09/01/2026
P.S. in tilt, reparti strapieni, sanità territoriale allo stremo.
Non è solo la risposta il problema.
O meglio, non è il problema principale.
Il vero nodo è la domanda.
La domanda di salute è oggi fuori controllo e finché non si interviene su quella non si va da nessuna parte.
Si è costruita una pazzesca ipocondria genitoriale, che non può essere contenuta perché non è razionale: nasce dall’ansia, viene alimentata da informazioni frammentarie e contraddittorie, è rinforzata dai social e non trova alcun vero intervento medico che possa sostenerla o arginarla.
Non si tratta di maggiore consapevolezza sanitaria, ma di una richiesta continua di rassicurazione che la medicina non può e non deve soddisfare.
La biologia ha tempi che non sono negoziabili.
Un raffreddore dura circa sette giorni e non esiste terapia in grado di accorciarlo in modo significativo: bisogna farsene una ragione.
La tosse dopo un’influenza può durare due o tre settimane senza che questo significhi malattia in atto o complicanza: anche di questo bisogna farsene una ragione.
La febbre nei bambini può oscillare, salire e scendere, senza che ogni variazione rappresenti un peggioramento clinico.
Eppure la domanda di salute oggi pretende che ogni sintomo abbia una terapia, che ogni terapia produca un effetto immediato e che ogni minimo cambiamento richieda una nuova valutazione.
Quando queste aspettative non vengono soddisfatte, non si accetta il limite biologico e clinico, ma si cambia medico, si accede ad altro servizio, si richiedono ulteriori accertamenti, si potenziano terapie.
Nasce così una transumanza sanitaria f***e.
Questo non è solo clinicamente inutile, ma organizzativamente devastante e culturalmente patologico.
Non migliora gli esiti di salute, aumenta l’ansia dei genitori, consuma risorse e finisce per delegittimare il professionista, perché il ricorso ripetuto ai servizi per la stessa patologia viene vissuto come la prova che la risposta precedente non era adeguata.
Il punto centrale è che questa domanda non è contenibile con gli strumenti della clinica.
Non si governa con più visite, non si placa con più prescrizioni, non si risolve con più accessi.
È una domanda emotiva, non razionale, e la medicina fallisce quando prova a rincorrerla invece di contenerla.
L’unica strada possibile è un cambiamento culturale profondo: un’educazione sanitaria chiara, coerente e ripetuta, messaggi pubblici semplici e condivisi su ciò che è normale e ciò che non lo è, la restituzione di dignità al non intervenire come atto medico e il recupero del senso del tempo della malattia.
Finché il sistema sanitario continuerà a rispondere a ogni richiesta come se fosse clinicamente fondata, continuerà a validare una domanda patologica.
E finché questo accadrà, non sarà possibile andare avanti.
Non per mancanza di umanità, ma per mancanza di senso del limite.