fratelli schiacciati o iper-responsabilizzati — ciò che passa non è un trauma “episodico”, ma un campo affettivo deformato. Da lì nascono tre grandi organizzazioni difensive. Evitamento
Nasce dove la relazione è stata intrusiva, controllante o imprevedibile. Il bambino impara presto che: avvicinarsi espone al controllo, esprimere bisogni attiva richieste o punizioni, l’intimità non è sicura. L’evitamento non è freddezza. È una distanza appresa per restare integro. Nelle genealogie sbilanciate, l’evitante è spesso colui che: ha visto troppo, ha sentito troppo, ha dovuto chiudersi per non soccombere. Anaffettività. Nasce dove l’affetto non è stato assente, ma non mentalizzabile. Famiglie in cui: si “faceva il proprio dovere” ma non si sentiva, l’emozione non trovava linguaggio, il corpo veniva ignorato o disciplinato. L’anaffettività non è mancanza di sentimenti. È un congelamento protettivo del sentire. Spesso è l’eredità di genealogie in cui: sentire era un lusso, il dolore non poteva essere accolto, la vulnerabilità non aveva testimoni. Dipendenza affettiva. Nasce dove l’amore è stato condizionato, intermittente o competitivo. Qui il bambino impara che: l’amore va meritato, l’attenzione è scarsa, l’altro è il luogo della sopravvivenza emotiva. La dipendenza non è bisogno eccessivo. È fame antica non saziata. Nelle genealogie sbilanciate, il dipendente è spesso colui che: ha dovuto contendersi l’amore, è stato usato come regolatore emotivo dell’adulto, ha imparato che senza l’altro non esiste. Queste organizzazioni non sono scelte. Sono adattamenti intelligenti a contesti non abitabili. Il problema non è che si siano formate. Il problema è quando vengono scambiate per identità: “Io sono così” invece di “ Io sono diventato così per sopravvivere”. Il lavoro clinico (e umano ) Non consiste nel correggere i comportamenti,
ma nel ricostruire la genealogia affettiva:. vedere da dove viene quella postura,
restituirle dignità, e poi, lentamente, dismetterla. Solo così l’evitamento può diventare scelta, l’anaffettività può tornare sensibilità, la dipendenza può trasformarsi in legame. Non si guarisce tradendo la propria storia. Si guarisce smettendo di esserne prigionieri.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie