05/03/2026
Viviamo in un’epoca orientata solo al risultato.
L’importante è vincere, strappare un bel voto, costruire muscoli nel modo più veloce possibile.
Il percorso, invece, è diventato un dettaglio trascurabile. Infatti, poco importa se abbiamo raggiunto il successo barando o se abbiamo passato una verifica copiando. Ciò che conta è aver ottenuto qualcosa, e non essere diventati qualcuno.
In altre parole, abbiamo separato il valore del risultato dalla crescita dell’individuo, come se il risultato fosse un oggetto a sé.
Così, un 10 senza studio è diventato preferibile rispetto a un 6 sudato. Ma mi chiedo: a cosa serve una vittoria che non ci lascia nulla?
Si è radicata l’idea che le scorciatoie servano ad arrivare prima. Eppure, quasi sempre, accade il contrario: ci fanno arrivare dopo.
Il tempo che crediamo di guadagnare saltando la parte difficile, lo paghiamo più avanti, con gli interessi. In brutte figure, insicurezze e lacune.
Le scorciatoie ci danno solo l’illusione di andare più veloci. In realtà, ci rallentano e basta. Il motivo è semplice: quando le prendiamo, non cresciamo; e se non cresciamo, vuol dire che siamo fermi.
Per questo, all’ingresso di ogni campo o palestra, appenderei quel celebre haiku giapponese: “Quando sei di fretta, prendi la strada più lunga”.
Lo sport ci allena a scegliere la strada più impegnativa, e non quella più comoda. Chiunque si allena lo sa: il vero miglioramento si ottiene soltanto aumentando progressivamente la difficoltà. Fare sempre la cosa facile, invece, ci fa rimanere pressoché gli stessi.
A tal proposito, mi torna in mente quella geniale definizione che il filosofo Bernard Suits diede dell’attività sportiva: disse che lo sport è “l’accettazione volontaria di ostacoli non necessari”.
Se ci pensate, è proprio così. Allenandoci, percorriamo intenzionalmente la via più impervia, più faticosa. E non lo facciamo perché siamo matti, ma perché siamo consapevoli che solo lì possiamo crescere.
Insomma, sono convinto che lo sport (o almeno quello praticato per passione) sia una delle poche realtà in cui il risultato resta ancora strettamente correlato allo sviluppo personale. Se non testimonia un reale miglioramento, infatti, è considerato da tutti inutile. D'altronde, che senso avrebbe vincere una gara, continuando a essere lenti, o sollevare cento chili, continuando a non essere forti? Solo per potersene vantare?
In altri ambiti, invece, questo legame è meno evidente. Talvolta, anche a causa delle storture di certi sistemi, prendere un 10 senza aver capito nulla resta comunque l’opzione preferibile. E così il risultato sostituisce la crescita, invece di esserne la prova.
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Il Saggio dello sport