Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale.

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

ULTIMI POSTI DISPONIBILI Mercoledì 18 febbraio 2026 – ore 20.30Cinema Monviso – CuneoCrescere figli oggi non è semplice....
02/02/2026

ULTIMI POSTI DISPONIBILI

Mercoledì 18 febbraio 2026 – ore 20.30
Cinema Monviso – Cuneo

Crescere figli oggi non è semplice.
Bambini e adolescenti si muovono in un mondo che è cambiato in fretta, più velocemente di quanto chiunque potesse immaginare.
Il digitale è diventato parte della quotidianità: un luogo dove si gioca, si sta insieme, ci si confronta, si cerca un posto.

Molti adulti si trovano a fare i genitori in un territorio nuovo, senza mappe chiare, spesso con la sensazione di arrivare sempre un passo dopo.
Non per disinteresse.
Perché nessuno ci ha insegnato come si educa dentro questo cambiamento.

L’incontro “Bambini e Adolescenti Digitali” nasce proprio da qui: dal bisogno di capire, non di giudicare.
Dall’esperienza clinica e dal lavoro quotidiano nelle scuole e nelle famiglie, Giuseppe Lavenia propone una lettura accessibile e concreta delle fragilità educative che possono emergere nell’ecosistema digitale, offrendo strumenti di comprensione e orientamento.

È uno spazio pensato per genitori, insegnanti ed educatori che cercano risposte possibili, non ricette facili.
Perché crescere oggi significa soprattutto non sentirsi soli.

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Sempre più le famiglie avvertono un grande bisogno di assistenza, consulenza e confronto su tematiche socio-psicologiche relative al rapporto genitori-figli. Il tema della transizione dall’infanzia all’età adulta è infatti oggi particolarmente rilevante, non solo per il naturale percorso di c...

Quello che piace a tutti non è automaticamente ciò che fa bene.Viviamo in un tempo in cui l’ammirazione è diventata un r...
02/02/2026

Quello che piace a tutti non è automaticamente ciò che fa bene.

Viviamo in un tempo in cui l’ammirazione è diventata un riflesso automatico: follower, like, visualizzazioni. Se è visto, allora vale. Se è condiviso, allora è giusto.
Ma la psicologia insegna altro: il consenso non è un indicatore di salute, né di maturità, né di verità.

Molti modelli oggi funzionano perché seducono parti fragili: il bisogno di appartenenza, la paura di restare indietro, l’illusione di essere qualcuno solo perché ti guardano.
E così si finisce per imitare comportamenti che fanno rumore, non quelli che costruiscono.

Educare – figli, ragazzi, ma anche noi stessi – significa fare una scelta scomoda: insegnare a distinguere ciò che è ammirato da ciò che è davvero desiderabile.
Perché crescere non è seguire la massa.
È avere il coraggio di fermarsi, pensare, e scegliere un esempio migliore.

Un bambino di dieci anni non ha le parole per una cosa così. Quando una madre viene uccisa dal padre, il mondo non si ro...
31/01/2026

Un bambino di dieci anni non ha le parole per una cosa così. Quando una madre viene uccisa dal padre, il mondo non si rompe solo fuori. Si rompe dentro. Chi doveva proteggere diventa pericoloso, chi accudiva scompare, e la mente di un bambino resta lì, sospesa, a cercare un punto fermo che non trova.

A quell’età il dolore raramente esce come pianto. Più spesso si ritira.
Può diventare silenzio. Può diventare controllo.
Può diventare una maturità che non è crescita, ma difesa.

Molti bambini in queste situazioni sembrano andare avanti. Fanno quello che devono fare. Non creano problemi. È facile scambiarlo per forza. In realtà è spesso il modo che trovano per non sentire troppo.

C’è poi un pensiero che arriva senza essere chiamato. Non è razionale, non è detto ad alta voce, ma pesa: se è successo nella mia famiglia, forse c’entro anch’io. I bambini molto spesso funzionano così. Cercano un senso, anche quando il senso non c’è.

E quando, oltre alla madre, si perdono anche i nonni paterni, il messaggio emotivo può diventare ancora più confuso: il dolore non si attraversa, fa crollare gli adulti. Non si regge.

Il trauma infantile non sempre urla.
A volte si organizza in silenzio.
Può diventare distanza emotiva, paura di legarsi, bisogno di controllo, difficoltà a fidarsi.

Per questo non basta togliere un bambino da una situazione pericolosa. Serve qualcuno che resti. Che sappia stare davanti alle sue domande senza affrettare risposte.
Che non lo definisca per ciò che è accaduto, ma per ciò che può ancora diventare.

Perché un bambino non è quello che ha vissuto.
È quello che gli adulti riescono a fare dopo.

“Si annoia subito. Dopo due minuti non sa più cosa fare.”Quando me lo dicono, non penso a un bambino difficile. Penso a ...
30/01/2026

“Si annoia subito. Dopo due minuti non sa più cosa fare.”

Quando me lo dicono, non penso a un bambino difficile. Penso a un bambino che non ha mai avuto il tempo di restare lì, fermo, senza che qualcuno intervenisse a riempire quel vuoto.

La noia non è un problema, è uno spazio. Ma è uno spazio che oggi ci mette a disagio. Lo schermo arriva spesso lì, non perché il bambino lo chieda davvero, ma perché l’adulto fa fatica a stare in quel silenzio.
Così il bambino impara una cosa semplice: che il vuoto va evitato. Poi, quando lo schermo si spegne e arrivano agitazione e rabbia, ci sorprendiamo.
In realtà non c’è niente di strano. Non è un bambino viziato, è un bambino che non ha mai imparato a stare con se stesso. La noia è il posto dove nascono il gioco, il pensiero, la creatività.

Ma è anche il posto che noi adulti sopportiamo meno, perché quel silenzio parla anche di noi. Educare al benessere digitale non significa togliere gli schermi.
Significa smettere di usarli ogni volta che qualcosa diventa scomodo.

29/01/2026
Lo sento dire spesso.E ogni volta mi fermo un attimo.Perché detta così suona bene.Suona moderna.Suona come amore.Ma un f...
27/01/2026

Lo sento dire spesso.
E ogni volta mi fermo un attimo.

Perché detta così suona bene.
Suona moderna.
Suona come amore.

Ma un figlio non ha bisogno di essere un amico.
Un amico è un pari.
Un figlio no.

Un figlio ha bisogno di un adulto che tenga la posizione quando lui la perde.
Che non cerchi complicità, ma presenza.
Che non si faccia scegliere, ma resti.

Quando un genitore diventa “migliore amico”, spesso senza volerlo chiede al figlio qualcosa che non può dare: equilibrio, comprensione, sostegno emotivo.
E un figlio, per amore, prova anche a farlo.
Ma il prezzo lo paga più avanti.

I figli non devono rassicurarci.
Non devono capirci.
Non devono proteggerci.

Devono potersi permettere di essere fragili, oppositivi, scomodi.
Sapendo che dall’altra parte c’è qualcuno che regge.

Essere genitori non è essere simpatici.
È essere affidabili.

E non sempre coincide con essere amici.

Non esiste una linea rossa tracciata col pennarello.Esiste però una soglia che, quando viene superata, inizia a parlare ...
26/01/2026

Non esiste una linea rossa tracciata col pennarello.
Esiste però una soglia che, quando viene superata, inizia a parlare il corpo.

Uno studio internazionale indica un punto preciso: intorno alle 10 ore a settimana.
Fino a lì il videogioco resta, per molti, uno spazio di svago.
Oltre, qualcosa cambia. Non all’improvviso.

Cosa accade quando le ore aumentano?
– L’alimentazione diventa più disordinata
– Il sonno si accorcia, si frammenta, perde qualità
– Il peso sale
– Il gioco inizia a occupare il centro, togliendo spazio al corpo, alle relazioni, al recupero mentale

Lo studio non demonizza i videogiochi.
E questo è il punto più importante.
Il problema non è giocare.
Il problema è quando il gioco smette di essere una parte della vita e inizia a organizzarla.

Non sono le ore a fare danno.
È ciò che quelle ore sottraggono: sonno, movimento, pasti condivisi, presenza, contatto umano.

Educare al digitale oggi non significa proibire.
Significa aiutare ragazzi e adulti a riconoscere il momento esatto in cui una passione smette di nutrire e inizia, lentamente, a consumare.


È Milano. È sera. È adesso.Uno sguardo.Qualche insulto.Cose che succedono tutti i giorni tra ragazzi.Poi però uno scende...
24/01/2026

È Milano. È sera. È adesso.

Uno sguardo.
Qualche insulto.
Cose che succedono tutti i giorni tra ragazzi.
Poi però uno scende dal treno e tira fuori una lama da 21 centimetri.

Questo cambia tutto.

Perché non è una rissa.
Non è un momento di rabbia.
È una violenza preparata.

Quel machete non compare per caso.
Era già lì.
Prima degli insulti.
Prima dello sguardo.
Prima della “sfida”.

E questa è la parte che fa più paura.

Dal punto di vista psicologico, portare un’arma significa una sola cosa: ho già deciso che potrei usarla.

A 14 anni.
Con un cervello che non regge la frustrazione.
Che vive tutto come affronto.
Che non sa fermarsi un secondo prima.

Stiamo parlando di un ragazzo che esce di casa armato perché pensa che il mondo funzioni così.
Che il rispetto si prenda.
Che la paura vada messa negli altri prima che ti travolga.

E questa idea non nasce in una sera.
Nasce nel tempo.
Nei modelli che guardano.
Nella violenza banalizzata.
Nella sfida continua.
Nel “non farti mettere i piedi in testa”.

La domanda vera non è “perché lui”.
Quando abbiamo iniziato a trovare normale che un adolescente vada in giro con una lama?

Perché qui il problema non è solo quello che è successo.
È quello che poteva succedere.
E che succederà ancora.

La violenza giovanile oggi non nasce all’improvviso.
Spesso è già pronta, infilata sotto una felpa.

E finché non avremo il coraggio di dirlo, continueremo a leggere queste notizie facendo finta che riguardino sempre qualcun altro.




87 mila ragazzi.Non li vedi.Ma potrebbero essere seduti accanto a tuo figlio. Domani.Il 3,5% degli studenti tra i 15 e i...
23/01/2026

87 mila ragazzi.
Non li vedi.
Ma potrebbero essere seduti accanto a tuo figlio. Domani.

Il 3,5% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha usato un coltello o un’arma per ottenere qualcosa da qualcuno.
Questo non è solo disagio.
È violenza.

E la violenza non si comprende per assolvere.
Si comprende per arrivare prima.

Usare un coltello significa una scelta precisa:
dominare invece di parlare.
minacciare invece di negoziare.
forzare invece di fermarsi.

Qui non c’è fragilità romantica.
C’è un limite che nessuno ha insegnato a reggere.

I dati del CNR sono chiari:la violenza cresce dove adulti e relazioni smettono di fare argine.
Non per questo diventa accettabile.
Ma diventa prevedibile.

Alcol, droghe, cyberbullismo non spiegano la violenza.
La allenano.
Abituano a superare il confine, a non sentire l’altro, a non fermarsi.

Quando i confini mancano, qualcuno li impone con un coltello.
Quando l’adulto arretra, la violenza avanza.

Ed è qui che la scuola diventa decisiva.
Perché dopo la famiglia è l’ultimo luogo
in cui si impara il limite,
la frustrazione,
la responsabilità verso l’altro.

E invece continuiamo a trattarla come un contenitore di programmi,
non come un luogo emotivo da presidiare.

Perché senza adulti che insegnino la responsabilità, si arriva sempre dopo.
Quando il limite è già stato superato.
Quando qualcuno è già stato ferito.
O peggio.

Capire non è giustificare.
Confondere le due cose
è già un fallimento educativo.





Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
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Telefono

+393347765413

Sito Web

http://www.giuseppelavenia.name/

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