17/04/2026
C’è una cosa che non diciamo mai abbastanza chiaramente: sui social non stiamo mostrando la vita, stiamo mostrando una versione modificata della vita.
E il problema non è solo l’inganno.
È l’effetto che quell’inganno ha su chi guarda.
Soprattutto sui più giovani.
Perché crescere significa già, di per sé, fare i conti con l’imperfezione: il corpo che cambia, le emozioni che non sai gestire, il bisogno di piacere agli altri e la paura di non essere abbastanza.
Ora immagina di attraversare tutto questo mentre scorri ogni giorno centinaia di immagini di vite perfette, corpi perfetti, relazioni perfette, felicità perfetta.
Non è confronto ma un tribunale continuo.
E in quel tribunale i ragazzi finiscono spesso per sentirsi in difetto, anche quando stanno semplicemente vivendo qualcosa di normale.
Il punto non è che i social siano “falsi”.
Il punto è che diventano uno specchio distorto, in cui l’imperfezione, che è la parte più umana che abbiamo, smette di avere spazio.
E quando non hai spazio per essere imperfetto, inizi a nasconderti.
A correggerti.
A filtrarti.
A costruire una versione di te che non ti rappresenta davvero.
E questa distanza, piano piano, pesa. Perché non stai più cercando di conoscerti ma stai cercando di piacere.
E un ragazzo che cresce cercando di piacere a tutti, spesso finisce per non riconoscersi più.
Forse il vero gesto educativo oggi non è insegnare ai ragazzi a “usare bene” i social.
Ma aiutarli a sopportare l’idea di non essere perfetti in un mondo che lo pretende.
Perché la salute mentale non nasce dalla perfezione.
Nasce dalla possibilità di essere veri, anche quando non siamo all’altezza.
E questo, sui social, è diventato quasi un atto rivoluzionario.