29/04/2026
"AMABILI O CONTROLLABILI?
Alice Miller, psicologa, nei suoi testi ci ha mostrato qualcosa di spietato e scomodo: molti bambini non vengono educati alla vita, vengono addestrati alla rinuncia di sé.
La cosiddetta pedagogia nera non spezza il bambino solo attraverso la violenza esplicita, ma attraverso una forma più sottile e devastante di violenza: convincerlo che la sua spontaneità sia un problema.
Il bambino vivace diventa “troppo”.
Il bambino arrabbiato diventa “cattivo”.
Il bambino desiderante diventa “egoista”.
Il bambino sensibile diventa “pesante”.
Il bambino libero diventa “ingrato”.
Così il bambino impara una cosa tremenda da subito:
per essere amato deve tradire la propria verità interna.
Da qui nasce una frattura psichica enorme che causa poi tutte le nostre nevrosi da adulti: una parte di sé continua a sentire, desiderare, tremare, ribellarsi, cercare piacere, contatto, espressione, vita.
Ma Un’altra parte, invece, diventa il guardiano persecutore e molesto: controlla, giudica, corregge, punisce, zittisce.
Questa è la nascita del falso Sé impeccabile.
Eccola: una creatura educata, adattata, performante, gentile al momento giusto, intelligente al momento giusto, composta al momento giusto, capace di intuire cosa l’ambiente si aspetta e di offrirlo prima ancora che venga chiesto.
Ma il prezzo è altissimo…
La persona diventa amata per la propria maschera e abbandonata nella propria verità.
Qui il piacere si blocca, in questo passaggio.
Perché il piacere appartiene alla parte vera.
Appartiene al corpo non addestrato, alla voce non corretta, al gesto non previsto, alla fame non giustificata, al desiderio non approvato, alla pelle sudata, al tremolio, allo scivolone, ai capelli spettinati.
Il piacere porta sempre con sé un elemento di disobbedienza.
Chi è stato educato a essere buono, composto, utile e leggibile sente il piacere come una minaccia al patto originario.
Godere significa uscire dal personaggio.
Significa smettere di essere il figlio che non crea problemi.
Significa rompere la liturgia familiare della rinuncia.
Significa lasciare che il corpo dica qualcosa che l’immagine non può controllare.
La pedagogia nera e un po’ tutto il sistema in cui viviamo, produce adulti che hanno paura della propria vitalità più che della propria sofferenza.
Soffrire è conosciuto.
Sacrificarsi è conosciuto.
Controllarsi è conosciuto.
Meritare è conosciuto.
Il piacere, invece, è ignoto.
Il piacere non garantisce approvazione.
Il piacere non rende necessariamente migliori.
Il piacere non serve il sistema.
Il piacere sottrae energia al dovere cieco e la restituisce al corpo.
Per questo molte persone riescono a tollerare anni di fatica, ansia, ipercontrollo, relazioni contratte, vite senza respiro, ma entrano in panico appena qualcosa diventa semplice, caldo, accessibile, gratuito.
La gioia senza prezzo crea sospetto.
La leggerezza senza sacrificio genera colpa.
Il desiderio senza giustificazione accende vergogna.
Nel linguaggio della Miller, il dramma del bambino dotato, consiste proprio in questo: essere diventato brillante nel percepire i bisogni dell’altro e tragicamente analfabeta rispetto ai propri.
Quel bambino impara a leggere il volto della madre prima del proprio corpo, impara a misurare l’umore del padre prima del proprio desiderio, impara a plasmarsi per non perdere l’amore.
E quando diventa adulto porta dentro di sé una domanda muta e feroce: posso esistere anche quando non servo?
Posso godere anche e soprattutto se nessuno mi approva?
Posso essere amato anche quando smetto di performare?
Di essere utile?
Di essere educato?
Posso avere piacere senza trasformarlo subito in colpa, risultato o debito?
Se la guardiamo dal punto di vista karmico ed energetico, questa ferita crea una distorsione del campo vitale: l’energia non scorre verso l’espansione, ma verso la sorveglianza, la tensione e la contrazione costante.
Il corpo non si apre, si organizza stabilendo dei puntelli sintomatici su cui costruisce la sopravvivenza.
Il respiro non scende verso il pavimento pelvico, resta alto, in affanno, controllore dell’ambiente circostante.
Il bacino non pulsa, non è vivo né pieno, non scorre l’acqua del secondo chakra, ma trattiene, ristagna, duole, è spento.
La voce non vibra, si modula, si adatta, si fa flebile.
Lo sguardo non incontra e non accoglie, ma controlla, scruta, soppesa.
La presenza non emana, si adatta e assorbe l’energia dell’ambiente.
La persona diventa impeccabile, come se avesse ingoiato un manuale di bon ton, ma è spenta e non vitale, non crea, si omologa, non ama: sopporta, non gode: giudica.
Bello/a, capace, certamente, ammirato, spesso, viva, molto meno,autentica, ancora meno, creativa e gioiosa… zero.
Chi stai ancora cercando di non deludere mentre ti neghi il piacere?
Quale adulto interiorizzato continua a guardarti da dentro?
Quale punizione temi se diventi troppo felice, troppo sensuale, troppo libero, troppo pieno?
Quale parte di te crede ancora che la sofferenza ti renda più degno d’amore?
Quale sacrificio continui a scambiare per maturità?
La guarigione inizia quando l’immagine del bambino perfetto viene smascherata per ciò che è: una strategia antica di sopravvivenza, non una vocazione dell’anima come cerchi di raccontarti.
Il passaggio più difficile è accettare che diventare vivi possa farci sentire inizialmente sleali. Sleali verso la madre che ha rinunciato. Sleali verso il padre che ha preteso forza. Sleali verso il sistema che ci ha premiato quando eravamo bravi, utili, composti, silenziosi. Ma ogni rinascita reale contiene una quota di tradimento simbolico.
Tradire l’immagine che ci ha salvato. Tradire il personaggio che ci ha garantito appartenenza. Tradire la versione addomesticata di noi stessi.
E il piacere comincia esattamente lì: nel punto in cui smettiamo di chiedere al passato il permesso di essere vivi."
C.C