23/02/2026
A volte passiamo tanto tempo a inseguire l’idea di chi “dovremmo essere”, dimenticandoci di ascoltare chi siamo davvero.
C’è una distanza sottile ma pericolosa tra la persona che sentiamo di essere e quella che pensiamo di dover diventare per stare dentro agli sguardi degli altri, dentro ai ruoli, dentro alle aspettative.
Succede anche nel lavoro. Si pensa che al lavoro bisogna indossare una versione standard di sé, lasciare fuori la propria personalità, le proprie sfumature, come se la professionalità fosse sinonimo di distanza umana.
Ma noi non siamo pezzi separati. Non possiamo scindere ciò che siamo da ciò che facciamo.
Io, ad esempio, non sono la “classica” terapeuta. Ho un mio stile, porto dentro la terapia la mia persona, le mie esperienze, il mio modo di sentire e di stare con l’altro. Ci ho messo tanto a capire che va bene così.
Ci ho messo tempo ad accettare che non devo somigliare a qualcun altro per essere competente, seria o professionale. Che la mia autenticità non è un limite, ma uno spazio di incontro.
Essere unici non significa essere perfetti. Significa permettersi di essere veri.
E oggi voglio dirlo forte: va bene essere diversi, va bene avere un proprio modo di stare al mondo, va bene portare dentro quello che siamo, senza paura.
Perché è proprio lì, nella nostra unicità, che c’è la nostra forza.