07/02/2026
Invidia e arroganza, la trappola che divora la fiducia.
Sì, invidia e arroganza stanno spesso nello stesso circuito, non perché “si assomigliano”, ma perché si compensano a vicenda.
L’invidia, nella sua forma più corrosiva, nasce quando il confronto con l’altro viene vissuto come una ferita di valore personale, non come uno stimolo. In molte ricerche recenti l’invidia viene descritta come emozione che può spingere verso ostilità e condotte aggressive, soprattutto nella versione “malicious”, legata a una spinta a ridurre l’altro, più che a crescere. In parallelo, vari lavori sul narcisismo mostrano che l’invidia può convivere con strategie difensive come disprezzo, superiorità ostentata e aggressività, usate per schermare vulnerabilità e vergogna.
Qui entra l’arroganza. L’arroganza è spesso una protesi: gonfia un Io che sotto si sente esposto. Da fuori sembra forza, da dentro è controllo e rigidità. Alcuni modelli contemporanei parlano proprio di una spirale invidia, disprezzo, superiorità come regolazione emotiva “autoprotettiva”, cioè mi sento meno, allora alzo la voce interna e abbasso l’altro.
Poi c’è il carburante, il desiderio. Se il desiderio viene ridotto a “voglio quell’oggetto”, è semplice. Se invece viene visto come “voglio sentirmi vivo, visibile, riconosciuto”, allora l’oggetto diventa un pretesto sostituibile. Ed è qui che il consumo moderno è geniale e crudele: non vende solo cose, vende micro identità pronte all’uso. La pubblicità lavora moltissimo su processi emotivi e di ricompensa, motivazione, attenzione, e lo fa costruendo stimoli che accendono brama e urgenza, spesso con leve come piacere immediato e paura di restare fuori.
Quando l’invidia diventa “bisogno”, succede una cosa precisa: la sofferenza non viene letta come segnale da capire, viene trattata come prurito da grattare. E se la gratificazione è intermittente, un po’ sì un po’ no, si crea un ciclo di rincorsa. È lo stesso principio per cui certe piattaforme digitali agganciano l’attenzione con ricompense variabili, alimentando anticipazione e delusione in loop.
Cosa capita quando siamo arroganti e invidiosi dentro noi stessi?
Capita che la violenza cambia bersaglio. Non colpisce solo gli altri, colpisce la propria vita.
L’invidia interna fa questo: trasforma ogni gesto in un confronto, ogni giornata in un bilancio, ogni gioia in una prova. Anche quando “va bene”, resta il sospetto di non essere abbastanza. L’arroganza interna aggiunge la frusta: “dovresti essere superiore a tutto questo”, “non ti è concesso essere fragile”, “non devi desiderare così”, e intanto desideri lo stesso, solo di nascosto. Questa doppia pinza produce macerazione, perché la parte che soffre viene umiliata e la parte che umilia non diventa mai soddisfatta.
In quel punto si perde la fiducia reale, quella che nasce dal contatto con i propri bisogni fondamentali e con i propri limiti concreti. Al suo posto entra una fiducia in leasing: “valgo se mi scelgono, se mi notano, se mi compro la prova”. È la logica del mercato applicata all’anima, senza bisogno di dirlo ad alta voce. E si diventa arroganti proprio verso ciò che è essenziale, sonno, corpo, relazioni vere, lavoro fatto bene, tempo non venduto. Si pretende prestazione anche quando servirebbe cura e semplicità, si disprezza la propria fatica, si fa bullismo al proprio cuore.
Il risultato è paradossale: per “emergere” ci si riduce. Per sentirsi vivi ci si rincorre. Per non sentire la ferita la si riapre ogni giorno, perché il confronto continuo la tiene in attività.
Una via d’uscita coerente, spostare il centro dalla logica dell’avere alla logica dell’essere. Non come frase bella, come test pratico. Quando l’invidia sale, la domanda utile non è “cosa mi manca”, è “che bisogno umano sto tentando di comprare in forma travestita”. Riconoscimento, appartenenza, competenza, bellezza, senso, libertà. Se lo vedi, l’oggetto perde magia e torna oggetto.
E quando l’arroganza sale, la domanda utile non è “come li metto a posto”, è “che vergogna sto coprendo”, oppure “che paura sto evitando”. L’arroganza, quasi sempre, protegge un punto infantile che non ha avuto abbastanza sicurezza. Se lo tratti come nemico, aumenta. Se lo tratti come segnale, si riduce.
La cosa più concreta, invidia e arroganza diventano tossiche quando impediscono l’esperienza diretta. Si vive per immagine e confronto, non per realtà. L’antidoto non è moralismo, è recupero di contatto, piccoli atti verificabili, scelta di bisogni veri, e soprattutto sottrarre attenzione alle leve che fabbricano insoddisfazione per mestiere. E sì, è una decisione culturale prima ancora che psicologica.
Sauro Tronconi