Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale. AGCOM "Influencer rilevanti"

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

Non serve sparire per abbandonare un figlio.A volte basta restare nella stessa stanza e non alzare mai davvero gli occhi...
10/04/2026

Non serve sparire per abbandonare un figlio.
A volte basta restare nella stessa stanza e non alzare mai davvero gli occhi. Ci sono bambini che non hanno perso i genitori. Hanno perso il loro sguardo. Parlano, e l’adulto scorre. Cercano contatto, e trovano una notifica. Provano a esistere nella mente di chi li ama, ma troppo spesso trovano uno schermo acceso al posto di una presenza vera.

È da qui che nascono gli orfani digitali: figli accuditi, nutriti, accompagnati, ma lasciati soli nel punto più importante. Quello della relazione.
Un bambino non cresce solo di cure. Cresce di attenzione, di volto, di ascolto, di tempo mentale. Cresce sentendosi abbastanza importante da interrompere il resto del mondo.
Se invece impara presto che viene dopo, dopo il telefono, dopo il lavoro, dopo i messaggi, dopo tutto, quella ferita resta.

E resta anche nel modo in cui, crescendo, userà il digitale. Perché un bambino calmato con uno schermo non sta imparando a regolare le emozioni. Sta imparando a delegarle.
Sta imparando che la noia si spegne, che la tristezza si distrae, che il vuoto si riempie, che l’attesa si evita.
Così il digitale smette di essere uno strumento e diventa una protesi emotiva. E allora sì, le dipendenze digitali cominciano molto prima. Cominciano quando lo schermo prende il posto dello sguardo.

Per questo, prima ancora del sacrosanto divieto dei social sotto i 16 anni, dovremmo avere il coraggio di chiedere una legge sul diritto alla disconnessione degli adulti.
Perché un figlio non impara il limite da un genitore sempre online, sempre reperibile, sempre altrove.

La prima educazione digitale non è togliere un telefono ai ragazzi. È restituire presenza agli adulti.

Ci siamo abituati a pensare che il problema siano gli schermi.Ma il punto, quasi mai, è lo schermo.Il punto è quello che...
09/04/2026

Ci siamo abituati a pensare che il problema siano gli schermi.
Ma il punto, quasi mai, è lo schermo.
Il punto è quello che succede dentro una relazione quando lo schermo prende il posto dello sguardo, dell’attesa, della noia, del conflitto, della presenza.

Dietro molte dipendenze digitali non c’è solo un cattivo uso della tecnologia.
Ci sono solitudini che non sappiamo più nominare, vuoti che cerchiamo di riempire, ragazzi che chiedono aiuto nel solo modo che conoscono, adulti che troppo spesso arrivano tardi o si fermano alla superficie.

Parleremo di questo.
Di relazioni, di dipendenze.
Di nuove sfide digitali che non riguardano soltanto i ragazzi, ma tutti noi.

Il 17 aprile 2026, a Lucca, ci incontreremo per un confronto serio, umano e necessario su ciò che il digitale sta cambiando nel nostro modo di vivere, educare, amare e stare insieme.

Perché non basta demonizzare la tecnologia.
Bisogna capire che uso ne facciamo, cosa ci stiamo cercando dentro e cosa stiamo smettendo di costruire fuori.

Vi aspetto a “Oltre lo schermo: relazioni, dipendenze e nuove sfide digitali”.

Evento gratuito con iscrizione obbligatoria.
Iscriviti qui https://www.eventbrite.it/e/biglietti-oltre-lo-schermo-relazioni-dipendenze-e-nuove-sfide-digitali-1982766390649?utm-campaign=social&utm-content=attendeeshare&utm-medium=discovery&utm-term=listing&utm-source=wsa&aff=ebdsshwebmobile

09/04/2026

“Non mi racconta più niente.”
È una delle frasi che sento dire più spesso ai genitori di adolescenti.

E no, non sempre è un brutto segno.

In adolescenza prendere distanza è anche un modo per crescere.
Per pensarsi da soli, per autonomizzarsi.
Per capire chi si è, senza avere sempre lo sguardo degli adulti addosso.

Il punto non è chiedersi solo “Perché non parla più con me?” ma il punto vero è chiedersi “Come posso esserci senza invadere?”

Perché un adolescente non ha bisogno di un adulto che lo incalza.
Ha bisogno di un adulto che resta.
Che c’è, che non controlla ogni silenzio.
Che sa aspettare senza sparire.

Crescere, a volte, significa anche parlare un po’ meno con noi. Ma aver bisogno di noi in modo diverso.

“Un’altra aggressione. Un altro ragazzo. Un’altra morte.” E noi scorriamo.Leggiamo, commentiamo, ci indigniamo un attimo...
07/04/2026

“Un’altra aggressione. Un altro ragazzo. Un’altra morte.” E noi scorriamo.
Leggiamo, commentiamo, ci indigniamo un attimo… e poi andiamo avanti. È questo che fa più paura non è solo la violenza, ma il fatto che ci stiamo abituando.

Un ragazzo di 20 anni ucciso in strada. Non è un gesto improvviso, è qualcosa che cresce nel tempo. La violenza non esplode, si costruisce: nelle prese in giro tollerate, nelle umiliazioni minimizzate, in tutto ciò che chiamiamo “ragazzate”.

E allora la domanda non è solo chi è stato.ma dove abbiamo smesso di educare. Abbiamo scuole piene di contenuti, ma troppo spesso vuote di educazione al rispetto e all’empatia. E continuiamo a trattarle come un accessorio.

Non lo sono
Il rispetto è un limite. L’empatia è una capacità.
Entrambe vanno insegnate.

Servono scelte vere: rispetto ed empatia devono diventare materie obbligatorie, ogni settimana, dalla scuola dell’infanzia. E insieme serve sostenere davvero i genitori, sempre più soli e disorientati.

Perché senza adulti solidi, nessun ragazzo può diventarlo.
Abbiamo insegnato a connettersi, non a sentire.
E quando l’altro smette di essere una persona, diventa un bersaglio.

E a quel punto, la violenza smette di essere impensabile. Diventa possibile.

L’altro giorno una mamma mi racconta:“Si chiude in bagno con il telefono. Non gioca. Si guarda. Fa le routine.”Nove anni...
07/04/2026

L’altro giorno una mamma mi racconta:
“Si chiude in bagno con il telefono. Non gioca. Si guarda. Fa le routine.”
Nove anni. Non stanno più facendo finta.
Stanno imparando davvero.
E noi continuiamo a dirci che è una fase.
Che imitano e che è solo curiosità.
Non è così semplice.
Perché mentre noi minimizziamo, loro assorbono tutto. E lo fanno dentro uno schermo che non è neutro.

Oggi sappiamo che più del 60% dei bambini usa dispositivi ogni giorno.
E la maggior parte lo fa da sola.
Senza uno sguardo adulto accanto. Questo significa una cosa sola: non stanno solo guardando video. Stanno imparando come devono essere.

E a quell’età il corpo dovrebbe essere scoperta e non correzione.

Dovrebbe essere stupore e non giudizio.

E invece iniziano a guardarsi come se ci fosse qualcosa da sistemare, come se non fossero già abbastanza.

Il problema non è la crema è quello che rappresenta.

L’idea che devi migliorarti, l’idea che devi essere “giusta”, l’idea che così come sei… non va bene.

E il digitale amplifica tutto. Ti mette davanti modelli, filtri, perfezioni impossibili e ti insegna molto presto che piacere è più importante che sentirsi bene.

E allora succede qualcosa di silenzioso ma potentissimo.

Una bambina smette di guardarsi per riconoscersi e inizia a guardarsi per valutarsi.

Non è crescita si chiama anticipo.
Stiamo anticipando l’insicurezza.
E il problema non lo vedremo oggi.
Lo vedremo tra qualche anno, quando quella bambina diventerà una ragazza
che si sentirà sempre un po’ fuori posto
in un mondo che le ha insegnato a non bastarsi mai.

C’è una solitudine che non si vede.Sta nelle stanze illuminate dagli schermi, nei silenzi pieni di notifiche, negli sgua...
03/04/2026

C’è una solitudine che non si vede.
Sta nelle stanze illuminate dagli schermi, nei silenzi pieni di notifiche, negli sguardi che si incrociano sempre meno.

Ne parleremo insieme. Senza giudicare, ma senza far finta di niente.

Vi aspetto a “Crescere tra schermi e solitudine”: un incontro per genitori che vogliono capire, per ragazzi che vogliono sentirsi visti, per adulti che hanno ancora il coraggio di mettersi in discussione.

Evento gratuito
Prenotazione obbligatoria
Restano pochissimi posti disponibili

Prenota qui:
https://www.dipendenze.com/corso/crescere-tra-schermi-e-solitudine

Non è solo un evento.
È un momento per fermarsi e ricominciare a guardarsi davvero.

02/04/2026

Vi aspetto tra poco su Canale 5!
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Un ragazzo di 17 anni, a Perugia, stava progettando una strage. Leggi la notizia e la prima reazione è sempre la stessa:...
31/03/2026

Un ragazzo di 17 anni, a Perugia, stava progettando una strage. Leggi la notizia e la prima reazione è sempre la stessa: paura, rabbia, distanza. “Un mostro.”
Serve dirlo, quasi per proteggerci.

Ma la verità è che a diciassette anni non esistono mostri ma esistono ragazzi che si perdono.

E quando un ragazzo si perde, non lo fa all’improvviso. Non è un corto circuito. È un percorso lento, silenzioso, fatto di pezzi che si incastrano mentre nessuno guarda davvero.

Prima di quei contenuti, prima di quelle idee, prima ancora di quella rabbia organizzata, c’è quasi sempre una fatica emotiva che non ha trovato spazio. Un senso di esclusione, di inadeguatezza, una vergogna che non si riesce a dire. E quando certe cose non trovano parole, non spariscono. Cambiano forma.

Diventano pensiero rigido, diventano rabbia che cerca un colpevole, diventano appartenenza a qualcosa che finalmente ti dice chi sei.

Perché questo è il punto che continuiamo a non voler vedere: nessun ragazzo cerca l’odio per amore dell’odio. Lo cerca perché lì trova una risposta. Sbagliata, pericolosa, ma pur sempre una risposta.

E allora il problema non è solo quello che quel ragazzo stava preparando ma è tutto quello che è successo prima.

È il tempo in cui ha smesso di raccontarsi.
È il momento in cui ha iniziato a stare più dentro uno schermo che dentro una relazione.
È quella linea sottile in cui il disagio diventa invisibile, perché non disturba abbastanza.

Noi adulti arriviamo sempre alla fine della storia.
Quando è troppo tardi per dire “forse c’era qualcosa”.

Ma quel qualcosa c’era già.

Due ore al giorno, due ore per contenere qualcosa che, in realtà, non è mai stato solo uno strumento.In Giappone stanno ...
29/03/2026

Due ore al giorno, due ore per contenere qualcosa che, in realtà, non è mai stato solo uno strumento.
In Giappone stanno discutendo di provare a mettere un limite all’uso dello smartphone, per adulti e ragazzi.

E allora fermiamoci un attimo. Non tanto sul numero ma sul bisogno.

Perché il punto non è quanto tempo passiamo su uno schermo. Il punto è perché ci restiamo così tanto.

Un bambino non chiede uno smartphone, chiede presenza.

Un adolescente non resta online ore per capriccio.
Ci resta perché lì trova qualcosa che fuori fatica a sentire: riconoscimento, appartenenza, una forma di esistenza che non lo faccia sentire invisibile.

E noi adulti? Non siamo diversi.

Scorriamo, controlliamo, torniamo su quello schermo perché ci calma, ci distrae, ci evita. Ci protegge, a volte, da emozioni che non sappiamo più attraversare.

Allora però la domanda da farsi non è se “È giusto mettere un limite di due ore?” Ma che cosa succede nelle altre ventidue?

Se quelle ventidue ore sono piene di relazioni vive, di sguardi, di corpi che si incontrano, di parole che non hanno bisogno di una tastiera… allora il limite non serve.

Ma se quelle ventidue ore sono vuote, accelerate, solitarie, allora nessuna regola basterà. Perché lo schermo diventerà rifugio, anestesia, sostituto.

Il rischio più grande non è l’eccesso di tecnologia ma la mancanza di significato fuori da essa.

Perché quando un ragazzo preferisce uno schermo a una persona, non è colpa dello schermo.
È che, da qualche parte, noi adulti abbiamo smesso di essere abbastanza presenti da competere con quella luce.

E i ragazzi, semplicemente, cercano dove si sentono meno soli.

28/03/2026

Ci sono bambini che non sanno ancora leggere, ma sanno già mandare un messaggio vocale su WhatsApp.

Non è una critica. È un dato. E ci dice qualcosa di preciso su come stiamo crescendo le nuove generazioni: prima il pollice che scrolla, poi le mani che imparano a costruire una relazione.

La tecnologia permette di provare emozioni. Ma c'è una differenza importante tra provare un'emozione e trasformarla in qualcosa di più stabile, in un sentimento condiviso con un'altra persona. È quella differenza che mi interessa esplorare.

Ne parliamo sabato 4 aprile a Cutrofiano, alle 18:30 al Mercato della Cultura. L'ingresso è gratuito, la prenotazione è obbligatoria

https://www.dipendenze.com/corso/crescere-tra-schermi-e-solitudine

Ci vediamo a Teatro Vivaldi. Domenica 29 marzo sarò a Jesolo per un’iniziativa che sento profondamente. Non è solo uno s...
27/03/2026

Ci vediamo a Teatro Vivaldi. Domenica 29 marzo sarò a Jesolo per un’iniziativa che sento profondamente. Non è solo uno spettacolo, è un’esperienza.

“TIME – Il Musical” ci porterà dentro una domanda semplice e scomoda: che rapporto abbiamo con il tempo, con le scelte, con ciò che stiamo diventando?

E lo faremo in un modo concreto.

All’ingresso, i nostri esperti dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo vi chiederanno di inserire il vostro telefono in una bustina e di sigillarlo con un adesivo.
Il telefono resterà con voi, ma fuori dalla scena.

Non è un divieto. È una scelta.
Una scelta che ci permette di tornare a vivere davvero quello che accade, senza interruzioni, senza filtri, senza la tentazione di altrove.

Jesolo, per noi, è un luogo importante. Qui stiamo portando avanti, insieme al Comune e agli Istituti Comprensivi, il percorso del Patentino Digitale: un lavoro che parla di educazione, consapevolezza e responsabilità.

Chiuderò io la serata, ma non sarà una conclusione. Sarà uno spazio di senso. Di quelli che restano.

Vi aspetto. Per esserci davvero.

Info e prevendite
Associazione A Child Is Born
📞 Tel. 338 6681030

Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

+393347765413

Sito Web

http://www.giuseppelavenia.name/

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