Dott.ssa Fabriziani Psicoterapeuta Roma

Dott.ssa Fabriziani Psicoterapeuta Roma Psicologa, Psicoterapeuta, Esperta in Psicologia delle Dipendenze.

19/02/2026

Ci sono persone che vivono in un costante stato di iper-vigilanza narcisistica e  il controllo è l'unico antidoto alla l...
12/02/2026

Ci sono persone che vivono in un costante stato di iper-vigilanza narcisistica e il controllo è l'unico antidoto alla loro angoscia.
Dietro la "cattiveria" e la maleducazione (che sono i sintomi superficiali), spesso si cela un Sé estremamente fragile. A volte, per esempio, può capitare che queste persone possano escludere altre persone e questo diviene a tutti gli effetti un atto di potere preventivo: "Ti escludo io prima che tu possa rifiutare me". È un modo per gestire l'ansia sociale trasformandola in dominio.
Spesso tagliano i ponti con amici, colleghi o familiari e ciò conferma uno schema di "taglio emotivo". Invece di negoziare i conflitti, loro li recidono. È più facile eliminare l'altro che gestire la frustrazione di non essere confermati nel loro ruolo di "controllante".
​MI è capitato di notare che molti di loro utilizzano i social come strumento per apparire vittime e nascondere in questo modo la loro aggressività.
È il meccanismo di difesa principale. Loro non tollerarano l'idea di essere persone "difficili" o "cattive". Quindi, proiettano queste parti d'ombra all'esterno. Se loro escludono te, è perché tu sei una persona inadeguata o malevola. I post "frecciatina" servono a confermare loro stessi: "Io sono nel giusto, il mondo è sporco".

Per mantenere un'immagine di loro integra, devono riscrivere la narrazione. Ogni conflitto diventa una prova della cattiveria altrui. Il social diventa il tribunale dove loro sono gli unici giudici e in questo modo si auto-assolvono.

Comunicare offese tramite i social è un fenomeno molto comune oggi, che potremmo definire "Aggressività Passiva Digitale".
Sui social, loro posdono interpretare contemporaneamente il ruolo di Vittima (degli altri cattivi) e di Persecutore (mandando frecciate pubbliche), sperando di essere visti come Salvatore di loro stessi.
Mandare una frecciata su Facebook è molto più sicuro che affrontare gli altri di persona. È un modo per "colpire" senza rischiare il feedback immediato dell'altro.

In conclusione ​siamo di fronte a individui che stanno invecchiando in solitudine e che usano l'aggressività come un mantello per non mostrare quanto si sentano, in realtà, minacciati dagli altri.

Il loro comportamento è un microcosmo del loro stesso fallimento relazionale cronico.

​Come psicoterapeuta sono consapevole che persone così raramente arrivano in terapia, perché il loro sistema difensivo (la colpa è sempre degli altri) è troppo rigido per permettere l'insight.
Come professionista, sono consapevole che dietro questa maschera di ferro c'è un'incapacità profonda di gestire il dissenso. Le persone iper-vigili non governano, ma dividono, finendo per restare gli unici protagonisti di un teatro vuoto.


Il trauma transgenerazionale non si eredita solo nei fatti.Si eredita nel trattenersi, quando qualcuno prima di noi ha d...
31/01/2026

Il trauma transgenerazionale non si eredita solo nei fatti.

Si eredita nel trattenersi, quando qualcuno prima di noi ha dovuto farlo.

Nel non chiedere, perché chiedere non era sicuro.

Nel controllare tutto, perché il caos faceva paura.
Nel sentirsi “troppo” o “mai abbastanza”, quando c’erano regole o limiti rigidi.

Si eredita nel corpo che resta in allerta,
nelle relazioni che faticano a essere spazi sicuri.

Si eredita nel bisogno di adattarsi per non perdere il legame.

Ma ciò che ha protetto una generazione può imprigionare la successiva.
Ed è qui che la ripetizione chiede di essere vista.

Spezzare un legame transgenerazionale non è un atto di ribellione.
È un atto di consapevolezza e responsabilità.
Significa scegliere di non trasmettere ciò che ha fatto male,
pur riconoscendo da dove viene.

In terapia, questo passaggio restituisce libertà:
non cancellare la storia,
ma finalmente non esserne prigionieri.





Perché, quando sbagliamo qualcosa di importante,diamo la colpa a qualcun altro?Perché assumersi la responsabilitànon è s...
27/01/2026

Perché, quando sbagliamo qualcosa di importante,
diamo la colpa a qualcun altro?
Perché assumersi la responsabilità
non è solo dire “ho sbagliato”.
È tollerare vergogna, paura del giudizio, senso di inadeguatezza.

Per molte persone l’errore
non è un fatto,
ma una minaccia all’identità:
“se sbaglio, non valgo.”
Così la mente si difende.
Spesso in modo automatico.
Non per cattiveria,
ma per protezione.

È più facile trovare un colpevole
che restare in contatto con il disagio.

In terapia personalmente lavoro sul concetto di scelta.
Non si cerca chi ha torto.
Si crea uno spazio sicuro
in cui l’errore non definisce la persona.
Si lavora per distinguere
responsabilità da colpa,
per ridurre la vergogna,
per trasformare il “mi difendo”
in “me ne prendo cura”.
Quando una persona si sente al sicuro,
la responsabilità smette di far paura.
E diventa una risorsa,
non una condanna.
È qui che comincia la vera evoluzione.



Esiste un detto che mi colpisce profondamente:"RISPETTA IL CANE PER IL PADRONE.”Spesso pensiamo di rispettare chi stimia...
24/01/2026

Esiste un detto che mi colpisce profondamente:
"RISPETTA IL CANE PER IL PADRONE.”

Spesso pensiamo di rispettare chi stimiamo, ammiriamo o temiamo.
Ma quello stesso rispetto non sempre lo riserviamo a chi è legato a quella persona, a ciò che per lei è più prezioso.
È come essere invitati a casa di qualcuno che ammiri e poi danneggiare ciò che per lui ha valore.

In psicologia capita spesso di osservare questo comportamento: si onora chi è forte, ma si colpisce chi rappresenta un legame profondo con quella forza.

Perché accade? Spesso perché il rispetto è selettivo: temiamo o ammiriamo il potere, ma non riconosciamo il valore di ciò che quella persona ama o protegge. È un problema di empatia coerente: il vero rispetto non si limita alla persona, ma include ciò che per lei è prezioso.

Il vero rispetto, invece, è coerente.
Non cambia bersaglio.
Non ferisce chi è più esposto.
Perché rispettare davvero qualcuno significa rispettare anche ciò che ama.
Chi non sa farlo, non conosce il vero rispetto.

Nel mio lavoro psicoterapeutico non insegno ai pazienti a eliminare l’ansia.Insegno a conoscerla, contenerla e regolarla...
23/01/2026

Nel mio lavoro psicoterapeutico non insegno ai pazienti a eliminare l’ansia.
Insegno a conoscerla, contenerla e regolarla.
L’ansia è un segnale, non un nemico.
Diventa soffocante solo quando prende tutto lo spazio.
In terapia lavoriamo su:
• dare un nome all’ansia
• separarla dall’identità (“non sei la tua ansia”)
• costruire confini emotivi chiari
• riportare sicurezza nel corpo
• trasformare l’allarme in informazione
Quando l’ansia viene ascoltata e contenuta, smette di urlare.
E la persona torna a sentirsi competente, presente, padrona di sé.
La psicoterapia non serve a zittire ciò che fa paura,
ma a educarlo.

16/12/2025

Spesso pensiamo che evitare un dolore, una paura, una verità scomoda sia la strada più semplice per stare meglio.Mettiam...
28/11/2025

Spesso pensiamo che evitare un dolore, una paura, una verità scomoda sia la strada più semplice per stare meglio.
Mettiamo da parte, rimandiamo, facciamo finta che non esista.

Ma quello che non affrontiamo non scompare.
Resta dentro di noi, si trasforma, cambia maschera e prima o poi ritorna...nei pensieri ricorrenti, nelle reazioni eccessive, nelle relazioni che si ripetono, nei disagi che non sappiamo spiegare.

Affrontare fa paura, sì.
Ma ignorare costa molto di più.
Il coraggio non è non avere paura.
Il coraggio è smettere di fuggire da ciò che chiede solo di essere visto










Spesso dimentichiamo che il modo in cui le persone agiscono non è uno specchio di chi siamo noi, ma del percorso che sta...
25/11/2025

Spesso dimentichiamo che il modo in cui le persone agiscono non è uno specchio di chi siamo noi, ma del percorso che stanno vivendo.

Ognuno porta con sé fatiche, pensieri, paure e storie che non conosciamo. E a volte quei pesi diventano gesti, silenzi, distanze o reazioni che non hanno nulla a che vedere con il nostro valore.

Quando impariamo a vederla così, cambia tutto:
smettiamo di prendere sul personale ciò che personale non è,
impariamo a proteggerci,
e lasciamo agli altri la responsabilità delle loro emozioni.

Non è indifferenza: è lucidità.
È scegliere di non farsi caricare da ciò che non nasce da noi.
Perché ognuno ha la propria battaglia…
e non tutte meritano di diventare la nostra.

Vi capita mai di incontrare persone che non riescono a vedere ciò che una persona sensibile coglie nei comportamenti deg...
24/11/2025

Vi capita mai di incontrare persone che non riescono a vedere ciò che una persona sensibile coglie nei comportamenti degli altri?

Questi "altri" a volte entrano nella vita di tutti in punta di piedi, ma finiscono per diventarne il centro.
Sono sempre carini, presenti, disponibili e proprio per questo conquistano consenso.

Ma dietro la gentilezza può nascondersi un bisogno più sottile:
quello di controllare le dinamiche, orientare le scelte, essere indispensabili.

Il gruppo finisce per dipendere da loro, senza accorgersi dei piccoli giochi di potere sotto la superficie.
E mentre molti vedono loro solo come “simpatici e disponibili”, chi è più sensibile avverte anche i limiti, le incoerenze, gli spazi che si restringono.

Non è diffidenza.
È lucidità emotiva.

La sensibilità non inganna: illumina ciò che gli altri non osano guardare.





20/11/2025


















18/11/2025

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Rome

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