21/09/2020
DEMENZA DI ALZHEIMER E PERCEZIONE DI SE’
Guardate con attenzione gli autoritratti di William Utermohlen realizzati dal 1996 al 2000, a cui nel 1995 fu diagnosticata la demenza di Alzheimer. William, dopo essersi documentato sulle conseguenze di tale patologia, iniziò a dipingere suoi autoritratti per non scordarsi mai chi fosse, nonostante il progredire della patologia. Tuttavia, come possiamo vedere, il suo tentativo fallì, rappresentano il racconto di un uomo che si vide scomparire, un’identità che si p***e come se qualcuno l’avesse cancellata a mano a mano.
Il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza: l’Organizzazione Mondiale di Sanità stima infatti che il numero delle persone affette a livello mondiale si aggiri intorno ai 35,6 milioni.
L’Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante con esordio prevalentemente in età presenile (oltre i 65 anni) e si stima che circa il 50-70% dei casi di demenza sia dovuta a tale condizione.
Questa patologia causa, a livello anatomico-cerebrale, un accumulo di beta amiloide che, precipitando all’interno della cellula, impedisce la respirazione e ne provoca la morte; al contempo abbiamo i cosiddetti grovigli neurofibrillari, costituiti da gomitoli di proteina TAU fosforilata, che concorrono anche questi alla morte cellulare. Si ha quindi atrofia in particolar modo nelle zone limbiche, nelle cortecce entorinali, nell’ippocampo, nelle aree associative parietali e temporali.
Il quadro clinico che ne consegue è molto complesso e invalidante. Il paziente affetto da morbo di Alzheimer sviluppa infatti un declino cognitivo consistente in perdita di memoria, disorientamento spazio-temporale, afasia, aprassia, agnosia e deficit esecutivo. In alcuni casi, a questo quadro si affianca anche un disturbo di natura comportamentale. È quindi facilmente comprensibile quanto possa essere invalidante questa patologia e quanto possa essere drammatica la quotidianità per il paziente affetto e per i suoi cari che giorno dopo giorno assistono impotenti non solo all’avanzamento dell’infermità mentale e fisica, ma anche alla retrocessione di ciò che secondo alcuni costituisce la più profonda essenza dell’essere umano: la memoria degli altri, ma anche di se stesso.