La Stanza della Psicologia

La Stanza della Psicologia luogo virtuale nel quale si affrontano tutte le tematiche riguardanti la psiche

Per consulenze private si prega di contattare tramite i seguenti contatti:

brecciagiovanna@gmail.com
Cell: 3393231589

L’IMPERATORE CHE NON SAPEVA AMARE: FEDERICO II, TRA CODICE E CRUDELTÀ Ho appena chiuso la biografia di Ernst Kantorowicz...
01/04/2026

L’IMPERATORE CHE NON SAPEVA AMARE: FEDERICO II, TRA CODICE E CRUDELTÀ

Ho appena chiuso la biografia di Ernst Kantorowicz su Federico II di Svevia. Un’opera scritta nel 1927 che conserva ancora oggi tutto il suo fascino.

Kantorowicz dipinge Federico come un Messia laico, lo Stupor Mundi. Ma tra le pagine gloriose, emerge il profilo di un uomo la cui intelligenza era pari al suo distacco emotivo, un uomo che ha usato il mondo come un laboratorio chimico.

Sebbene il libro lo celebri come una divinità solare, non riesco a scindere il mito dal profilo psicologico che emerge dai fatti.

Se Federico fosse un paziente oggi, parleremmo di un narcisista grandioso ad alto funzionamento, capace di intuizioni epocali ma affetto da una pericolosa cecità empatica.

Sognò lo Stato, ma dimenticò l'Uomo.
Non fu l'ultimo degli imperatori medievali, ma il primo dei sovrani moderni che scelse di abitare in un deserto fatto della propria grandezza.

Per tracciare un profilo probabile, dobbiamo guardare oltre il trono. Salimbene da Parma, un cronachista dell'epoca, attento ai dettagli e amante del gossip (anche se storicamente attendibile) racconta di Federico, definito. "epicureo" (nel senso di eretico), storie sulla sua presunta follia e sui suoi comportamenti bizzarri, come l'esperimento sui bambini per scoprire la "lingua originaria" dell'uomo, ovvero quella che pensava essere "la lingua di Dio. Ordinò che alcuni neonati fossero allevati nel silenzio assoluto: le nutrici potevano allattarli e pulirli, ma non potevano parlare con loro, né accarezzarli o cantare ninne nanne.
Il risultato fu la morte di tutti i bambini.

Da un punto di vista psicologico, questo esperimento rivela una mente che oggettivizza l'altro. Per Federico, gli esseri umani erano variabili di un'equazione, "materiale" da laboratorio per saziare la propria onnipotenza intellettuale. La sua curiosità non dimostra amore per la conoscenza, ma bisogno di controllo assoluto sulle leggi della vita.

​Dall'altra parte abbiamo il genio delle Costituzioni di Melfi. Qui il suo narcisismo diventa generativo: Federico codifica le leggi, centralizza il potere, sottrae forza all'arbitrio dei baroni per darla allo Stato.

Perché lo fece? Probabilmente non per "altruismo", ma perché la Legge era la proiezione della sua mente ordinata e superiore.
Codificare il mondo significava dominarlo, renderlo prevedibile, trasformare l'impero in un orologio perfetto di cui lui era l'unico orologiaio.

L'ordine fu per lui uno scudo, una corazza, contro il caos emotivo in cui era cresciuto, la solitudine dell'orfano in un mondo anaffettivo e ipocrita, dominato dalla sete di potere nel quale difendere la sua sopravvivenza.
Era un "cucciolo di leone" in un nido di vipere.

​Psicologicamente, Federico non ha mai avuto una base sicura.
​ Perde i genitori quasi subito. Viene lasciato a Palermo, formalmente sotto la tutela del Papa (suo nemico politico) e circondato da baroni che lo vedevano come un ostacolo.

​ Crescere "solo" tra i vicoli e le corti complottiste lo ha costretto a sviluppare una difesa estrema: l'iper-vigilanza. Per sopravvivere, ha dovuto imparare a leggere il doppio fine in ogni sorriso.

Questa non è paranoia clinica all'inizio, è adattamento. Ma quando questo schema si fissa in una personalità narcisista, diventa patologico.

Eppure, questo stesso uomo "senza cuore" fu colui che diede all'Europa il primo grande codice di leggi moderno. Con le Costituzioni di Melfi, superò il caos del medioevo, ​affermò la supremazia dello Stato sopra i baroni, introdusse il concetto di giustizia pubblica, diede una struttura razionale e codificata al vivere civile.

​Qui sta il paradosso di Federico: era un narcisista megalomane che tuttavia capiva la necessità della Legge. Forse non per amore dei sudditi, ma per amore dell'Ordine. Un ordine che doveva riflettere la sua mente geometrica.

Fu un uomo di eccezionale intelligenza, di grande capacità diplomatica, parlava sei lingue, amante della cultura e dell'arte, un uomo superiore di molto alla norma, dotato di un'altissimo concetto di sé che lo indusse a non tenere in alcun conto ben tre scomuniche papali, ma sappiamo che questa ipertrofia dell'Ego sul piano cognitivo può avere come contraltare un nanismo sul piano affettivo.

Dall'ipervigilanza si arriva purtroppo presto alla paranoia.
​Il narcisista grandioso non tollera il fallimento e, soprattutto, non tollera di essere "fregato".

Il punto di rottura fu il presunto tradimento di Pier delle Vigne, il suo consigliere più intimo, colui che aveva "entrambe le chiavi" del suo cuore (Dante, Inferno, Canto XIII).
​La reazione: Federico non si limitò a punirlo; lo fece accecare.

Quando il narcisista si sente tradito da chi considera un'estensione di sé, la ferita è insopportabile.

Da quel momento, il mondo intero divenne un nemico. Il delirio di persecuzione prese il sopravvento: sospettava dei medici, dei cuochi, persino dei figli rimasti. Si rinchiuse nei suoi castelli in Puglia, trasformando il suo splendore in un isolamento sdegnoso.

​C'è un contrasto tragico tra la sua attività di legislatore e la sua psiche profonda:
​ Con le Leggi, "Le Costituzioni di Melfi", il suo Ego creava un mondo razionale, dove tutto era scritto e prevedibile.
Ma più cercava di regolare il mondo con le leggi, più si rendeva conto che non poteva regolare il cuore degli uomini.

​ La conclusione fu un "Solipsismo Imperiale".
Federico finì i suoi giorni in un isolamento che è tipico dei grandi narcisisti.

Poiché nessuno era alla sua altezza e nessuno era degno della sua fiducia, rimase l'unico abitante del suo universo.

La sua "meteora" si spense non solo per le sconfitte militari, ma per l'esaurimento di un uomo che, non avendo mai imparato a ricevere amore o a darne, finì per vedere solo congiure ovunque guardasse.

Federico fu una meteora di ghiaccio perché costruì un sistema che non poteva sopravvivergli. Un narcisista di tale portata non crea eredi, crea satelliti. Quando il sole si spegne, i satelliti vagano nel buio.

Distrusse i suoi figli (pensiamo al suicidio di Enrico VII in cella) perché non accettava che fossero altro da sé.

​Ci lascia una lezione amara: l'intelligenza suprema e le leggi più avanzate nulla possono se non sono radicate nell'umanità.

Federico II ci ha dato la struttura dello Stato moderno, la prima Università di Stato, la lingua volgare trasformata in poesia, ma ci ha mostrato anche l'abisso di un potere che non conosce la compassione.

Ha costruito castelli di pietra per difendersi da un mondo che, fin da bambino, gli aveva insegnato che l'altro è sempre un pericolo. Le sue leggi furono il tentativo di mettere in gabbia il caos, ma la sua paranoia è stata la sbarra finale della sua stessa prigione.

SIAMO FIGLI DEL TRAUMA O DELLE NOSTRE SCELTE? ​In questo post esploro la figura di Søren Kierkegaard non come filosofo, ...
28/03/2026

SIAMO FIGLI DEL TRAUMA O DELLE NOSTRE SCELTE?

​In questo post esploro la figura di Søren Kierkegaard non come filosofo, ma come "caso clinico" straordinario. Dalla malinconia ereditaria di un padre ingombrante al silenzio di una madre vissuta come "colpa", Søren ha trasformato il suo abisso in una mappa per l'anima moderna.

​Perché un analista dovrebbe interessarsi a lui oggi? Perché Kierkegaard ci ha insegnato che l'angoscia non è una malattia da curare, ma la "vertigine della libertà" necessaria per diventare finalmente se stessi.

Ho tentato un'analisi che spiega il fascino che Kierkegaard esercita su di noi psicoanalisti.

​C'è un confine sottile, quasi invisibile, dove la psicopatologia smette di essere un limite e diventa un organo di senso. Søren Kierkegaard abita esattamente quel confine.
Per noi analisti, Søren non è solo il padre dell'esistenzialismo; è il "paziente zero" della modernità, un uomo che ha trasformato un potenziale crollo psichico nella più lucida analisi della condizione umana.
Perché dunque dovremmo interessarci a un filosofo dell'800? Perché le sue nevrosi sono lo specchio delle nostre, e la sua "cura" - la scrittura - è il più grande esempio di resilienza creativa della storia.

Tutto in Kierkegaard nasce da un sequestro psichico del Sé operato dal padre, Michael Pedersen, che rappresentò sembre la sua ombra inquietante.
Non fu vittima solo di un’educazione luterana rigida, di una convinzione veterotestamentaria per cui le colpe dei padri ricadono sui figli, ma di un travaso transgenerazionale di angoscia. Michael, schiacciato dal senso di colpa per aver "bestemmiato Dio" da bambino e per una condotta sessuale vissuta come peccaminosa, proiettò sul figlio un Super-Io sadico e onnipotente.
​Søren ereditò dal padre una fortuna economica ma al contempo un debito spirituale inestinguibile.
Questo "terremoto" interiore trasformò il Peccato Originale da dogma a vissuto clinico: la colpa che lo divorava non era solo l'’azione compiuta dal padre, era il clima psichico di una casa dove il padre è un idolo caduto che trascina con sé la prole.
Tutti i fratelli morirono tranne lui, il primogenito, segno che interpretò, allo stesso modo del padre, come punizione divina.
Questa architettura del dolore poggia su un silenzio assordante: quello della madre, Ane. Se il padre è la Legge (anche se perversa), la madre rappresenta per Søren la "colpa vivente". Ex domestica messa incinta prima del matrimonio, Ane incarna la caduta del padre nella pulsione della carne e nella colpa del corpo ("il fallo di Betsabea" come Kierkegaard la definì). Søren è pertanto il frutto del peccato destinato a ereditare la colpa.
La totale rimozione della figura materna nei diari di Søren suggerisce una negazione radicale della propria origine biologica. Per lui, la carne non è accoglienza materna, ma degradazione.
Questo vuoto di rispecchiamento primario genera una "religiosità del deserto", dove l'unico modo per salvarsi è nascere una seconda volta attraverso lo Spirito, rinnegando la genealogia "infetta" della carne.
È su questo sfondo di desolazione affettiva che si consuma il dramma con Regine Olsen. Sposarla avrebbe significato per Søren "entrare nella realtà", accettare la propria eredità biologica e rischiare di trasformare Regine in una nuova Ane: una vittima silenziosa della sua malinconia ereditaria.
La celebre rottura del fidanzamento è una formazione reattiva magistrale: Søren si finse un seduttore cinico per farsi lasciare, salvaguardando l'oggetto amato attraverso la propria auto-distruzione sociale. È un vero e proprio atto di narcisismo, anche se eroico: sacrificare l'incontro reale per eternare l'Altro nell'Ideale. Regine ne avrebbe sofferto a lungo e intensamente.
Assistiamo in seguito a una vena e propria "Scissione Funzionale", atta a preservare il Genio dal disturbo psichico.
Non potendo abitare un'identità unitaria, Kierkegaard frammenta il proprio Io in una legione di pseudonimi. Ogni nome (Victor Eremita, Johannes de Silentio, Anti-Climacus) è una parte del Sé messa in scena in un teatro psichico, onde evitare la frammentazione definitiva.
La sua scrittura è stata un’autoterapia coattiva che ha trasformato la malinconia (Tungsind) in uno strumento di indagine universale.
Søren ci dimostra che il "guasto" non va sempre riparato: a volte può essere l'unico strumento per produrre Verità attraverso la sublimazione.

Oggi i pazienti arrivano in studio con l'ansia; Kierkegaard ci ricorda che l'angoscia è la "vertigine della libertà". Non è un errore del sistema, ma il segnale che siamo vivi, responsabili e capaci di scelta.
La sua "marcia in più" - la fede o il salto nel paradosso - non è un anestetico, ma l'armatura per affrontare l'abisso senza cedere alla disperazione.

​Ci lascia due bussole fondamentali per il lavoro clinico e umano:
​"L'angoscia è la vertigine della libertà"
"La forma più profonda di disperazione è scegliere di essere un altro"

​In conclusione: Kierkegaard non è un filosofo da studiare, è un'esperienza da attraversare. Ci insegna che non siamo solo ciò che i nostri genitori hanno fatto di noi, ma ciò che noi riusciamo a fare con quello che ci hanno lasciato.

La sua origine avrebbe potuto essere una condanna, ma lui ne fece una cattedrale filosofica: l'unico modo possibile per riuscire a individuarsi e vivere.

LA STORIA: AVREI PREFERITO VIVERE IN UN'ALTRA EPOCA, MA NON SO QUALE  Sono appassionata di storia, studio, leggo di cont...
26/03/2026

LA STORIA: AVREI PREFERITO VIVERE IN UN'ALTRA EPOCA, MA NON SO QUALE

Sono appassionata di storia, studio, leggo di continuo, ascolto conferenze e mi domando se mai vi sia stata un'epoca della storia meno o più atroce della nostra.

Ci sembra per molti aspetti che l'epoca che viviamo sia più favorevole alla vita. Abbiamo a disposizione conoscenze e mezzi che in passato non erano minimamente immaginabili.

Mi domando perché allora non siamo più felici dato l'enorme progresso compiuto. Abbiamo treni, aerei, macchine, mezzi di comunicazione, luce, acqua, fognature che in passato non esistevano. L'igiene non esisteva e Roma, Parigi, Firenze, Londra puzzavano, anche perché i macellai gettavano gli scarti nei fiumi. Ma anche i cadaveri venivano occultati in quel modo.

La scienza medica ha allungato di molto la vita. Raggiungere i cinquant'anni era già una meta nel secolo diciannovesimo.

Ma l'uomo è meno feroce? Meno egoista? Meno malvagio e crudele? È migliorato nella capacità di amare? Di non fare il male a sé stesso e agli altri?

La verità è che tutti portiamo in noi la memoria e le pulsioni dell'uomo delle caverne. Nell'essenza l'uomo è sempre lo stesso, tenuto a freno dalle regole sociali che hanno permesso la sopravvivenza della specie.

Ma, come si sa, basta un nulla, un ottimo motivo personale, per infrangerle.

Nei tempi andati, e non solo remoti, omicidi, stragi, guerre erano giustificati, tollerati, permessi in nome di una qualche ragione.

Si uccideva per inimicizie personali o per ragion di stato. Oggi si uccide in molti modi, distruggendo la reputazione di una persona, recandole ingiustizie di ogni tipo.

C'e sempre un abisso tra chi detiene potere e ricchezze e chi marcisce nel fango della miseria. Solo la morte è sempre stata democratica e sempre lo sarà, anche se c'è chi muore solo e senza cure e chi nella clinica di lusso.

Un tempo la mortalità infantile era una piaga e si mettevano al mondo dieci, venti e più figli nel tentativo di conservare la specie. E poi le pesti, che distruggevano la metà o più della popolazione. Oggi si mettono al mondo sempre meno figli e la mortalità infantile non è così vincente sulla vita.

Oggi abbiamo molti strumenti per contrastare tutto questo dolore.

Allora, perché stiamo tutti tanto male, se non fisicamente, psicologicamente? Siamo tutti nevrotici, come diceva bene Freud, tutti infelici per un motivo o per l'altro.
"Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt"

Questo celebre verso dell'Eneide di Virgilio (Libro I, 462) testimonia il dolore universale che segna ogni vita e tutta la storia.

Ha un significato profondo: le cose stesse, le vicende umane, hanno lacrime. Vi è un intimo legame tra gli accadimenti e la sofferenza umana e questa "tristezza delle cose", che è l'universale condizione mortale, commuove l'anima.

Allora non mi viene più da pensare che avrei preferito vivere in chissà quale altra epoca. È un pensiero insensato giacché tutta la storia è lacrime di sangue.

Perché a noi umani non basta mai nulla. Si vuole di più, sempre di più, e tutti vorremmo la pace quando non si sta in pace neanche nelle famiglie o con quei pochi amici rimasti.

L'uomo non è cambiato. Il progresso non lo ha migliorato interiormente. Si è solo messo addosso la maschera pasticcia dell'uomo civile, l'uomo "etico", come direbbe Kierkegaard, pronta a cadere quando viene toccato il suo Ego smisurato.

Non sono bastati duemila anni di cristianesimo, non è servita tanta speculazione filosofica, tanta arte, tanta poesia, tanta letteratura a renderlo meno belluino.

Anche in Oriente, il pensiero millenario dei saggi, non è servito a rendere migliore il mondo, anche se molti oggi cerchino lì chissà quale miracolo per i loro problemi.

Guardo indietro, al passato, e vedo nefandezze, le stesse che vedo oggi, anche se hanno preso una piega meno manifesta, più subdola.

Non sono per natura pessimista, ma sono convinta che solo una catastrofe universale, forse, e dico forse, farà piazza pulita di tutto il male che imperversa.

E forse l'uomo che sopravviverà comprenderà che ha sbagliato tutto, proprio tutto e, memore dei suoi errori, capirà il valore dell'umiltá, della semplicità, della convivenza con i pochi superstiti, dell'amore per la vita propria e degli altri.

Capirà che è la comune mortalità, non l'autoesalazione, a renderlo
compassionevole e veramente umano.

"NIENTE DA PERDERE": LA FOLLIA LUCIDA Il film "Niente da perdere" racconta le vicende di Edir Macedo, famoso predicatore...
24/03/2026

"NIENTE DA PERDERE": LA FOLLIA LUCIDA

Il film "Niente da perdere" racconta le vicende di Edir Macedo, famoso predicatore brasiliano.

La mia mente clinica ha percepito che non ci troviamo di fronte a una "follia" come patologia disorganizzante, ma a quel fenomeno che in analisi chiamiamo delirio di grandezza sistematizzato.

Quando l'esaltazione incontra il potere messianico, l'individuo smette di servire Dio e inizia a "diventare" Dio, usando la religione come una scenografia per il proprio narcisismo.

Non possiamo non evidenziare la "follia lucida" di Edir Macedo, ricostruttore a S. Paolo del Tempio di Salomone, trasferendo materiale dalla Terra Santa con un costo di 300 milioni di dollari e trasportando 40000 metri quadrati di pietre pregiate di Hebron, le stesse che si ritiene siano state usate per la costruzione del tempio originale.

Quanto siamo lontani dalla "santa pazzia" di Francesco. In Macedo "follia narcisistica", in Francesco "follia evangelica", che lo porta con zero denaro a costruire un'opera immensa destinata a resistere ed essere sempre viva nel tempo.

​Nel film su Edir Macedo, ciò che spaventa e sgomenta è la freddezza del progetto. Non c'è il dubbio, non c'è la crisi, non c'è l'umano che trema davanti all'Assoluto. C'è solo l'ascesa di un uomo che si convince di essere l'unico interprete della volontà divina.

È l'uomo di oggi che ​vive di autoesaltazione, di una follia che accumula. Ha bisogno di 300 milioni di dollari e pietre importate da Israele per "dimostrare" che Dio è con lui.

È evidente una struttura di personalità paranoica: Il mondo mi combatte, mi perseguita, quindi io costruisco un castello inespugnabile per mostrare la mia forza.

Il Tempio di San Paolo non è una casa per i poveri, è un monumento all'Io del suo fondatore che si è autoproclamato "vescovo" senza neanche essere sacerdote.

​La follia di Francesco è invece una follia che sottrae. Francesco che si spoglia n**o davanti al vescovo e al padre non sta cercando il potere, sta rompendo con la logica del possesso. La sua è una "follia" che spaventa i potenti perché non è comprabile. Francesco non vuole marmi, vuole la nudità di Cristo.

Francesco fu un semplice umile frate, mai sacerdote, e attese a lungo l'approvazione del suo ordine da parte del papa che infine la concesse dopo molte correzioni alla regola che sembrava troppo rigida.

​Da psicoanalista, il dettaglio del "farsi vescovo da solo" è il sintomo più grave. Significa rifiutare la castrazione simbolica: non riconosco nessuno sopra di me, non accetto padri, non accetto fratelli che possano correggermi.

​Francesco (che resta frate) accetta di essere "minore".
​L'esaltato deve essere "massimo".

​Un'ultima riflessione puramente da psicoanalista, non da credente che pur sono, sulla Chiesa dei Battezzati:

​oggi l'ateismo dilaga perché la gente vede questi "folli esaltati" e non solo questi. Vede solo prelati e clero corrotti, assetati di potere e denaro.

Pensa che la Chiesa sia quella roba lì: uno spettacolo televisivo, un business, un delirio di onnipotenza, uno sfarzo senza freni

Dobbiamo ricordare con fermezza che la Chiesa non è il predicatore col jet privato o il prete, i tanti preti corrotti

La chiesa sono i milioni di battezzati che ogni giorno vivono l'umiltà nel silenzio.

La Chiesa è quel legame che unisce tutti e che impedisce a un singolo uomo di dichiararsi "padrone della verità".

​ Preferisco la follia di chi perde tutto per amore (Francesco) alla f***e lucidità di chi accumula milioni per costruire un tempio di pietre morte e possedere beni di lusso con le decime dei poveri.
La fede non è un'esaltazione della personalità, è la guarigione dal proprio narcisismo attraverso l'obbedienza a qualcosa di più grande di noi.

Potrei parlare di molte altre figure di "predicatori" che hanno credito in America e non solo, e che sono arrivati a noi coi loro libri e sono anche qui molto apprezzati e seguiti come leader carismatici. Ma questo è un discorso complesso che farò in altro momento in quanto riguarda una sorta di spiritualità generalizzata e confusa che ha soppiantato il sentimento religioso autentico.

L'EGOCENTRISMO DEL DOLORE: PERCHÉ THE WHALE CI RESPINGE MENTRE CI COMMUOVE​RIIFLEFLESSIONI DI UNA PSICOANALISTA ​Guardar...
17/03/2026

L'EGOCENTRISMO DEL DOLORE: PERCHÉ THE WHALE CI RESPINGE MENTRE CI COMMUOVE

​RIIFLEFLESSIONI DI UNA PSICOANALISTA

​Guardare The Whale di Darren Aronofsky è un’esperienza claustrofobica che ci costringe a fare i conti con un’ambivalenza disturbante.

Molti spettatori e gran parte della critica sono rimasti stregati dalla "dolcezza" dello sguardo di Charlie e dalla prova attoriale di Brendan Fraser, arrivando fino alle lacrime.

Come psicoanalista, tuttavia, la mia reazione è stata differente: non ho pianto,
pur riconoscendo l'interpretazione superba dell'attore.

Ho colto immediatamente l'ambiguità profonda e la manipolazione, seppur inconscia, del protagonista e che attraversa come filo conduttore l'intera pellicola,

Non è il corpo di Charlie a suscitare orrore, ma l’egocentrismo radicale che si nasconde dietro il suo martirio.

​In questo dramma da camera, la stanza di Charlie non è un rifugio, ma un teatro psichico dove ogni personaggio mette in scena il proprio egoismo, mascherato da cura.

È immediata la simmetria crudele e paradossale con il compagno di Charlie, Alan, morto di inedia e suicida per espiare la "colpa" di un amore condannato da una setta fanatica.

Charlie risponde al vuoto lasciato dal senso di colpa per la morte del compagno (e non solo, di colpe ne ha a iosa) con l'eccesso opposto: l'iperfagia.

Entrambi hanno fatto del corpo un campo di battaglia per espiare la "colpa".

Ma se per Alan la colpa è indotta da uno stigma di una qualche setta religiosa che trasforma l'amore omosessuale in peccato e il corpo in una prigione da cui evadere, per Charlie la colpa ha a che vedere, più che con la fede, con le conseguenze sociali che la sua scelta ha comportato: l'abbandono della moglie e della figlia, oramai in netta ostilità col padre.

È questo il fallimento che l'Ego di Charlie non può sopportare e fa di tutto per cancellare.

Non si arrende, non accetta: vuole recuperare la stima della figlia lodandone la bellezza e l'intelligenza e donando denaro.

​Bisogna dare atto al regista del film e in primis a Samuel D. Hunter, autore dell'opera teatrale originale, di non aver avuto la pretesa di fare psicoanalisi.

Il film si concentra sul presente assoluto, l'ultimo stadio di un disfacimento di cui vediamo solo l'atto finale.

Nel mio lavoro quotidiano con i disturbi alimentari, il compito è l'opposto: non fermarsi al presente, ma ricostruire la storia e trovare il senso del sintomo per poterlo curare.

Il film mette in scena una fine. La clinica lavora per un inizio.

In questo "ultimo atto", Charlie appare come un uomo che occupa tutto lo spazio emotivo, usando di continuo la frase "mi dispiace", terribilmente ambigua come riparazione. In realtà è lo scudo per restare al centro della scena senza dover cambiare.

​Attorno a lui si muove un coro di complici: Liz, l'infermiera, lo nutre per non lasciar morire il ricordo del fratello.

Thomas, il missionario, non cerca altro se non un riscatto sociale attraverso la sua conversione.

Mary, la moglie, giustamente adirata, infine soccombe anch'essa a una pietà che non libera nessuno.

L’unico personaggio lucido e coerente è la figlia Ellie.

La sua "crudeltà" è l'unica forma di onestà: non compatisce il padre, gli dice "fai schifo", lo guarda davvero, rifiutando di farsi manipolare dal denaro o dall'idealizzazione estetica di un padre che non l'ha mai vista realmente.

​Direi che il film è "bello"? No. È fatto bene, certamente, ma lo trovo profondamente inquietante, quasi che il regista abbia proiettato nell'opera fantasmi personali irrisolti.

È tuttavia fondamentale, per me che svolgo una professione che mi ha permesso di lavorare sull'infinita gamma dei disturbi alimentari, ricordare che non tutti i bulimici sono Charlie.

Nella realtà clinica, moltissime persone lottano quotidianamente con coraggio per curarsi e non usano il proprio dolore come strumento di potere sugli altri.

La guarigione ha inizio proprio quando il dolore smette di essere un monologo egocentrato e torna a essere un dialogo aperto alla vita.

Nel film, anche l'atto finale di mostrarsi in we**am ai suoi studenti è intriso di questa ambiguità manipolativa.

Charlie lo spaccia per un atto di autenticità, la stessa che esige dai suoi allievi, ma assomiglia molto di più a un ultimo gesto narcisistico.

È un'invasione di confine: costringe gli altri a farsi contenitori del suo orrore, senza curarsi della loro reazione.

È l'eroismo tragico di chi, non potendo più abitare il mondo, decide di traumatizzarlo un'ultima volta per non essere dimenticato.

​Riporto qui l'immagine che meglio rappresenta questo momento di rottura, il punto in cui il "non visto" diventa una presenza ingombrante e inevitabile.

Oltre il Corsetto: Il Delirio di Autosufficienza di Elisabetta di Baviera ​ Se si cerca nel film di Marie Kreutzer "Il c...
15/03/2026

Oltre il Corsetto: Il Delirio di Autosufficienza di Elisabetta di Baviera

​ Se si cerca nel film di Marie Kreutzer "Il corsetto dell'imperatrice" il conforto di un’icona estetica, non si può che rimanere delusi. Il film non ha infatti riscosso il plauso del pubblico.

È invece un'opera eccezionale da cui
emerge un quadro clinico di una potenza devastante.

Come psicoanalista, lo sguardo non può fermarsi alla superficie del sintomo, deve scendere nell'abisso di un solipsismo tragico.

​Elisabetta non soffre solo di restrizione alimentare, controllo della perfezione fisica da mantenere a ogni costo, impossibilità di accettare l'ingovernabilità del passare degli anni, c'è molto altro che la rende un essere umano impenetrabile, agghiacciante per lo spettatore che rimane spiazzato.

Non è così per chi invece esercita la mia professione e per tutti coloro che, pur nelle infinite differenze individuali, si riconoscono in parte o in tutto nel personaggio magistralmente interpretato da Vicky Krieps, ma anche per chi è interessato a comprendere dinamiche tanto complesse.

Il film si apre con il festeggiamento dei quarant'anni dell'imperatrice e si svolge interamente in quell'unico anno, vissuto da lei come una pietra miliare che segna l'irreversibilità del tempo e il suo ultimo destino.

Non è un film aderente agli eventi storici che segneranno in seguito la vita dell'imperatrice. Non è questo l'intento dell'opera che si ferma lì, in quel breve spazio temporale nel quale tutto è già scritto e compiuto, come un inevitabile destino.

Elisabetta è abitata da un delirio di autocontrollo e controllo su chi le è vicino, su cui esercita un potere possessivo, come nel caso della sua dama di compagnia Maria.

La corona le pesa, ma le dà il diritto e il potere di fare dell'altro e della sua vita ciò che vuole.

Elisabetta vive nel mito dell'autosufficienza, di una libertà da tutto e da tutti che la spinge compulsivamente a una fuga senza limite.
Chi può negare i bisogni del proprio corpo può fare a meno di tutto.

È una trappola, un autoinganno, che negando la dipendenza da ogni legame, lo trasforma nell'intoccabile dipendenza dai suoi rituali.

Il suo modo di stare al mondo in costante contrapposizione potrebbe essere interpretato come conseguenza dell'oppressione da parte dell'ambiente familiare e sociale di cui sarebbe vittima.

In realtà non è così e, anche se le offre un alibi potente, esprime la secessione di un "animo virile" che trasforma la privazione in dominio.

Il corpo diventa il territorio di una sovranità assoluta, dove il rifiuto del cibo e dell'altro non sono segni di fragilità, ma atti di una volontà di potenza distruttiva.

​C'è un passaggio che squarcia il velo: la scena della vasca da bagno.

In quell'autoerotismo solitario e gelido c'è il ritirarsi della libido dall'oggetto esterno su di sé.

L'irrilevanza dell'oggetto esterno nega il piacere stesso e la chiude in una solitudine infelice e tragica.

L'unica concessione riservata all'altro è lo sguardo di adorazione per la sua bellezza in cui trova quella conferma di sé che non ha e ha il terrore di perdere invecchiando. Ma non può bastare a una struttura di personalità governata da un’autarchia pulsionale che agghiaccia.

L'altro non è solo escluso, è reso superfluo.

​ Siamo di fronte a una "resistenza" che ricorda l'ascesi di una Santa Caterina, ma, privata della trascendenza mistica in Dio, è patologica.

Resta solo l’Io, n**o e feroce, che nel sentirsi "diverso e migliore" sceglie la solitudine come unico piedistallo possibile.

È la tragedia della perfezione che, per non essere contaminata dalla "banalità" dell'amore e della dipendenza, sceglie la propria fine.

​Il film è bellissimo, proprio perché ci mette di fronte all'orrore di una libertà che, rifiutando ogni legame, finisce per coincidere con il vuoto.

Sul piano psicoanalitico è evidente come in queste strutture di personalità sussista la convinzione che la vulnerabilità sia una forma di mediocrità.

​Per queste donne, l'intelligenza che è indubbiamente superiore, diventa spesso una trappola che serve a giustificare il distacco.

La sfida clinica è integrare questa superiorità intellettiva con il limite umano: è l'unica via per evitare che la fierezza si trasformi in una condanna all'isolamento assoluto.

​Sissi, nel film, fallisce proprio in questo: non riesce a trovare un compromesso tra la sua mente lucida e il decadimento della carne, tra la sua statura intellettuale e la necessità di essere "una tra le tante" nel cerchio delle relazioni umane.

​ Il successo clinico con queste pazienti non è riportarle alla normalità, ma aiutarle a capire che l'imperfezione non è il nemico dell'eccellenza.

La Sissi di Corsage ci agghiaccia perché sceglie di restare un'idea pura, preferendo la propria distruzione alla "umiliazione" di essere umana.

È l'intelligenza che, invece di illuminare la vita, sceglie di brillare nell'oscurità di una solitudine invincibile.

Nella mia esperienza clinica con centinaia di donne affette da disturbi alimentari, ho imparato che la vera cura non risiede nel ritorno alla regolarità del cibo, ma nella complessa transizione dall'autosufficienza onnipotente all'accettazione dell'umana imperfezione.
​In queste strutture di personalità, l'intelligenza superiore e la sensibilità iper-sviluppata vengono utilizzate come una corazza.

Il sintomo è il baluardo di una nobiltà tragica che preferisce la morte alla "banalità" del bisogno.

​Il conflitto centrale è come relazionarsi al mondo senza sentirsi annientate. Come accettare di essere "mancanti" senza perdere quel senso di unicità e superiorità intellettuale che le definisce.

​Il film Corsage mostra il fallimento di questo passaggio. Sissi non riesce a integrare la sua "intelligenza superiore" con il limite del corpo e del tempo. Per lei, la relazione è perdita di sé; l'imperfezione è un'onta insopportabile.

In queste persone vi è un'agghiacciante coerenza: quando la struttura è così granitica, la paziente non cerca la guarigione, ma la perfezione addirittura come oggetto di analisi.Vuole essere una analizzanda perfetta.

​Il successo terapeutico, in questi casi, è una conquista silenziosa: è permettere a queste donne di "scendere dal piedistallo" della loro tragica solitudine per scoprire che l'imperfezione non è un fallimento, ma il presupposto stesso della relazione e della vita.

​Il senso di "gelo" che si prova guardando il film potrebbe essere anche il riconoscimento di quella resistenza estrema a cui un terapeuta può andare incontro in seduta.

Le tante Sissi indomabili sono le pazienti che si ostinano a "vincere" contro ogni tentativo di integrazione, preferendo diventare icone di marmo piuttosto che donne umanamente imperfette.

​C'è da fare una distinzione fondamentale tra il film e la pratica terapeutica. La terapia offre loro la possibilità di essere intelligenti e umane, mentre la struttura della Sissi del film sceglie di essere superiore e morta.

​Porre l'accento sull'integrazione tra intelligenza e limite è il messaggio più forte che si possa dare a chi si approccia alla cura di tali personalità.

Indirizzo

Rome

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando La Stanza della Psicologia pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a La Stanza della Psicologia:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram