09/12/2023
La loro opposizione è la più ferma. Perché il Ponte li riguarda direttamente. Sono gli espropriandi di Messina, il limbo dei dannati a cui l’opera porterebbe via abitazioni e ricordi. «Matteo Salvini non può buttarci fuori di casa per costruire quel mostro». Saranno cinque le aree sottoposte ai piani particellari di espropriazione, ovvero migliaia di lotti. Perché servirà spazio per il cantiere ma anche per alloggi di operai e addetti ai lavori, siti di trasformazione e discariche.
Enzo Faranda e Enza Lojacono, cinquant’anni di matrimonio e sei nipoti, ricordano una battaglia iniziata all’alba del secolo a difesa della loro casa, una villetta con vista mozzafiato, costruita da Michele Attilio Rosa, il nonno di Enzo, un ingegnere abruzzese, arrivato a Messina per la ricostruzione dopo il catastrofico cataclisma che distrusse la città nel 1908: «Per la prima volta, nel 2002 – racconta Enzo – abbiamo sentito parlare di espropri. Eravamo e siamo arrabbiati anche perché non ci è mai stato comunicato nulla. Ho 75 anni, ho insegnato all’Università di Messina, sono in pensione e mi godo i miei nipoti tra queste mura, guardando chi ha appena comprato casa. Gli affetti e i ricordi non si pagano. Inutile parlare di soldi e risarcimenti».
Tra i nuovi abitanti c’è chi è sicuro che alla fine non se ne farà nulla. «Il Ponte? È solo uno slogan elettorale». Lì accanto c’è il complesso “Torre Faro” e il Pilone, il traliccio in disuso diventato un’attrattiva, al centro di un progetto di riqualificazione che ha proceduto a singhiozzo al ritmo degli annunci sul Ponte. Intorno si è sviluppato un tessuto economico che il cantiere spazzerebbe via. Fatto di botteghe e chioschi. Il più identitario è “U cioscu da calia”, la rivendita di semi e frutta secca: «La mia attività ha sessant’anni di storia. Mio nonno – dice Giovanni, per tutti “Paperino”, papà di quattro figli – l’ha creata facendo tanti sacrifici. Mi sembra di vivere un incubo. Il Ponte lo vogliono quelli che pensano che siamo in America e non vogliono vedere le eterne incompiute di questa città e della Sicilia. Io li aspetto qui. Ma in catene».
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