Studio Maya

Studio Maya Centro clinico di psichiatria, psicoterapia individuale e di gruppo, formazione e supervisione clinica, ricerca, criminologia. Diretto dal prof.

Gianpaolo Salvatore.

Una forma di masochismo perdonabile: ascoltare novanta minuti di intervista sul nostro approccio intersoggettivo radical...
17/03/2026

Una forma di masochismo perdonabile: ascoltare novanta minuti di intervista sul nostro approccio intersoggettivo radicale, sulla “presenza” del terapeuta, e su diversi altri temi rilevanti per la nostra professione.
L’intervista al Prof. Salvatore è inserita nella stimolante rubrica “Psicoterapeuti italiani” del collega Gianandrea Giacoma, che raccoglie la voce di molti altri clinici illustri con diversi background teorici.
Buona visione.

Intervista integrale al link:

https://youtu.be/rumG3j5Vm88?si=hu9yQm9F865TUekK

Lo Studio Maya è felice di fornire un contributo alla Sede di Battipaglia della Lega Navale in un giorno importante. Un ...
05/03/2026

Lo Studio Maya è felice di fornire un contributo alla Sede di Battipaglia della Lega Navale in un giorno importante. Un luogo che gronda significati che ispirano un silenzio colmo di gratitudine. Partendo da questo luogo immobile è possibile chiedere ospitalità al mare mai muto, per farvi ritorno alla fine del giorno e incontrare sempre qualcuno che sa essere felice con il poco; sperimentare una profonda connessione con sé stessi; frequentare il mistero del tempo senza esserne atterriti.

Evento Gratuito
Domenica 8 marzo
Lega Navale sezione Battipaglia
Via Spineta
litoranea Salerno

Info e prenotazioni
3283839777 Vito Lucia
battipaglia@leganavale.it

In ogni singola seduta, e in molti intervalli tra le sedute, la mente del terapeuta può essere attraversata da un flusso...
02/03/2026

In ogni singola seduta, e in molti intervalli tra le sedute, la mente del terapeuta può essere attraversata da un flusso magmatico e incessante di affetti negativi, generato da una quantità incalcolabile di fonti; non solo quelle, già numerosissime, legate al paziente che ha davanti, ma anche quelle legate alle difficoltà nella vita personale del terapeuta. Per esempio, il senso di valere poco, meno dei colleghi che incontra; un rigurgito di dolore per una perdita che non ci si è dati il tempo di elaborare; un grumo di risentimento per il partner mentre si attraversa una fase delicata del proprio rapporto sentimentale; il senso di vuoto e assenza di senso che talvolta tiene in ostaggio il tempo; il senso cronico di sovraccarico, che si continua a sopportare solo perché anestetizzato dalla tumultuosa, ipnotica ripetitività delle giornate. Non raramente, i terapeuti sono posti di fronte all’imperativo interno di rispondere alle richieste urgenti di un paziente (per esempio, un messaggio trasudante bisogno improrogabile, prepotente di attenzione), proprio mentre sono attraversati da una condizione di fragilità, sovraccarico e incertezza esistenziale. I tendini emotivi dei terapeuti sono spesso tesati fino al limite di cedimento tra due opposte istanze: l'imperativo schiacciante di "produrre" cambiamento nel paziente, generato dalla rappresentazione del proprio mandato socio-simbolico (essere “un terapeuta”); e la spinta autoconservativa a occuparsi di sé, cercando di mantenere l’equilibrio tra i continui sgambetti della vita. A tutto ciò fa da sfondo un opprimente senso di responsabilità, venato dal timore inconfessabile di non essere all’altezza di quella responsabilità (chi lo è?), che erode silenziosamente le pareti interne della coscienza.

Tratto da: la presenza del terapeuta, di prossima pubblicazione, per Raffaello Cortina.

È sulla bocca di tutti (ormai non solo degli "addetti ai lavori" nel campo della salute mentale) che – van der Kolk inse...
07/01/2026

È sulla bocca di tutti (ormai non solo degli "addetti ai lavori" nel campo della salute mentale) che – van der Kolk insegna - "il corpo accusa il colpo". È il modo assai sintetico di esprimere che il "trauma" lascia tracce nel corpo. Un esempio: la reazione al viso arrabbiato del partner è un'improvvisa astenia, l'organismo che va in tilt (come facevano i flipper dell'infanzia di qualcuno). È un ricordo somatico, una narrazione muta. Il corpo adulto sta riproducendo qui e ora il medesimo annichilimento del corpo bambino di fronte alla rabbia montante di un genitore, presagio attendibile di violenza perpetrata da chi dovrebbe proteggerci. Il corpo bambino ha imparato che spegnendosi, facendo evaporare ogni ipotesi di resistenza, diventando cosa inanimata, era una preda meno interessante per il predatore; la rabbia di quest'ultimo evaporava più rapidamente se tra le fauci si trovava una vittima che sembrava morta. Il corpo diventato adulto riproduce qui, ora, con il partner ignaro, il medesimo meccanismo; perché - si sa - il trauma se ne infischia della dimensione tempo. Ma può essere riduttivo limitare la verità per cui “il corpo accusa il colpo” a quello che chiamiamo "trauma" o "trauma relazionale" o "trauma complesso" (ci sarebbe molto da dire su questo concetto e sul paradigma di cui è frutto). Invece, il corpo accusa il colpo in un senso molto più ampio: non ci si riferisce solo al modo in cui il nostro corpo occupa lo spazio e pone in essere la sua dialettica privata tra rigidità e collasso, come ci insegna l'approccio sensomotorio. Ci si riferisce soprattutto a cosa “facciamo” al nostro corpo e del nostro corpo; a come lo “usiamo”; di quale rappresentazione lo rendiamo teatro. Esibendolo, martoriandolo, affamandolo, allenandolo sino allo sfinimento, rifiutandolo, e tanto altro. Spesso il colpo che il corpo accusa è quello inferto da noi, ogni giorno; e questo colpo riproduce, parafrasando Christopher Bollas, come siamo stati “collocati originariamente rispetto ai nostri genitori nello spazio e nel tempo”. Il colpo, come l’estetica del sogno, può rispecchiare il modo in cui siamo stati trattati dall’ambiente della nostra crescita.

“La via per comprendere e incarnare la presenza non è una “formazione”; ciò significa che la presenza non è una meta acq...
11/12/2025

“La via per comprendere e incarnare la presenza non è una “formazione”; ciò significa che la presenza non è una meta acquisibile attraverso un impegno performativo di natura epistemica. [...]. La presenza è piuttosto l’esperienza – intersoggettiva, molto spesso dolorosa – che intraprendiamo, incuriositi, entusiasmati dalla possibilità della presenza stessa, inebriati dai momenti, all’inizio rari, poi sempre più puntuali, in cui veniamo attinti dall’esperienza della sfumatura nell’incontro con l’altro e in ciò che dell’altro c’è dentro di noi. Quelli sono i momenti in cui il nostro organismo è investito dalla consapevolezza della differenza sostanziale tra catalogare, reificare, ordinare la realtà, da un lato, e, dall’altro, percepire di far parte, insieme al paziente, insieme all’altro, di come la realtà è sempre altrove rispetto ai prodotti dei nostri tentativi di ordinamento di essa. Quelli sono i momenti in cui abitiamo una realtà (clinica, ma non solo) fatta di sfumature; laddove le sfumature costituiscono esattamente l’opposto dell’ordine, del caratterizzato, del definito. Le sfumature sono l’ntrinseco, irripetibile difetto che ci accomuna.”

Estratti del nuovo libro IL TERAPEUTA PRESENTE. Intersoggettività e mente saggia come vie per l'efficacia in psicoterapia


“Sono un/a terapeuta” (peggio: “sono un terapeuta formato al modello x”) è un’affermazione astratta, categorizzante, una...
05/12/2025

“Sono un/a terapeuta” (peggio: “sono un terapeuta formato al modello x”) è un’affermazione astratta, categorizzante, una tecnicizzazione dell’esperienza che satura il significato di ciò che siamo, senza in realtà significare davvero alcunché; che riempie il vuoto con il pieno dell’interpretazione; che tratta l’interpretazione come un a priori; che pietrifica lo spazio potenzialmente disponibile al lento movimento delle sfumature. Lo stesso vale per affermazioni come “questo paziente è un narcisista” (o “ossessivo” o “borderline”, ecc.). Una volta interpretato, categorizzato, un paziente, come un qualsiasi alter (come l’alter che molto spesso siamo per noi stessi), non c’è più spazio per la sfumatura, esperire la quale è però quanto di più vicino ci può essere, ci ricorda Roland Barthes, alla vita; alla realtà immediata. Una volta che ho interpretato me stesso come “un terapeuta” (o un terapeuta che usa il modello x, o peggio ancora: esperto nel modello x), sbarro la strada alla percezione delle sfumature, che sono l’essenziale, ciò che realmente conta, ciò che realmente esiste.”

Estratti del nuovo libro:
IL TERAPEUTA PRESENTE. Intersoggettività e mente saggia come vie per l'efficacia in psicoterapia.


Giordano Bruno disse che “la separazione non esiste. Siamo tutti Uno.” In qualsiasi contesto “La vergogna del terapeuta”...
18/11/2025

Giordano Bruno disse che “la separazione non esiste. Siamo tutti Uno.” In qualsiasi contesto “La vergogna del terapeuta” pronuncia il proprio messaggio, l’esito è il medesimo: gli psicoterapeuti sentono accolto un bisogno a lungo taciuto: il bisogno di veder riconosciuta la fallibilità, l’incertezza, la fragilità umana che non è inconveniente, ma tesoro. “La vergogna del terapeuta” cerca di fare quel che va fatto. Comunica l’accoglienza di quel bisogno per abilitarne la manifestazione. Tenta di dare una risposta per promuovere l’esplicitazione della domanda. E quando i terapeuti realizzano di poter essere riconosciuti nella loro fragilità, si determina un’ulteriore conseguenza: si crea un gruppo, i cui membri possono ritrovare sé stessi e l’Altro. Ritrovarsi, intimi sconosciuti.
Un sentito ringraziamento alla dottoressa Francesca Cavallo, che si è fatta promotrice di un convegno incentrato su “La vergogna del terapeuta”. Ospitalità così calda da generare il senso di essere accuditi; organizzazione impeccabile; location prestigiosa e solenne; livello degli interventi accademici e clinici superlativo. Solo chi ha interiorizzato profondamente il contenuto del libro, poteva concepirne così la presentazione.

Francytherapy
Raffaello Cortina Editore

Il compianto Lewis Aron (2015), noto psicoanalista (e chitarrista rock dilettante), ha affermato che immergersi nella le...
20/10/2025

Il compianto Lewis Aron (2015), noto psicoanalista (e chitarrista rock dilettante), ha affermato che immergersi nella letteratura o nella poesia o nelle arti figurative potrebbe costituire una forma di preparazione migliore alla pratica clinica psicoanalitica rispetto allo studio forsennato della teoria. Questa ipotesi può essere estesa alla psicoterapia in generale. Secondo recenti ricerche e teorizzazioni (per esempio, Farber, 2017; McWilliams, 2005), i terapeuti dotati di sensibilità artistica – che essa si esplichi attraverso una produzione attiva (e.g., scrittura, pittura, danza) o attraverso la fruizione (e.g., lettura, passione per le arti figurative) - tendono a determinare risultati terapeutici migliori. I terapeuti con sensibilità artistica risultano infatti più consapevoli delle motivazioni e dei pattern di comportamento umani, delle possibilità e delle difficoltà del cambiamento psicologico, della intrinseca molteplicità degli stati del sé e della frequente discrepanza tra sé pubblico e privato, del potere della narrazione nel modellare la vita di ciascuno di noi. Risultano inoltre più capaci di comprendere la frammentazione e la mancanza di linearità delle storie che compongono l’identità, di apprezzare humor, immaginazione e fantasia, di empatizzare con una molteplicità di prospettive di significato, di comprendere e processare gli affetti, anche i più primitivi, di restare radicati a fronte dell’attivazione, in sé e nel paziente, dei nuclei affettivi più dolorosi, di essere creativi negli interventi clinici, di comprendere i – e rispondere ai - processi più sottili dell’incontro clinico, al di là del contenuto manifesto delle parole scambiate in seduta. In sintesi, i terapeuti dotati di sensibilità artistica possiedono una capacità superiore di comprendere e attraversare la complessità psicologica di sé e dei loro pazienti. Forse i terapeuti dovrebbero capire che essere “bravi” significa smettere di preoccuparsi di “essere bravi”, per iniziare a esplorare gli strati profondi del significato dell’esperienza, che solo le forme di espressione artistica sanno far intravedere.



La ricerca lo conferma: la persona del terapeuta cura più del modello che questi utilizza. Il terapeuta dovrebbe fare es...
01/10/2025

La ricerca lo conferma: la persona del terapeuta cura più del modello che questi utilizza. Il terapeuta dovrebbe fare esperienze che lo emancipano dalla schiavitù della ricerca della “tecnica infallibile”, e portare sistematicamente l’attenzione sulle declinazioni della propria soggettività durante l’incontro del paziente. Le zone di vulnerabilità del terapeuta – liberate dalla coltre dissociativa che le copre abitualmente – possono farsi ponte verso la comprensione dei nuclei di sofferenza del paziente, e verso la saggezza della scelta senza sforzo – momento per momento - della linea di intervento adeguata. Questi temi saranno discussi nell’evento che presentiamo, in cui due mondi, quello accademico e quello della clinica del paziente complesso, faranno convergere il loro sguardo.

Università degli Studi "Gabriele d'Annunzio"
Francytherapy
Raffaello Cortina Editore

Una nuova puntata della nostra rubrica “la verità, vi spiego, sul dolore” - la chiacchiera di Heidegger. “La chiacchiera...
22/09/2025

Una nuova puntata della nostra rubrica “la verità, vi spiego, sul dolore” - la chiacchiera di Heidegger.

“La chiacchiera è sfruttare – sarebbe più esatto dire sprecare - l’occasione di contatto con l’altro per dimostrare la propria individualità, per imporla al contesto. In questo modo il contesto diventa trampolino per spiccare un salto, in realtà quasi sempre scarso in altezza e grazia, che allontani il più possibile dalla superficie pianeggiante dall’anonimato. Già solo dalla chiacchiera come manifestazione nel dialogo dell’esistenza inautentica, si comprende che quest’ultima è quella che ci vede programmati per volere qualcosa dall’altro, per trasformarlo, come direbbe Sartre, in oggetto del nostro mondo, in elemento funzionale al nostro progetto.”

Per leggere l’articolo completo vai su: www.studiomaya.it ed entra nella sezione blog.



Empatia ed empatismoUna parola sulla bocca di tutti, terapeuti e non: empatia. Fare i terapeuti non vuol dire essere emp...
19/09/2025

Empatia ed empatismo
Una parola sulla bocca di tutti, terapeuti e non: empatia. Fare i terapeuti non vuol dire essere empatici per default. Infatti pare che l’empatia sia una caratteristica molto variabile nei terapeuti. Miller e Moyers (2021) ipotizzano che l’“accurata empatia” (accurate empathy) del terapeuta richieda due elementi: un’attitudine spontanea e una capacità tecnica (skill). Il primo elemento consta di quello che Rogers (1980) considerava parte di un modo di essere del terapeuta, che muove la sua curiosità, la sua apertura verso il mondo interno del paziente, la massima attenzione a quanto il paziente esprime (Gordon, 1970; Miller, 2018). Il secondo elemento ha a che vedere con la capacità del terapeuta di manifestare la propria empatia a fini terapeutici (Gelso, Perez-Rojas, 2017). La vera empatia consiste a volte nel comprendere che non è il caso di manifestare eccessiva empatia, perché il paziente non è pronto ad accoglierla; troppo abituato a uno sguardo dell’altro che non sa intercettarlo. Invece, capita che il terapeuta, mosso dalla necessità di dimostrare la propria empatia al paziente, indulga in quello che Bolognini (2004) ha chiamato empatismo, una sorta di scimmiottamento dell’attitudine empatica, nella quale il terapeuta sembra voler stabilire a tutti i costi una connessione intima con il paziente, mosso dall’illusione che questo gli permetterà di controllare la situazione e ottenere un risultato.



Laboratorio sulla tecnica del colloquio📚 4 moduli didattico-esperenziali di 2 ore 📌 In presenza e online✍️ Info ed iscri...
01/09/2025

Laboratorio sulla tecnica del colloquio

📚 4 moduli didattico-esperenziali di 2 ore

📌 In presenza e online

✍️ Info ed iscrizioni
📧 studiomaya2015@libero.it



Indirizzo

Via Antonio Amato 20
Salerno
84131

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