Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale. AGCOM "Influencer rilevanti"

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

17/04/2026

C’è una cosa che non diciamo mai abbastanza chiaramente: sui social non stiamo mostrando la vita, stiamo mostrando una versione modificata della vita.

E il problema non è solo l’inganno.
È l’effetto che quell’inganno ha su chi guarda.

Soprattutto sui più giovani.

Perché crescere significa già, di per sé, fare i conti con l’imperfezione: il corpo che cambia, le emozioni che non sai gestire, il bisogno di piacere agli altri e la paura di non essere abbastanza.
Ora immagina di attraversare tutto questo mentre scorri ogni giorno centinaia di immagini di vite perfette, corpi perfetti, relazioni perfette, felicità perfetta.

Non è confronto ma un tribunale continuo.

E in quel tribunale i ragazzi finiscono spesso per sentirsi in difetto, anche quando stanno semplicemente vivendo qualcosa di normale.

Il punto non è che i social siano “falsi”.
Il punto è che diventano uno specchio distorto, in cui l’imperfezione, che è la parte più umana che abbiamo, smette di avere spazio.

E quando non hai spazio per essere imperfetto, inizi a nasconderti.
A correggerti.
A filtrarti.
A costruire una versione di te che non ti rappresenta davvero.

E questa distanza, piano piano, pesa. Perché non stai più cercando di conoscerti ma stai cercando di piacere.

E un ragazzo che cresce cercando di piacere a tutti, spesso finisce per non riconoscersi più.

Forse il vero gesto educativo oggi non è insegnare ai ragazzi a “usare bene” i social.
Ma aiutarli a sopportare l’idea di non essere perfetti in un mondo che lo pretende.

Perché la salute mentale non nasce dalla perfezione.
Nasce dalla possibilità di essere veri, anche quando non siamo all’altezza.

E questo, sui social, è diventato quasi un atto rivoluzionario.

Separarsi è uno dei momenti più destabilizzanti nella vita di una persona. Ti senti fallito, arrabbiato, tradito, svuota...
15/04/2026

Separarsi è uno dei momenti più destabilizzanti nella vita di una persona. Ti senti fallito, arrabbiato, tradito, svuotato. A volte tutto insieme. E se non sai stare dentro a queste emozioni, se non hai strumenti, se non hai qualcuno che ti aiuta a non perderti… quelle emozioni possono prendono il sopravvento.

E quando succede, non sempre fanno male solo a te. La cosa che mi colpisce è che nelle separazioni mettiamo subito gli avvocati, giustamente. Ci occupiamo di case, soldi, figli, accordi. Ma nessuno si occupa davvero delle persone.

Nessuno obbliga due adulti che si stanno lasciando a fermarsi un attimo e capire cosa sta succedendo dentro di loro. Nessuno li accompagna mentre stanno attraversando uno dei momenti più fragili della loro vita.

E allora succede che ci si parla solo per attaccarsi. Che ogni parola diventa una provocazione. Che i figli, quando ci sono, diventano il campo su cui continuare la guerra.

Io non dico che uno psicologo possa evitare tutto questo. Sarebbe ingenuo.
Ma sono convinto che lasciare le persone completamente sole in quel momento è un errore enorme.

Per questo continuo a pensare che dovremmo avere il coraggio di fare una scelta chiara ed inserire un percorso obbligatorio di mediazione psicologica nelle separazioni.

Non perché le persone siano “malate”. Ma perché sono ferite. E le ferite, se non le curi, possono fare infezione.

Avere qualcuno che sa leggere le dinamiche, che sa fermare l’escalation, che aiuta a trasformare la rabbia in parole invece che in gesti… non è un lusso. È prevenzione.

Perché certe tragedie non nascono quel giorno.
Arrivano dopo settimane, mesi, a volte anni di tensioni gestite male, di silenzi, di rancore che cresce.

E in tutto questo, troppo spesso, non c’è nessuno. E allora forse dovremmo smettere di chiederci solo “come è potuto succedere” e iniziare a chiederci “dov’eravamo prima”.

Perché separarsi è un diritto.
Ma imparare a farlo senza distruggersi… dovrebbe diventare una responsabilità collettiva.

Leggo queste dichiarazioni sui giornali sull’omicidio di Massa e ogni volta mi auguro che siano state riportate male, pe...
13/04/2026

Leggo queste dichiarazioni sui giornali sull’omicidio di Massa e ogni volta mi auguro che siano state riportate male, perché davanti a una morte certe frasi rischiano di suonare fuori posto. Capisco il dolore di un padre, lo capisco davvero, perché nessuno è pronto a vedere il proprio figlio dentro una storia così. Ma continuare a dire “non è un cattivo ragazzo” sposta il punto, lo allontana da dove dovrebbe stare. Qui non si tratta di difendere un’immagine, qui si tratta di avere il coraggio di restare dentro la realtà. E la realtà è che è stato commesso qualcosa di gravissimo. In questi momenti, per quanto possa essere difficile, l’unica cosa che tiene insieme dignità e responsabilità è dirlo chiaramente: ha sbagliato. Senza aggiungere altro, senza cercare spiegazioni che rischiano di diventare giustificazioni. Anche perché la cosa più importante non è nemmeno che lo dica un padre, ma che lo capisca fino in fondo quel figlio, che non si racconti scorciatoie, che non si nasconda dietro alibi. Dall’altra parte c’è una famiglia distrutta, un bambino che crescerà senza un padre, e davanti a questo le parole contano, eccome se contano. Il resto, tutto il resto, rischia solo di essere un modo per non guardare davvero quello che è successo.

Ancora una volta ci troviamo davanti all’ennesimo fatto di cronaca che lascia addosso rabbia, sgomento e una domanda sco...
12/04/2026

Ancora una volta ci troviamo davanti all’ennesimo fatto di cronaca che lascia addosso rabbia, sgomento e una domanda scomoda: che cosa stiamo insegnando ai ragazzi sul limite?

A Massa, secondo le prime ricostruzioni, un uomo di 47 anni è stato aggredito dopo aver richiamato un gruppo di ragazzi che stava lanciando bottiglie contro una vetrina. È morto davanti agli occhi del figlio di 11 anni. I presunti aggressori sarebbero giovanissimi.

E allora no, non possiamo liquidare tutto con la solita frase: “sono ragazzi”.
Perché qui il punto non è la bravata.
Il punto è l’incapacità di tollerare un limite.
La furia che esplode quando qualcuno dice “basta”.
La frustrazione che non viene attraversata, ma trasformata in violenza.

C’è una generazione che troppo spesso non regge il no, non sopporta il confine, non accetta di essere fermata.
Ma non è una colpa generazionale ma un fallimento educativo adulto.

Perché il limite non si improvvisa a diciassette anni.
Si incontra molto prima.
Quando un bambino protesta, urla, pretende.
Quando un figlio ci sfida e noi scegliamo se fare gli adulti o gli amici.
Quando insegniamo, o smettiamo di insegnare, che la realtà non gira attorno ai propri impulsi.

Abbiamo cresciuto troppi ragazzi in un tempo che confonde il desiderio con il diritto, l’impulso con la libertà, la rabbia con l’autenticità.
E così, quando arriva un confine, non viene riconosciuto come necessario.
Viene vissuto come un affronto.

Qui non basta indignarsi.
Nob stiamo educando abbastanza alla frustrazione, all’attesa, al rispetto, al contenimento.
E senza questi argini non crescono persone libere.
Crescono persone fragili travestite da forti.

Ogni volta che un limite scatena ferocia, non siamo davanti solo a un fatto di cronaca.
Siamo davanti a un vuoto educativo.
E quel vuoto, prima di giudicarlo nei ragazzi, dovremmo avere il coraggio di guardarlo negli adulti.

violenza

Una ragazza di 12 anni attira una compagna nel bagno della scuola con un pretesto e la colpisce al collo con delle forbi...
10/04/2026

Una ragazza di 12 anni attira una compagna nel bagno della scuola con un pretesto e la colpisce al collo con delle forbici. È successo in una scuola media a Castelfranco di Sotto, in provincia di Pisa, durante l’orario scolastico; la coetanea ferita è stata ricoverata, ma non risulta in pericolo di vita. Le cause sono ancora in accertamento. 

Adesso però proviamo a non fare la solita cosa italiana ovvero scandalizzarci per ventiquattr’ore, dire che il mondo è impazzito, invocare più controlli, più telecamere, più punizioni, e poi tornare esattamente come prima.

Perché il punto non sono le forbici.
Il punto è che a 12 anni una ragazzina abbia pensato di poter portare qualcuno in un luogo chiuso e fargli del male così.

Questa non è solo cronaca ma un veto fallimento educativo.

Non perché “i ragazzi di oggi sono peggiori”. Questa frase la ripetono gli adulti da generazioni per lavarsi la coscienza.
Stiamo crescendo figli che sentono tantissimo e sanno reggere pochissimo.

Appena arriva la frustrazione, saltano.
Appena arriva l’umiliazione, esplodono.
Appena arriva un conflitto, non hanno parole ma solo scariche.

E allora no, la risposta non può essere solo il metal detector all’ingresso. Perché le lame si possono provare a controllare.
La disperazione, la rabbia, l’impulsività e il vuoto relazionale no, se ci arrivi solo dopo.

Nelle scuole deve entrare in modo stabile un’educazione emotiva seria, non il progettino di 5/6 ore una volta l’anno per metterci la coscienza a posto. Serve un presidio costante. Serve uno psicologo scolastico presente davvero. Serve lavorare sulla gestione della rabbia, sulla frustrazione, sul conflitto, sul rispetto del limite. E serve farlo prima del danno, non dopo il sangue.

Perché quando un ragazzo arriva a un gesto così, non ha solo un problema di comportamento ma un problema di contenimento.
E se nessun adulto contiene prima, poi la realtà contiene dopo. In ospedale, in caserma, in tribunale, in una vita spezzata.

La scuola non deve diventare più armata.
Deve diventare più capace di intercettare.
Più capace di leggere i segnali.
Più capace di stare nelle crepe prima che diventino ferite.

Il tema non è avere paura dei ragazzi ma smettere di lasciarli soli dentro emozioni che non sanno nominare.

Non serve sparire per abbandonare un figlio.A volte basta restare nella stessa stanza e non alzare mai davvero gli occhi...
10/04/2026

Non serve sparire per abbandonare un figlio.
A volte basta restare nella stessa stanza e non alzare mai davvero gli occhi. Ci sono bambini che non hanno perso i genitori. Hanno perso il loro sguardo. Parlano, e l’adulto scorre. Cercano contatto, e trovano una notifica. Provano a esistere nella mente di chi li ama, ma troppo spesso trovano uno schermo acceso al posto di una presenza vera.

È da qui che nascono gli orfani digitali: figli accuditi, nutriti, accompagnati, ma lasciati soli nel punto più importante. Quello della relazione.
Un bambino non cresce solo di cure. Cresce di attenzione, di volto, di ascolto, di tempo mentale. Cresce sentendosi abbastanza importante da interrompere il resto del mondo.
Se invece impara presto che viene dopo, dopo il telefono, dopo il lavoro, dopo i messaggi, dopo tutto, quella ferita resta.

E resta anche nel modo in cui, crescendo, userà il digitale. Perché un bambino calmato con uno schermo non sta imparando a regolare le emozioni. Sta imparando a delegarle.
Sta imparando che la noia si spegne, che la tristezza si distrae, che il vuoto si riempie, che l’attesa si evita.
Così il digitale smette di essere uno strumento e diventa una protesi emotiva. E allora sì, le dipendenze digitali cominciano molto prima. Cominciano quando lo schermo prende il posto dello sguardo.

Per questo, prima ancora del sacrosanto divieto dei social sotto i 16 anni, dovremmo avere il coraggio di chiedere una legge sul diritto alla disconnessione degli adulti.
Perché un figlio non impara il limite da un genitore sempre online, sempre reperibile, sempre altrove.

La prima educazione digitale non è togliere un telefono ai ragazzi. È restituire presenza agli adulti.

Ci siamo abituati a pensare che il problema siano gli schermi.Ma il punto, quasi mai, è lo schermo.Il punto è quello che...
09/04/2026

Ci siamo abituati a pensare che il problema siano gli schermi.
Ma il punto, quasi mai, è lo schermo.
Il punto è quello che succede dentro una relazione quando lo schermo prende il posto dello sguardo, dell’attesa, della noia, del conflitto, della presenza.

Dietro molte dipendenze digitali non c’è solo un cattivo uso della tecnologia.
Ci sono solitudini che non sappiamo più nominare, vuoti che cerchiamo di riempire, ragazzi che chiedono aiuto nel solo modo che conoscono, adulti che troppo spesso arrivano tardi o si fermano alla superficie.

Parleremo di questo.
Di relazioni, di dipendenze.
Di nuove sfide digitali che non riguardano soltanto i ragazzi, ma tutti noi.

Il 17 aprile 2026, a Lucca, ci incontreremo per un confronto serio, umano e necessario su ciò che il digitale sta cambiando nel nostro modo di vivere, educare, amare e stare insieme.

Perché non basta demonizzare la tecnologia.
Bisogna capire che uso ne facciamo, cosa ci stiamo cercando dentro e cosa stiamo smettendo di costruire fuori.

Vi aspetto a “Oltre lo schermo: relazioni, dipendenze e nuove sfide digitali”.

Evento gratuito con iscrizione obbligatoria.
Iscriviti qui https://www.eventbrite.it/e/biglietti-oltre-lo-schermo-relazioni-dipendenze-e-nuove-sfide-digitali-1982766390649?utm-campaign=social&utm-content=attendeeshare&utm-medium=discovery&utm-term=listing&utm-source=wsa&aff=ebdsshwebmobile

09/04/2026

“Non mi racconta più niente.”
È una delle frasi che sento dire più spesso ai genitori di adolescenti.

E no, non sempre è un brutto segno.

In adolescenza prendere distanza è anche un modo per crescere.
Per pensarsi da soli, per autonomizzarsi.
Per capire chi si è, senza avere sempre lo sguardo degli adulti addosso.

Il punto non è chiedersi solo “Perché non parla più con me?” ma il punto vero è chiedersi “Come posso esserci senza invadere?”

Perché un adolescente non ha bisogno di un adulto che lo incalza.
Ha bisogno di un adulto che resta.
Che c’è, che non controlla ogni silenzio.
Che sa aspettare senza sparire.

Crescere, a volte, significa anche parlare un po’ meno con noi. Ma aver bisogno di noi in modo diverso.

“Un’altra aggressione. Un altro ragazzo. Un’altra morte.” E noi scorriamo.Leggiamo, commentiamo, ci indigniamo un attimo...
07/04/2026

“Un’altra aggressione. Un altro ragazzo. Un’altra morte.” E noi scorriamo.
Leggiamo, commentiamo, ci indigniamo un attimo… e poi andiamo avanti. È questo che fa più paura non è solo la violenza, ma il fatto che ci stiamo abituando.

Un ragazzo di 20 anni ucciso in strada. Non è un gesto improvviso, è qualcosa che cresce nel tempo. La violenza non esplode, si costruisce: nelle prese in giro tollerate, nelle umiliazioni minimizzate, in tutto ciò che chiamiamo “ragazzate”.

E allora la domanda non è solo chi è stato.ma dove abbiamo smesso di educare. Abbiamo scuole piene di contenuti, ma troppo spesso vuote di educazione al rispetto e all’empatia. E continuiamo a trattarle come un accessorio.

Non lo sono
Il rispetto è un limite. L’empatia è una capacità.
Entrambe vanno insegnate.

Servono scelte vere: rispetto ed empatia devono diventare materie obbligatorie, ogni settimana, dalla scuola dell’infanzia. E insieme serve sostenere davvero i genitori, sempre più soli e disorientati.

Perché senza adulti solidi, nessun ragazzo può diventarlo.
Abbiamo insegnato a connettersi, non a sentire.
E quando l’altro smette di essere una persona, diventa un bersaglio.

E a quel punto, la violenza smette di essere impensabile. Diventa possibile.

L’altro giorno una mamma mi racconta:“Si chiude in bagno con il telefono. Non gioca. Si guarda. Fa le routine.”Nove anni...
07/04/2026

L’altro giorno una mamma mi racconta:
“Si chiude in bagno con il telefono. Non gioca. Si guarda. Fa le routine.”
Nove anni. Non stanno più facendo finta.
Stanno imparando davvero.
E noi continuiamo a dirci che è una fase.
Che imitano e che è solo curiosità.
Non è così semplice.
Perché mentre noi minimizziamo, loro assorbono tutto. E lo fanno dentro uno schermo che non è neutro.

Oggi sappiamo che più del 60% dei bambini usa dispositivi ogni giorno.
E la maggior parte lo fa da sola.
Senza uno sguardo adulto accanto. Questo significa una cosa sola: non stanno solo guardando video. Stanno imparando come devono essere.

E a quell’età il corpo dovrebbe essere scoperta e non correzione.

Dovrebbe essere stupore e non giudizio.

E invece iniziano a guardarsi come se ci fosse qualcosa da sistemare, come se non fossero già abbastanza.

Il problema non è la crema è quello che rappresenta.

L’idea che devi migliorarti, l’idea che devi essere “giusta”, l’idea che così come sei… non va bene.

E il digitale amplifica tutto. Ti mette davanti modelli, filtri, perfezioni impossibili e ti insegna molto presto che piacere è più importante che sentirsi bene.

E allora succede qualcosa di silenzioso ma potentissimo.

Una bambina smette di guardarsi per riconoscersi e inizia a guardarsi per valutarsi.

Non è crescita si chiama anticipo.
Stiamo anticipando l’insicurezza.
E il problema non lo vedremo oggi.
Lo vedremo tra qualche anno, quando quella bambina diventerà una ragazza
che si sentirà sempre un po’ fuori posto
in un mondo che le ha insegnato a non bastarsi mai.

C’è una solitudine che non si vede.Sta nelle stanze illuminate dagli schermi, nei silenzi pieni di notifiche, negli sgua...
03/04/2026

C’è una solitudine che non si vede.
Sta nelle stanze illuminate dagli schermi, nei silenzi pieni di notifiche, negli sguardi che si incrociano sempre meno.

Ne parleremo insieme. Senza giudicare, ma senza far finta di niente.

Vi aspetto a “Crescere tra schermi e solitudine”: un incontro per genitori che vogliono capire, per ragazzi che vogliono sentirsi visti, per adulti che hanno ancora il coraggio di mettersi in discussione.

Evento gratuito
Prenotazione obbligatoria
Restano pochissimi posti disponibili

Prenota qui:
https://www.dipendenze.com/corso/crescere-tra-schermi-e-solitudine

Non è solo un evento.
È un momento per fermarsi e ricominciare a guardarsi davvero.

Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

+393347765413

Sito Web

http://www.giuseppelavenia.name/

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