La Stanza della Psicologia

La Stanza della Psicologia luogo virtuale nel quale si affrontano tutte le tematiche riguardanti la psiche

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25/01/2026

Torno a casa commossa e felice per gli indimenticabili momenti trascorsi insieme alle mie preziose amiche Stefania Aurigemma e Lia Jonescu che hanno presentato oggi con me il mio romanzo "UNA PICCOLA STORIA'". Le ringrazio per la loro squisita sensibilità, competenza, e la finezza con cui sono entrate a fondo nella complessità del mio racconto.
Un caloroso ringraziamento alla libreria Horafelix che ci ha ospitato con la consueta accoglienza e a tutti coloro che con la loro presenza hanno reso speciale questo pomeriggio.

Il mio libro "UNA PICCOLA STORIA" ha inizio con un incontro casuale. Sarà proprio ciò che offrirà alla protagonista del ...
24/01/2026

Il mio libro "UNA PICCOLA STORIA" ha inizio con un incontro casuale. Sarà proprio ciò che offrirà alla protagonista del racconto una totale conversione di percorso, nel modo di pensare e di agire, rivedendo senza sconti la sua vita per avviarsi a qualcosa che a lei sembrava impossibile.

Molte cose accadono per caso, al di là di ogni possibile previsione. Non tutto è spiegabile razionalmente e ognuno ne può dare l'interpretazione che vuole.

C'e sempre tuttavia nel caso una forza che genera differenze, deviazioni, opportunità.
Può essere un principio generativo, non un nemico della ragione.

"È l'ombra della natura, e senza ombra nulla vive", come è stato ben detto da chi genialmente si è interessato al rapporto tra necessità e libertà.

Sarei lieta se chi parteciperà all'evento vorrà esprimere il suo pensiero su ciò che accade per caso, e non solo ovviamente, ma su ciò che di utile o interessante pensa che trarrà dalla lettura di un libro così denso di temi attuali.

Il libro è acquistabile direttamente da Pensa Editore ed è reperibile presso la libreria Horafelix a Roma. Lo potete trovare anche su tutte le piattaforme.

19/01/2026

Presentazione del mio libro "UNA PICCOLA STORIA" domenica 25 gennaio alle 17.30 presso il Caffè Letterario Horafelix in via Reggio Emilia, Roma. Vi aspetto tutti calorosamente

Domenica 25 gennaio, presso il Caffè Letterario Horafelix a Roma, alle 17.30 presenterò il mio ultimo romanzo "UNA PICCO...
19/01/2026

Domenica 25 gennaio, presso il Caffè Letterario Horafelix a Roma, alle 17.30 presenterò il mio ultimo romanzo "UNA PICCOLA STORIA". Sarò lieta di avere accanto a me Stefania Aurigemma e Lia Jonescu che interverranno con le loro sempre acute e stimolanti riflessioni su un tema tanto attuale e complesso quale è il rapporto tra genitori e figli.
Siete tutti invitati e vi aspettiamo!📚🖌

Ogni cultura ha avuto una sua "forma" che si è espressa nel modo di costruire i propri edifici attraverso i quali diceva...
12/01/2026

Ogni cultura ha avuto una sua "forma" che si è espressa nel modo di costruire i propri edifici attraverso i quali diceva quali fossero i valori condivisi, il pensiero, la religione, la filosofia, l'etica. Le piramidi egizie dicevano la potenza dei faraoni, il loro credere nella vita dopo la morte, un'intelligenza matematica e geometrica perfetta, una competenza oltre il limite e l'aspirazione all'eterno, come se quel mondo fosse incorruttibile. Ma tutto a un certo punto è finito, si è disgregato, corrotto. Così per tutte le grandi culture della storia. C'è un momento in cui, dopo lungo processo trasformativo, tutto finisce, e finisce perché perde la sua forma. La cultura greca, con il senso delle proporzioni armoniche e perfette, con i suoi templi squadrati, le colonne doriche che indicano essenzialitá e stabilità, ordine etico e politico, chiarezza di pensiero, nel tempo ha trovato la sua fine perdendo la sua forma.
I romani hanno costruito templi, acquedotti, ponti, edifici pubblici testimoni di magnificenza, supremazia, potere assoluto.
Poi la forma è cambiata, dal quadrato al cerchio, alla cupola, all'ellisse, dagli spazi definiti a qualcosa di vasto, aperto e meno definito. Il loro mondo entrava in crisi assimilando forme nuove importate da nuove culture e fu il tramonto. È vero che la storia è un susseguirsi di culture che si trasformano in altre, ma tutto ciò ne comporta la fine. Il medioevo ha avuto una sua forma espressa dalle cattedrali gotiche che svettano al cielo, in linea con la tensione cristiana verso il trascendente. L'umanesimo e il rinascimento hanno recuperato forme classiche, ma in modo diverso poiché al centro c'è l'uomo che sa, conosce, esplora, non c'è il sacro, il divino. È cultura della bellezza immanente. Anche questa cultura, raggiunto l'apice, è tramontata nella disgregazione del perfetto matematico e in età barocca tutto è non stabile, è in movimento, tutto cambia, dell'architettura alla scultura, alla pittura. Anche quell'epoca è finita e ne è susseguita un'altra, così via, fino ad arrivare a oggi dove ogni espressione è funzionale, non si aspira al bello come equilibrio. Oggi l'Occidente sembra non avere una sua forma definita, tutto è in funzione dell'uso che si può fare di una cosa. Grattacieli, opere grandiose che sfidano il limite, novità soggettive in ogni espressione artistica, fino al nonsenso, il brutto ritenuto originale. È il trionfo della scienza e della tecnica, ma anche dell'individualismo più sfrenato. La forma non c'è più e, quando una cultura perde la sua forma, si è alla fine. È il mondo di un'apparente libertà soggettiva di espressione. È il mondo dove la cosiddetta trasparenza è equivocata.Tutto deve essere detto, mostrato in pubblico. È il mondo non della trasparenza come verità, ma dell'apparire nell'illusione di esistere e valere qualcosa. Si osa sempre più, ci si spinge sempre oltre. Il silenzio del segreto, del mondo interiore, è perduto. Tutto deve essere detto e manifestato. È un mondo di falsità dove la fragilità non è ammessa e quella che si crede libertà individuale di espressione è invece una gabbia che imprigiona. Abbiamo perduto il senso della misura, ovvero di quello che io chiamo "forma", che è l'essenza di una cultura.
L'Occidente è al crepuscolo, o è già tramontato, e non sappiamo se nascerà un uomo nuovo, un'umanità nuova capace di ritrovare il senso della misura, quella forma che pone ordine etico al caos ed è conferita dal senso del limite. Se ciò non accadrà sarà tutto spazzato via dal tempo e non rimarranno neanche le vestigia che hanno lasciato le grandi culture del passato.

Riprendo in mano quei miei grandi maestri che hanno dato forma alla mia anima e mi hanno plasmato affinché potessi svolg...
02/01/2026

Riprendo in mano quei miei grandi maestri che hanno dato forma alla mia anima e mi hanno plasmato affinché potessi svolgere il mio lavoro di terapeuta.

Sono stati molti, ma alcuni restano un punto di riferimento unico: Agostino, Meister Eckhart, Duns Scoto, Taulero e così via nei secoli, fino ad arrivare a Kierkegaard, in un continuum segnato anche da divergenze, ma dalla stessa capacità di entrare nel buio più profondo dell'anima.

Un interrogativo attraversa il cuore di tutti costoro e di chiunque fra noi si chiede cosa sia la libertà e la responsabilità delle nostre azioni.

Dietro questa domanda si cela l'angoscia fra la tensione a soddisfare il desiderio evitando il dolore e la chiamata a compiere ciò che si sente come giusto, a costo del sacrificio di sé stessi.

Questa scelta appare scandalosa per la mentalità moderna abituata a identificare la libertà con il diritto ad autodeterminarsi.

Quante volte evitiamo la sofferenza scegliendo la fuga, il silenzio, il compromesso, e quante volte invece comprendiamo che la vera libertà consiste nel rimanere fedeli a ciò in cui crediamo, che amiamo, anche quando il mondo non lo capisce.

Queste sono le domande che mi pongo oggi rileggendo ancora una volta "IL CONCETTO DELL'ANGOSCIA e LA MALATTIA MORTALE" di Kierkegaard.

Qui egli dice: "L'angoscia è il vertiginoso esercizio della libertà" e "Se l'uomo fosse un animale o un angelo, non potrebbe angosciarsi. Poiché invece l'uomo è una sintesi, egli può angosciarsi e più profonda è l'angoscia, più grande è l'uomo".

I mistici medioevali lo sapevano bene, anche se non usavano queste stesse espressioni.

Dobbiamo in ogni momento compiere una scelta, e ogni scelta è una crisi che comporta angoscia, ma fuggire è un inutile tentativo di evitarla.

L'angoscia è una condizione "esistenziale" e non è da confondere con la malinconia o la depressione, o altri disturbi psichici che impoveriscono la vita.

È il dubbio universale che accompagna ogni scelta, ci rende responsabili, ci umanizza.

31/12/2025

Il mio augurio a tutti gli amici, virtuali e non, grata per avermi tenuto compagnia in questo lungo anno. Auguro serenità e pace a ognuno di voi, nelle vostre famiglie e nelle vostre case.

31/12/2025

Muore l'anno e ne nasce un altro.

È cosa buona festeggiare accettando con tranquillità il futuro ignoto e dando immenso valore a quell'attimo in cui da una fine prende avvio un nuovo inizio che in qualche misura dipende anche da noi.

Si dice sempre che il presente non esiste, è un batter di ciglia che nel momento stesso in cui è, già non è più, appartiene al passato.

Non è così perché quel preciso istante è, ed è il tempo della scelta, del discernimento e ha un valore assoluto proprio perché rimarrà tale, immutato, come ogni respiro e battito cardiaco.
Ogni istante posso, voglio, devo, compiere un atto che rimarrà in eterno e non lo potrò più cancellare.

Non dare "essenza" al presente, all'attimo, è annullare la libertà e la responsabilità che essa comporta.

Il tempo è divenire e al contempo essere, non vi è contrasto.

Tutto è, e rimarrà fissato in un eterno immutabile. Ogni parola pronunciata, ogni azione, rimarrà scolpita.

Presente, passato e ciò che sarà sono raccolti nell'unica dimensione di una retta che va all'infinito, e non è dato a noi conoscere razionalmente cosa sia.

Tutto è in un eterno, senza dimensioni, a noi inconcepibile con la ragione, ma pensabile chiudendo gli occhi e toccando il fondo dell'anima dove abita il silenzio assoluto del sacro, dell'indicibile.

Auguro a tutti di dare valore a quell'istante che segna una rinascita.

Auguro a me e a tutti di compiere scelte di cui non ci potremmo un giorno rimproverare.

BB è stata l'incarnazione di un archetipo femminile universale: la donna eternamente adolescente, misteriosa, esoterica,...
28/12/2025

BB è stata l'incarnazione di un archetipo femminile universale: la donna eternamente adolescente, misteriosa, esoterica, avvenente, sensuale, esuberante e spontanea. Ma anche indomabile, volitiva, sicura del suo fascino, libera, inafferrabile, volubile, che non sta in nessun canone tradizionale. Infine, controcorrente.

Tutte le donne, al di là dell'aspetto estetico (che non coincide con il fascino), hanno in sé tali e altrettante potenzialità, ma solo poche non hanno il timore di reprimerle.

Ogni donna ha nel suo inconscio tutte le potenzialità archetipiche (Artemide, Atena, Demetra, Estia, Era, Persefone, Afrodite) ma ne esprimono solo una o alcune, quelle predominanti per natura. Le altre rimangono virtuali e inespresse nell'inconscio.

Lei per natura aveva predominante Afrodite, ma anche Persefone, la bambina fragile, apparentemente ingenua, e per entrambi questi aspetti tanto piacque al maschile.

Ma negli anni fu anche Demetra, la madre, per la cura materna degli animali. E venne molto amata, non solo invidiata, dalle donne.

Oggi rimane un mito, ammirata da uomini e donne, e invidiata da tutti coloro che, al di là del genere, seppelliscono nel proprio inconscio queste potenzialità ritenute scomode o difficili da gestire socialmente.

Abbiamo perso il senso dell'ottativoL'ottativo è un modo verbale che esprime desiderio, possibilità, ed è tipico di ling...
27/12/2025

Abbiamo perso il senso dell'ottativo

L'ottativo è un modo verbale che esprime desiderio, possibilità, ed è tipico di lingue indoeuropee antiche come il Greco antico, il Sanscrito e lingue indoiraniche; è presente anche in alcune lingue moderne.

In italiano le sue funzioni sono svolte principalmente dal congiuntivo e dal condizionale, ma non è la stessa cosa.
Dobbiamo usare circonlocuzioni per dire quello che è detto con una sola parola.

Oggi ogni desiderio è qualcosa da ottenere a ogni costo, abbiamo perso il senso del limite.

Il limite non impedisce il desiderio ma ne dà la "forma".

Proprio l'irraggiungibilità del tutto permette di desiderare. I greci lo sapevano molto bene.

Chi desidera oltrepassare il limite della condizione umana si perde come Icaro o è punito come Prometeo.

Oggi la scienza non si pone limiti e si spinge sempre più oltre in territori nuovi da esplorare, da conoscere con la ragione.
Oggi l'individuo sorpassa il "metron", la misura e vuole giungere alla perfezione, aspira perfino all'immortalitá non accettando l'impermanenza delle cose.

Non c'è più limite al volere. Ciò che si vuole è lecito.

Il risultato è la tristezza nel fondo dell'anima
perché ogni desiderio appagato ne fa nascere uno nuovo. Si vive una tensione che è costante insoddisfazione.

L'ottativo esprime un desiderio che si vorrebbe soddisfare ma lascia del tutto ipotetica la sua reabilizzalità. A volte si può, molte altre no.
Significa: ah se potessi, o voglia il cielo che, oppure vorrei che...
La realizzazione non dipende esclusivamente dal mio agire.

È bene desiderare, altrimenti la vita è priva di speranza, ma c'è differenza tra il desiderio possibile da realizzare, sempre con il nostro impegno, e quello impossibile, nonostante si vorrebbe che si realizzasse.

Sembra oggi che tutto sia a disposizione del nostro volere, attraverso la tecnologia, il sapere scientifico, l'intelligenza artificiale.
Non è così.

Il desiderio finisce nel momento in cui è appagato e si vuole di più, sempre di più.
Si finisce col non sentirsi mai contenti, in ogni campo relazionale, dal lavoro alla sfera degli affetti.

È bello anche desiderare, tendere a qualcosa che per nostro limite sappiamo essere irraggiungibile. Lo sogniamo, lo immaginiamo, ma rimaniamo nella realtà di ciò che è effettivamente possibile.

L'ottativo dei greci lo esprimeva bene.
Desiderare non è volere o potere qualsivoglia cosa, è sperare che qualcosa dall'alto delle stelle scenda a noi.
De-siderare significa appunto questo.

Non si può ottenere tutto ciò che si vuole, ed è saggio conoscere il proprio limite.

Marc Chagall: La caduta di Icaro" (1975)

Mémoires de J. Casanova de Seingalt, écrits par lui-même Questo il titolo dell'autobiografia scritta in francese da Giac...
20/12/2025

Mémoires de J. Casanova de Seingalt, écrits par lui-même

Questo il titolo dell'autobiografia scritta in francese da Giacomo Casanova tra il 1789 e il 1798 e pubblicata postuma.
Leggo l'opera in italiano, "Storia della mia vita", in tre volumi, tradotta da Giancarlo Buzzi, Vincenzo Abrate e Giovanni Arpino, a cura di Piero Chiara, Mondadori 1983-1989.

Non posso non fare il confronto con il libretto di Lorenzo Da Ponte su cui Mozart compose il suo Don Giovanni.

Casanova e Don Giovanni sono da sempre considerati due inguaribili seduttori, due depravati, due mascalzoni.

Leggendo Casanova vedo invece l'enorme differenza tra loro.

Innanzi tutto Casanova è un uomo realmente esistito mentre Don Giovanni è un personaggio immaginario.

Giacomo Casanova è Venezia, con la sua incredibile capacità di apparire cangiante allo sguardo dell'osservatore, avvolta di luci abbaglianti o di una foschia che rende indistinguibili case, palazzi, calli, ponti, canali. È la Venezia permeata dalla cultura illuminista, la Venezia dove si va in giro con le maschere, una città unica dove realtà, commercio, senso pratico, si mischiano con la leggerezza della mondanità, dove il serio e il burlesco, il rigore morale e l'avventura si confondono.
Questo è il teatro in cui muove Casanova, un uomo audace, avventuroso o avventuriero, che ama ed è riamato.
Non seduce per sottomettere, seduce ed è a sua volta sedotto. Ama la vita in ogni suo aspetto, ama le donne, ama l'amore, non il potere che ne trae.

Don Giovanni, nonostante sia il protagonista di un'opera "comica", è una figura oscura, terribile, malvagia e tragica. Non sa amare, non trae piacere se non dal collezionare conquiste. Le donne sono oggetti, numeri. Infine arriva a uccidere. Affronterà la giusta punizione per tutto ciò che di immorale ha compiuto e sarà dannato all'inferno.

C'è una grande differenza tra queste due figure divenute popolarmente archetipiche del seduttore capace di ingannare attraverso strategiche manipolazioni.

Casanova fu un uomo di grande intelligenza e notevole cultura, brillante e figlio dei suoi tempi, amorale ma non immorale. La sua vita è l'incarnazione della sua visione filosofica per la quale la vita è gioia e va goduta in pieno, in linea col pensiero dei suoi tempi e di quella Venezia cui apparteneva visceralmente, nonostante il suo viaggiare continuo qua e là.

Fu spregiudicato senza dubbio, ma fu anche capace di raccontare con sincerità la sua vita, nel bene e nel male, di riconoscere i suoi difetti, ammettere le sue colpe, scrivendo tuttavia sempre con squisito senso dell'umorismo e leggerezza.

Leggerlo non disgusta mai. Racconta i suoi incontri amorosi dove l'eros è amore, appassionato e mai volgare.
Scrive le sue memorie oramai alla fine della sua intensa vita, e i ricordi sono intrisi di nostalgia, malinconia.

Non ho l'impressione di trovarmi di fronte a un depravato, come è il Don Giovanni di Da Ponte-Mozart. Ho più l'impressione di aver a che fare con un adolescente un po' sconsiderato, incosciente, che si innamora ogni momento e poi, da vecchio, si rende conto della vanità della sua vita.

Provo compassione per lui, mentre per il Don Giovanni nessuno ne potrà mai avere. La fine della vita di costui non è la malinconica nostalgia di un vecchio ma lo scontro all'ultimo sangue con la giustizia e la morte alla quale non vuole rassegnarsi, ma sulla quale non potrà avere più il potere, l'unica cosa che aveva cercato sempre.

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