Giuseppe Sanna Fisioterapista

Giuseppe Sanna Fisioterapista Mi sono specializzato nell’ambito delle problematiche muscolo- scheletriche, e nel 2015 ho co

Nel 2012 mi sono laureato in Fisioterapia presso l’Università di Sassari, da allora ho sempre lavorato come libero professionista collaborando con diversi studi.

Per chi si sottopone a una protesi d’anca, uno degli obiettivi più importanti dopo l’intervento è recuperare forza. Non ...
27/02/2026

Per chi si sottopone a una protesi d’anca, uno degli obiettivi più importanti dopo l’intervento è recuperare forza. Non solo per camminare meglio, ma per tornare a vivere davvero: salire le scale senza fatica, rialzarsi facilmente da una sedia, sentirsi sicuri nei movimenti.

Eppure spesso la riabilitazione si ferma a esercizi blandi, senza carichi reali. Peccato che la forza muscolare non torni da sola, e nemmeno con il “movimento leggero”.

In uno studio clinico, un gruppo di pazienti ha seguito un programma di esercizi di forza veri, intensi ma sicuri, con carichi vicini al massimo tollerato, 3 volte a settimana. Dopo 3 mesi, avevano gambe più forti rispetto a chi aveva fatto solo esercizi leggeri, e si sentivano più autonomi.

La parte interessante? Il programma durava 30 minuti a seduta. Meno tempo, più forza.

La fisioterapia non è solo “fare qualcosa”: è scegliere cosa serve davvero a quel corpo, in quel momento. Anche quando è faticoso. Anche quando sembra “troppo presto”.

🏋️‍♀️ Tornare a muoversi va bene. Tornare forti è meglio.



Winther SB, Foss OA, Husby OS, et al. A randomized controlled trial on maximal strength training in 60 patients undergoing total hip arthroplasty. Acta Orthop. 2018;89(3):295–301. doi:10.1080/17453674.2018.1441362

Il tendine d’Achille non si “rovina” all’improvviso 🦶Nella maggior parte dei casi, il dolore nasce quando il carico supe...
20/02/2026

Il tendine d’Achille non si “rovina” all’improvviso 🦶

Nella maggior parte dei casi, il dolore nasce quando il carico supera la capacità del tendine di adattarsi. Può succedere a chi corre molto, ma anche a chi è fermo da tempo e riprende a muoversi. Il punto non è il movimento, ma come e quanto viene dosato.

La tendinopatia achillea si riconosce soprattutto con la valutazione clinica: dolore localizzato, legato al carico, a volte associato a un ispessimento del tendine e alla sensibilità al tatto. Gli esami non sono sempre necessari e, da soli, non dicono se il recupero sarà più o meno rapido.

Il trattamento efficace è attivo 💪
Educazione, gestione graduale del carico ed esercizio specifico per il polpaccio, portati avanti con continuità per settimane. Aspettare che “passi da solo” raramente porta a miglioramenti reali, soprattutto quando il dolore dura da mesi.

Il recupero non è immediato e non è lineare ⏳
Ci possono essere fasi di miglioramento e momenti di stallo. Non è un segno di fragilità, ma di adattamento a uno stimolo nuovo.

La fisioterapia serve a questo: aiutare il tendine a tornare progressivamente tollerante al carico, senza scorciatoie e senza promesse irrealistiche. Non per azzerare il fastidio in pochi giorni, ma per tornare a muoversi con più fiducia e controllo.



de Vos RJ, van der Vlist AC, Zwerver J, et al. Dutch multidisciplinary guideline on Achilles tendinopathy. British Journal of Sports Medicine. 2021;55:1125–1134. doi:10.1136/bjsports-2020-103867.

"Correre rovina le ginocchia".È una frase che molti runner hanno sentito dire almeno una volta. A volte arriva come avve...
13/02/2026

"Correre rovina le ginocchia".
È una frase che molti runner hanno sentito dire almeno una volta. A volte arriva come avvertimento, altre come consiglio non richiesto. Il risultato è spesso lo stesso: smettere di muoversi per paura di “consumare” il ginocchio.

Il ginocchio, però, non è un pezzo di porcellana. È un’articolazione viva, fatta per adattarsi ai carichi. Il movimento, se ben tollerato, non è un nemico automatico.

Gli studi che hanno confrontato persone che corrono con persone che non corrono mostrano un dato interessante: nel breve e medio periodo la corsa non è associata a un peggioramento dei segni radiologici di artrosi del ginocchio. In molti casi, chi non corre riferisce più dolore al ginocchio rispetto a chi corre. Anche sul piano strutturale, cartilagine e spazio articolare non risultano sistematicamente peggiori nei runner rispetto ai non runner.

Questo non significa che correre sia sempre la scelta giusta per tutti, né che il dolore vada ignorato. Significa una cosa più semplice: il carico, come il movimento, va dosato. Il corpo risponde agli stimoli in base a quanto sono progressivi, coerenti con la storia della persona e compatibili con il suo livello di tolleranza.

Qui entra in gioco la fisioterapia. Non per dire “puoi correre” o “non puoi correre”, ma per aiutare a capire come, quanto e quando muoversi. A volte il lavoro è riprendere fiducia nel carico. Altre volte è modificare abitudini, tempi, intensità. È un percorso di adattamento, non una ricetta uguale per tutti.

Il movimento non è una minaccia da evitare per principio. È uno strumento. Come tutti gli strumenti, funziona se usato bene. 🏃‍♂️



Dhillon J, Kraeutler MJ, Belk JW, et al. Effects of running on the development of knee osteoarthritis: an updated systematic review at short-term follow-up. Orthopaedic Journal of Sports Medicine. 2023;11(3). doi:10.1177/23259671231152900

Non quando il carico è alto, ma quando aumenta troppo rapidamente rispetto a quello a cui il corpo era adattato.Allename...
06/02/2026

Non quando il carico è alto, ma quando aumenta troppo rapidamente rispetto a quello a cui il corpo era adattato.

Allenamento, lavoro fisico, ritorno al movimento dopo uno stop: tutto questo è carico. Se il carico cresce in modo progressivo, i tessuti si adattano. Se cresce in modo brusco, la capacità di recupero non tiene il passo e il rischio di infortunio aumenta.

È un meccanismo osservato in modo costante:
*negli sportivi che aumentano volume o intensità da una settimana all’altra;
*nelle persone che riprendono attività dopo un periodo di inattività;
*nei rientri affrettati dopo un infortunio.

Il punto non è “fare poco” o “fare tanto”. Il punto è il rapporto tra carico recente e carico abituale.

La fisioterapia interviene qui:
*valutare il livello di carico tollerabile oggi
*e costruire una progressione che riduca il rischio di nuovi infortuni, senza bloccare il movimento.

Muoversi resta necessario. Gestire il carico è ciò che permette di farlo in sicurezza, in qualsiasi contesto.



Soligard T, Schwellnus M, Alonso JM, et al. How much is too much? International Olympic Committee consensus statement on load in sport and risk of injury. Br J Sports Med. 2016;50(17):1030–1041. doi:10.1136/bjsports-2016-096581.

Le bone stress injuries non sono fratture traumatiche. Sono lesioni da sovraccarico: il tessuto osseo, esposto a carichi...
30/01/2026

Le bone stress injuries non sono fratture traumatiche. Sono lesioni da sovraccarico: il tessuto osseo, esposto a carichi ripetuti senza tempo sufficiente per recuperare, comincia a cedere. Non servono incidenti. Basta uno squilibrio costante tra quanto chiedi al corpo e quanto gli permetti di adattarsi.

Le zone più colpite? Tibia, metatarsi, femore, bacino. Ma non è solo questione di chilometri o scarpe sbagliate. Contano anche: salute ossea, alimentazione, forza muscolare, ritmo degli allenamenti, variazioni nei carichi.

💡 La fisioterapia può intervenire in modo mirato:
• analisi del carico e del gesto atletico;
• esercizi per migliorare forza, coordinazione, controllo;
• adattamento progressivo del carico;
• collaborazione con medici e nutrizionisti se servono accertamenti clinici.

Ogni piano di recupero deve tenere conto della sede della lesione, della gravità e del tipo di attività sportiva. Non esistono scorciatoie, ma percorsi strutturati per tornare in attività con una base più solida.



Hoenig T, Hollander K, Popp KL, et al. International Delphi consensus on bone stress injuries in athletes. Br J Sports Med. 2025;59:78–90. doi:10.1136/bjsports-2024-108616

Crociato rotto, intervento fatto… e la domanda che gira in testa è sempre la stessa: “Tornerò a giocare come prima?” ⚽🏀⛷...
23/01/2026

Crociato rotto, intervento fatto… e la domanda che gira in testa è sempre la stessa: “Tornerò a giocare come prima?” ⚽🏀⛷️

Una grande revisione su atleti d’élite ha guardato cosa succede dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore (LCA):

*circa 8 atleti su 10 tornano al loro livello sportivo pre-infortunio
*la maggior parte rientra tra i 6 e i 13 mesi dall’intervento
*circa 1 su 20 va incontro a una nuova rottura del trapianto

Chi torna in campo, spesso, riesce a mantenere prestazioni simili ai colleghi che non hanno mai avuto un infortunio al LCA. Non sempre identiche a prima, ma abbastanza vicine da restare ad alto livello.

Cosa significa tutto questo per te, che magari non giochi in Serie A ma hai una vita fatta di lavoro, famiglia, partita di calcetto o corsa la domenica?

Che il ritorno allo sport è un percorso. I numeri dicono che il recupero è possibile, ma richiede mesi, pazienza e obiettivi realistici. La fisioterapia serve proprio a questo: costruire passo dopo passo il rientro, rispettando i tempi del ginocchio, del tuo sport e della tua testa.

Non è una gara a chi torna prima, è un lavoro per tornare meglio protetti. Se hai subito un intervento al crociato, il punto non è “ce la farò sì o no?”, ma “come posso darmi le migliori condizioni per tornare a muovermi, giocare e sentirmi di nuovo me stesso?”.



Lai CCH, Ardern CL, Feller JA, Webster KE. Eighty-three per cent of elite athletes return to preinjury sport after anterior cruciate ligament reconstruction: a systematic review with meta-analysis of return to sport rates, graft rupture rates and performance outcomes. Br J Sports Med. 2018;52(2):128-138. doi:10.1136/bjsports-2016-096836.

Se dal lunedì al venerdì ti muovi tra scrivania, auto e divano, ma nel weekend concentri corsa, padel, calcetto e trekki...
16/01/2026

Se dal lunedì al venerdì ti muovi tra scrivania, auto e divano, ma nel weekend concentri corsa, padel, calcetto e trekking, rientri nella categoria dei “weekend warrior”.

Una ricerca pubblicata su JAMA Internal Medicine ha seguito più di 350.000 adulti per oltre 10 anni, confrontando:

- chi era sostanzialmente inattivo
- chi raggiungeva le raccomandazioni settimanali di attività fisica distribuendo il movimento su almeno 3 giorni
- chi raggiungeva le stesse “dosi” settimanali concentrandole in 1-2 giorni.

Risultato: sia chi si muoveva in modo “regolare” sia i weekend warrior avevano un rischio più basso di morte per tutte le cause, per malattie cardiovascolari e per tumori rispetto a chi era inattivo. A parità di minuti settimanali, non c’erano differenze rilevanti tra chi distribuiva l’attività e chi la concentrava nel weekend.

Tradotto: se il tempo è poco ma riesci comunque a raggiungere le dosi settimanali raccomandate, il tuo corpo può avere benefici importanti sulla salute a lungo termine anche se ti alleni uno o due giorni.

Il problema nasce quando il weekend diventa l’unico momento in cui “sparare tutto”, senza preparazione, senza progressione del carico e magari con dolori già presenti. È qui che aumentano stanchezza, infiammazioni, piccoli traumi che ti costringono a fermarti proprio quando vorresti muoverti.

La fisioterapia ti aiuta a far quadrare i conti tra obiettivi, tempo e corpo reale:

- capire da che livello stai partendo
- impostare un piano di esercizi adatto alla tua settimana
- gestire carichi e recuperi in modo da ridurre il rischio di infortuni e riacutizzazioni.

Nel mio studio lavoro spesso con persone che si allenano soprattutto nel weekend e vogliono continuare a farlo in sicurezza, senza rinunciare allo sport. Se ti rivedi in questo profilo, possiamo costruire insieme un percorso più adatto al tuo modo di vivere e muoverti.



Dos Santos M, Ferrari G, Lee DH, et al. Association of the “weekend warrior” and other leisure-time physical activity patterns with all-cause and cause-specific mortality. JAMA Intern Med. 2022;182(8):840-848.

“Devo smettere di allenarmi?”È la prima domanda che viene a chi ha un dolore persistente e fa sport nel tempo libero.Cal...
09/01/2026

“Devo smettere di allenarmi?”

È la prima domanda che viene a chi ha un dolore persistente e fa sport nel tempo libero.
Calcetto, corsa, padel, CrossFit… c’è sempre qualcuno pronto a dire:
“È il tuo corpo che ti dice di fermarti”.

Ma fermarsi non è sempre la risposta.

Secondo una recente umbrella review, l’esercizio terapeutico (mirato, adattato e progressivo) è efficace nel ridurre il dolore e migliorare la funzione anche in chi continua a fare sport.

Non serve aspettare di “non avere più male” per ricominciare.
Serve sapere come muoversi in sicurezza e con un piano pensato per te.

La fisioterapia può guidarti in questo.
Allenarti non è il problema.
A volte, è parte della soluzione.



Henriksen M, Albin J, Bandholm T, et al. Exercise therapy is an evidence-based first-line treatment for symptoms of persistent musculoskeletal pain in adults participating in sport and exercise. BMJ Open Sport Exerc Med. 2024;10(3):e001805. doi:10.1136/bmjsem-2024-001805

Il dolore muscoloscheletrico, nelle prime settimane, tende a migliorare mentre i tessuti si riparano. Quando invece cont...
02/01/2026

Il dolore muscoloscheletrico, nelle prime settimane, tende a migliorare mentre i tessuti si riparano. Quando invece continua oltre il previsto, spesso non è un problema di lesioni che non guariscono, ma di un sistema nervoso che è diventato più sensibile.

Alcune condizioni aumentano la probabilità che questo accada: dolore molto intenso all’inizio, paura di muoversi per timore di peggiorare, periodi prolungati di stress, sonno disturbato, poco supporto sociale, situazioni di vita complesse. Non sono “cause psicologiche”, ma fattori che possono alzare il livello di allerta del sistema e mantenere la percezione di minaccia.

In questa situazione, il movimento torna utile non per “rimettere a posto qualcosa”, ma per ricalibrare quel sistema. Lo si fa con esercizi graduati, informazioni chiare su cosa sta succedendo, strategie per ridurre l’evitamento e riprendere attività che avevi limitato.
È un percorso che richiede tempo, ma è modificabile.

Se convivere col dolore ti sta stancando, non è detto che tu debba farlo ancora a lungo. Capire come lavora il tuo sistema nervoso è spesso il primo passo per rimettere mano alla situazione.



Dunn M, Rushton AB, Mistry J, Soundy A, Heneghan NR. The biopsychosocial factors associated with development of chronic musculoskeletal pain. PLoS One. 2024;19(4):e0294830. doi:10.1371/journal.pone.0294830

Giorni che arrivano con un ritmo diverso.Ti auguro tempo per cose semplici: muoverti, ricaricarti e ripartire con più en...
23/12/2025

Giorni che arrivano con un ritmo diverso.
Ti auguro tempo per cose semplici: muoverti, ricaricarti e ripartire con più energia.

Buone feste.

Tutti, prima o poi, abbiamo avuto a che fare con un mal di schiena o un fastidio al collo. Sai che un programma di eserc...
19/12/2025

Tutti, prima o poi, abbiamo avuto a che fare con un mal di schiena o un fastidio al collo.

Sai che un programma di esercizi mirati, unito a un’educazione consapevole, può ridurre le recidive di lombalgia di circa il 45%? Risultati simili valgono anche per il dolore cervicale. 💪

Solette, busti o cuscini ergonomici possono sembrare soluzioni pratiche, ma la ricerca mostra che la loro efficacia nel prevenire il dolore è limitata. Il movimento resta la terapia più solida e sostenibile.

La fisioterapia non serve solo a trattare il dolore, ma anche a prevenirlo. Un percorso attivo e personalizzato ti aiuta a gestire il problema in modo sicuro e tornare alle attività quotidiane con fiducia.

📍 Ricevo su appuntamento a Sassari e Alghero
📞 Contattami al 371 425 5487
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Steffens D, et al. Prevention of low back pain: A systematic review and meta-analysis. JAMA Intern Med. 2016;176(2):199–208.
De Campos TF, Elkins MR. Prevention of spinal pain. J Physiother. 2021;67(3):158–159.

Il mal di schiena cronico non è sempre un problema strutturaleMolte persone convivono per mesi o anni con mal di schiena...
12/12/2025

Il mal di schiena cronico non è sempre un problema strutturale

Molte persone convivono per mesi o anni con mal di schiena o collo e si convincono che la causa sia nelle immagini: ernie, artrosi, protrusioni, “usura”.
La realtà è che queste alterazioni sono molto comuni anche in chi non ha dolore.

Nella pratica clinica capita spesso che il dolore persista anche quando non c’è una lesione in grado di giustificarlo. In questi casi parliamo di dolore primario, cioè un dolore legato a un aumento della sensibilità del sistema nervoso.
Alcuni segnali utili per riconoscerlo: dolore che si sposta, peggiora nei periodi di stress, compare in zone di vecchie lesioni ormai guarite, è sensibile al tocco leggero o varia molto nel corso della giornata.

Capire questo meccanismo permette di cambiare approccio: meno paura per ciò che “si vede” negli esami, più attenzione a come il sistema nervoso sta funzionando.
Il lavoro si concentra su educazione, movimento progressivo e strategie per ridurre la sensibilità.
Per molte persone questo è il punto di svolta per tornare a muoversi con più sicurezza.



Schubiner H et al. Application of a clinical approach to diagnosing primary pain: Prevalence and correlates of primary back and neck pain in a community physiatry clinic. Journal of Pain. 2024;25(3):672-681.

Indirizzo

Via Carlo Felice N42
Sassari
07100

Orario di apertura

Lunedì 14:00 - 20:00
Martedì 14:00 - 20:00
Mercoledì 14:00 - 20:00
Giovedì 14:00 - 20:00
Venerdì 14:00 - 20:00

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