Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale. AGCOM "Influencer rilevanti"

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

05/03/2026

Il mio intervento su Medicina33 su Rai 2. Abbiamo parlato di un tema che riguarda molte famiglie:
“Quante ore di videogiochi sono troppe?”

Insieme alla giornalista Laura Berti abbiamo approfondito cosa dice la psicologia e l’esperienza clinica, tra uso, abuso e segnali da non ignorare.

Attendo i vostri feedback!

Lo dico pubblicamente, per me “Per sempre sì”di Sal Da Vinci non è l’inno del patriarcato.E lo dico dopo averla riascolt...
03/03/2026

Lo dico pubblicamente, per me “Per sempre sì”di Sal Da Vinci non è l’inno del patriarcato.

E lo dico dopo averla riascoltata più volte (povero me😅).. musicalmente non mi piace. Avevo altre preferenze. Ma il gusto personale non c’entra con l’analisi.

In tanti mi avete scritto che quel “per sempre” e frasi come “senza te non ha senso vivere” sarebbero il manifesto della dipendenza tossica.

Fermiamoci un attimo.

Un testo diventa pericoloso quando legittima:
• il controllo,
• il possesso,
• l’annullamento dell’identità,
• il restare anche quando c’è violenza.

Qui non c’è nulla di tutto questo.

C’è una promessa. C’è un’intensità emotiva.
C’è un linguaggio romantico, iperbolico, forse persino fuori moda. Ma l’intensità non è dominio.

Dire “senza te non vivo” in una canzone è una figura retorica. È amore raccontato in grande. Non è un contratto di sottomissione.

Il patriarcato è un sistema di potere che toglie libertà. Un “per sempre” scelto da due persone è una decisione reciproca.

La differenza è tutta lì: se lo sceglie uno solo, diventa pressione. Se lo scelgono entrambi, diventa responsabilità.

Possiamo non amare la canzone. Possiamo trovarla datata, semplice, poco innovativa.
Ma trasformarla automaticamente in un manifesto ideologico mi sembra una scorciatoia.

E quando si parla di relazioni, le scorciatoie sono sempre pericolose.

03/03/2026

Oggi alle 13:50 sarò in diretta su Medicina33 su Rai 2.

Parleremo di un tema che riguarda molte famiglie:
“Quante ore di videogiochi sono troppe?”

Insieme alla giornalista Laura Berti approfondiremo cosa dicono la psicologia e l’esperienza clinica, tra uso, abuso e segnali da non ignorare.

Ci vediamo in tv.

Al Festival di Sanremo ha vinto Per sempre sì di Sal Da Vinci. Una canzone semplice, lineare, senza effetti speciali. E ...
01/03/2026

Al Festival di Sanremo ha vinto Per sempre sì di Sal Da Vinci. Una canzone semplice, lineare, senza effetti speciali. E proprio per questo potentissima.
La parola “per sempre” mette a disagio.
È troppo grande, troppo impegnativa, troppo definitiva per un tempo che ci educa al “poi vediamo”. Eppure, quando qualcuno la pronuncia senza cinismo, il cervello emotivo si accende.

Non per nostalgia ma per riconoscimento.

L’essere umano cresce e sta bene quando sente continuità. Quando percepisce che un legame non dipende solo dall’umore del momento.
La stabilità non è rigidità: è nutrimento.
È ciò che permette alla mente di rilassarsi e al cuore di fidarsi.

“Per sempre sì” non racconta un amore ideale.
Racconta un amore che attraversa. Le salite, le stanchezze, le fatiche. Un amore che non promette felicità costante, ma presenza.

E questo il pubblico lo sente. Perché il nostro sistema emotivo sa distinguere le illusioni dalle promesse autentiche.

Oggi educhiamo, spesso senza volerlo, all’idea che legarsi troppo sia pericoloso. Che investire emotivamente esponga al rischio.
Ma il paradosso è che è proprio l’assenza di investimento a generare insicurezza, ansia, solitudine.

Le persone non soffrono perché credono nel per sempre ma perché nessuno resta quando arriva la fatica.

Il “per sempre” non è una gabbia. È una base sicura. È sapere che posso sbagliare senza essere immediatamente sostituibile.
È sentire che qualcuno sceglie di rimanere anche quando sarebbe più facile andarsene.

Forse questa canzone ha vinto per questo.
Perché parla a una parte profonda, silenziosa, spesso ignorata. Quella che non chiede amori perfetti, ma legami affidabili.

In un tempo che corre veloce e cambia tutto,
dire “per sempre” è un atto di responsabilità emotiva. E il nostro cervello, prima ancora del gusto musicale, lo riconosce.

È una domanda che non arriva mai per caso. Arriva dopo un titolo visto di sfuggita.Dopo una parola ascoltata mentre la T...
28/02/2026

È una domanda che non arriva mai per caso. Arriva dopo un titolo visto di sfuggita.
Dopo una parola ascoltata mentre la TV era accesa.
Dopo un silenzio improvviso degli adulti.

Per noi la guerra è una notizia.
Per un bambino è una frattura.

Nella testa di un bambino la guerra non è geopolitica, non è strategia, non è storia.
È paura pura. È l’idea che il mondo, improvvisamente, non sia più un posto affidabile.

Il bambino non pensa: “succede lontano”. Pensa: “può succedere”.

E allora iniziano le domande che non sempre fa ad alta voce:
– Può succedere anche qui?
– Se succede, tu mi proteggi?
– Se succede di notte?
– Se non fai in tempo?
Quando un bambino sente parlare di guerra, il suo cervello non cerca spiegazioni. Cerca sicurezza.

I bambini non hanno ancora gli strumenti per separare il “lontano” dal “possibile”. Vivono nel presente emotivo.
E la guerra, per loro, è la prova che gli adulti non controllano tutto.
E questo fa più paura delle bombe.

Frasi come: “Non ti preoccupare”
“Non pensarci” “È lontano” non li tranquillizzano.
Li fanno sentire soli con la paura.
Meglio provare con:
“Capisco che questa cosa faccia paura.”
“È vero, succedono cose brutte nel mondo.”
“Ma io sono qui. E il mio compito è proteggerti.”

La protezione, per un bambino, non è l’assenza del pericolo.
È la presenza dell’adulto.
Hanno bisogno di adulti che non si spaventano delle loro domande.Perché quando un bambino chiede della guerra,
non sta chiedendo cosa succede nel mondo.
Sta chiedendo: “Se il mondo fa paura, tu resti con me?”


Non esistono domande stupide.Esistono persone che hanno paura di farle.Perché temono di essere giudicate.Perché pensano ...
28/02/2026

Non esistono domande stupide.

Esistono persone che hanno paura di farle.
Perché temono di essere giudicate.
Perché pensano di “dover già sapere”.
Perché hanno imparato che chiedere è segno di debolezza.

In realtà è l’opposto. Chiedere è un atto di responsabilità. Verso sé stessi, verso i figli, verso gli altri.

In tanti mi scrivete in privato.
Domande vere, spesso difficili, mai banali.
Ho scelto di condividere le risposte perché la conoscenza, se resta chiusa, aiuta uno solo.
Se viene condivisa, può aiutare molti.

Da qui nasce questa rubrica.
Per dare spazio ai dubbi.
Per togliere vergogna alle domande.
Per trasformare il privato in consapevolezza collettiva.

Scrivetemi a lavenia@dipendenze.com
Qui non esistono domande stupide.

C’è un problema serio di cui si parla pochissimo:la violenza dei figli contro i genitori.Le ricerche dicono che 1 ragazz...
27/02/2026

C’è un problema serio di cui si parla pochissimo:
la violenza dei figli contro i genitori.

Le ricerche dicono che 1 ragazzo su 3 ammette almeno un episodio di violenza fisica in famiglia.
Il picco è intorno ai 13 anni.
Poi i numeri scendono, ma il comportamento non scompare.

Qui non c’entra la “fase”. Qui non c’entra l’adolescenza romantica.
Qui c’entra la perdita del limite.

Quando un ragazzo alza le mani su un genitore non sta “esprimendo un disagio”. Sta agendo un potere. E se quell’agito non viene fermato, diventa modello.

La violenza non nasce all’improvviso.
Si costruisce nel tempo.
In contesti dove l’adulto arretra, giustifica, ha paura di rompere la relazione.
Oppure reagisce solo con rigidità e punizione, senza presenza.

Il risultato è lo stesso: il ragazzo capisce che il confine non regge.

La violenza dei figli verso i genitori é un segnale di rischio che va fermato subito.
Con adulti che tornano ad essere adulti.
Con confini chiari. Con responsabilità.

Perché l’adolescenza spiega molte cose.
Ma non giustifica la violenza.


“Lo vedono tutti.”È spesso da lì che nasce il dubbio. Non tanto dal contenuto in sé, ma dalla paura che tuo figlio resti...
26/02/2026

“Lo vedono tutti.”
È spesso da lì che nasce il dubbio. Non tanto dal contenuto in sé, ma dalla paura che tuo figlio resti indietro, escluso, diverso.
E allora guardi quel cartone e pensi: forse sono io esagerata, forse sono troppo rigida.

Il punto però non è decidere se un cartone è giusto o sbagliato.
Il punto è chiedersi se è adatto a quell’età, a quel bambino, in quel momento.

Perché un bambino piccolo non filtra. Non distingue l’ironia, la provocazione, il paradosso.
Assorbe lo stile. I toni. Il ritmo.
E spesso ciò che resta non è il messaggio positivo, ma il modo confuso e caotico con cui viene trasmesso.
Un criterio semplice è questo:
se per capirlo serve una testa adulta, allora non è davvero per bambini.
Un altro è osservare cosa succede dopo: tuo figlio è più agitato o più tranquillo? più presente o più spento?

E no, “lo vedono tutti” non è un criterio educativo.
I bambini non hanno bisogno di genitori allineati ma hanno bisogno di adulti che tengano il punto, anche quando è scomodo. Dire “non ancora” non è proibire. È prendersi il tempo di crescere.

E spesso è proprio questo che fa la differenza.

Per qualche secondo, durante una diretta, un filtro bellezza si spegne. Il volto cambia.E con quel volto spariscono anch...
24/02/2026

Per qualche secondo, durante una diretta, un filtro bellezza si spegne. Il volto cambia.
E con quel volto spariscono anche circa 140 mila follower.

Non perché quella persona sia diventata improvvisamente diversa.
Ma perché è diventata visibile.

È questo il punto che dovrebbe inquietarci, non il numero dei follower persi. Soprattutto in un tempo in cui oltre il 70% degli adolescenti dichiara di seguire creator che orientano scelte di consumo, routine di bellezza e stili di vita.
Dove i tutorial quotidiani, i prima e dopo, le skincare routine raccontano che l’aspetto va costantemente corretto, mantenuto, ottimizzato.

Quanto costa, in termini di identità, vivere ogni giorno dentro una versione ritoccata di sé?
Che prezzo psicologico paghi quando la tua faccia reale diventa un errore tecnico?
Quando la pelle vera è un bug, e non più un diritto?

Il consenso costruito sulla perfezione digitale è un consenso fragile. Dura finché l’algoritmo regge. Finché il filtro non salta.Finché la realtà non chiede il conto.

Il problema non è chi usa un filtro.
Il problema è quando senza quel filtro non ti senti più autorizzato a esistere.
Quando l’autostima viene appaltata a un software. Quando l’identità diventa un prodotto ottimizzato per piacere.

E allora forse la domanda non è perché la gente smette di seguirti. Ma cosa resta di te quando smette di farlo.

Non è sufficiente conoscere una disciplina per saperla trasmettere. Insegnare non è spiegare contenuti, è stare in relaz...
23/02/2026

Non è sufficiente conoscere una disciplina per saperla trasmettere. Insegnare non è spiegare contenuti, è stare in relazione con chi apprende.
La libertà educativa è un valore, ma senza una formazione reale su come si insegna, e su come si leggono emozioni, bisogni e fragilità degli studenti, rischia di diventare improvvisazione mascherata da autonomia.

Chi entra in aula dovrebbe essere formato sul sapere, certo.Ma anche sul saper essere, sull’intelligenza emotiva.
Perché senza relazione non c’è apprendimento. E senza consapevolezza si fa danno.



Vi aspetto domani, martedì 24 febbraio, alle ore 19:00, ad Ancona, al Ridotto del Teatro delle Muse.Parleremo di generaz...
23/02/2026

Vi aspetto domani, martedì 24 febbraio, alle ore 19:00, ad Ancona, al Ridotto del Teatro delle Muse.

Parleremo di generazioni connesse, di educazione al digitale, di come aiutare ragazzi e adulti a non perdere il saper essere mentre imparano il saper fare.
Un incontro per chi non vuole delegare tutto agli schermi.

Non mancate.

Il bullismo non si combatte da soli.Si combatte facendo squadra.Venerdì 27 febbraioLiceo Scientifico E. Ferdinando – Mes...
20/02/2026

Il bullismo non si combatte da soli.
Si combatte facendo squadra.

Venerdì 27 febbraio
Liceo Scientifico E. Ferdinando – Mesagne

Un pomeriggio aperto alla cittadinanza e ai ragazzi per parlare di bullismo e cyberbullismo nell’era digitale, senza slogan e senza ipocrisie.
Parole chiare, responsabilità adulte, ascolto vero.

E poi lo sport, quello che insegna rispetto, limiti, regole, coraggio.
Perché dire K.O. al bullismo significa esserci, insieme.

Per informazioni o registrazioni chiamare o inviare un messaggio WhatsApp:
320 144 6884
380 316 9907

Vi aspetto.

Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

+393347765413

Sito Web

http://www.giuseppelavenia.name/

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