Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale.

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

Caro Babbo Natale, quest’anno non ti scrivo per chiedere regali. Ti scrivo da psicoterapeuta.E ti chiedo tempo.Tempo per...
24/12/2025

Caro Babbo Natale, quest’anno non ti scrivo per chiedere regali. Ti scrivo da psicoterapeuta.
E ti chiedo tempo.

Tempo per i genitori, perché possano guardare i figli negli occhi senza lo schermo in mezzo.
Tempo per i ragazzi, perché possano annoiarsi senza sentirsi sbagliati.
Tempo per ascoltare, prima di giudicare.
Tempo per sbagliare, senza essere messi alla gogna.

Ti chiedo meno giocattoli intelligenti e più adulti presenti.
Meno like e più sguardi che restano.

Se puoi, porta coraggio agli educatori: quello di dire dei no che proteggono, anche quando non fanno applausi.

Porta silenzio nelle case, non quello che fa paura, ma quello che permette alle emozioni di parlare.

E se puoi, porta anche pace.
Non solo quella delle parole grandi, ma quella che nasce nelle case, nei conflitti gestiti senza distruggere, negli adulti che insegnano a non odiare prima ancora di insegnare a vincere.

Perché le guerre iniziano sempre molto prima dei confini.

Ai ragazzi, se riesci, lascia un biglietto semplice:
“Non devi essere perfetto per essere amato.”
Glielo ripetiamo poco.
E loro fanno finta di non averne bisogno, ma mentono.

E se avanza spazio sulla slitta,mettici anche questo: la capacità di tollerare la frustrazione.
Perché è lì che oggi ci stiamo perdendo tutti.

Non so se esisti davvero, Babbo Natale.
Ma so che esiste la responsabilità degli adulti.
E quella, purtroppo, non la può portare nessun elfo.

Con stima (e un pizzico di speranza),
Giuseppe Lavenia 🎄

Un ragazzo me lo dice senza ironia.La sua identità dipende da un algoritmo che decide chi vede e chi ignora.Il valore no...
23/12/2025

Un ragazzo me lo dice senza ironia.
La sua identità dipende da un algoritmo che decide chi vede e chi ignora.
Il valore non nasce più dall’essere, ma dal numero che compare sotto una foto.
In terapia lo vedo chiarissimo: non è solo vanità, è sopravvivenza.
Nei social non esserci equivale a scomparire.
E allora ogni like diventa ossigeno, ogni silenzio un soffocamento.
Gli adulti dicono: “Basta spegnere il telefono”.
Ma non capiscono che per molti ragazzi spegnere il telefono è come sparire dal mondo.
E nessuno vuole sparire a quindici anni.

Se reagisce, non è debole.Sta cercando di difendersi.“Deve imparare a stare al gioco” significa spesso: deve imparare a ...
22/12/2025

Se reagisce, non è debole.
Sta cercando di difendersi.

“Deve imparare a stare al gioco” significa spesso: deve imparare a sopportare.

La violenza non inizia con un pugno.
Inizia quando il dolore diventa imbarazzante.

Chi colpisce prova potere.
Chi guarda prova sollievo.
Chi subisce impara il silenzio.

Non è resilienza
se devi spegnerti per restare nel gruppo.

Un ragazzo non smette di soffrire
quando smette di parlarne.
Smette solo di chiedere aiuto.

Lo scherzo finisce
quando l’altro non può andarsene.

Minimizzare non è educare.
È allenare alla sopportazione.

Il problema non è chi reagisce.
Il problema è chi ride.



Un’altra donna è stata uccisa.E prima ancora di chiederci come, perché, da chi, dovremmo fermarci su questo dato essenzi...
21/12/2025

Un’altra donna è stata uccisa.

E prima ancora di chiederci come, perché, da chi, dovremmo fermarci su questo dato essenziale.

Un’altra.

Che significa che non è un’eccezione.
Non è un caso isolato.
Non è una follia improvvisa.

È un fatto che si ripete.
Con nomi diversi.
Con storie diverse.
Con lo stesso esito.

Una donna uccisa dentro una relazione
è sempre il segno di un limite non accettato.
Di un potere scambiato per amore.
Di un’idea tossica secondo cui l’altro non può andarsene, scegliere, sottrarsi.

Non sappiamo ancora tutto di questa storia.
Ma sappiamo già abbastanza per dirlo con chiarezza: nessuna donna muore per un raptus.

Muore dentro una cultura che fatica a educare al no, alla frustrazione, alla fine di un legame.

Continuare a chiamarle tragedie serve solo a non assumersi responsabilità.

Ogni femminicidio non è solo cronaca.
È una domanda rivolta agli adulti.
E il silenzio, questa volta, non è neutro.



C’è una frase che sento spesso in studio, detta sottovoce, quasi con vergogna:“Non so se sto facendo bene.”La sento dai ...
21/12/2025

C’è una frase che sento spesso in studio, detta sottovoce, quasi con vergogna:
“Non so se sto facendo bene.”

La sento dai neo genitori, dai genitori stanchi, da chi passa le notti sveglio, da chi prova ogni giorno a prendersi cura dei bambini in un mondo che corre più veloce di loro.

Genitori digitali nasce da qui.
Non dalla paura della tecnologia.
Ma dalla responsabilità adulta.

È un libro pratico, concreto, che accompagna passo dopo passo chi educa bambini da 0 a 10 anni a un uso consapevole delle nuove tecnologie.
Senza demonizzare.
Senza ricette magiche.
Senza colpevolizzare.

Un libro che serve soprattutto a noi adulti.
Perché spesso gli errori digitali dei bambini iniziano dalle nostre distrazioni, non dai loro schermi.

È pensato per chi vuole:
– capire quando dire sì e quando dire no
– evitare scorciatoie che sembrano innocue ma lasciano segni
– educare prima alla relazione, poi allo schermo

È anche un regalo che ha senso.
Per Natale.
Per una nascita.
Per chi sta crescendo un bambino e ha bisogno di una bussola, non di giudizi.

Lo trovate su Amazon in promozione 👉 https://amzn.eu/d/jgB4IGF

Prendersi cura dei bambini oggi significa avere il coraggio di essere adulti.
Anche quando è scomodo.

Un ragazzo di 18 anni accoltellato al fianco sinistro davanti all’istituto tecnico.Un agguato. Un gruppo. La fuga.È semp...
18/12/2025

Un ragazzo di 18 anni accoltellato al fianco sinistro davanti all’istituto tecnico.
Un agguato. Un gruppo. La fuga.

È sempre rimasto vigile, dicono i medici.
Ma quello che colpisce non è solo la ferita al corpo. È la ferita al contesto.

Da psicologo, la domanda non è chi aveva ragione o cosa era successo il giorno prima sull’autobus.
La domanda vera è un’altra:

Perché un conflitto tra ragazzi diventa un regolamento di conti a coltellate?

L’aggressività non nasce dal nulla.
Nasce spesso da un malessere diffuso, che si accumula e non trova parole.
Rabbia trattenuta. Frustrazione non tollerata. Umiliazioni che non diventano racconto, ma gesto.

Quando manca l’educazione emotiva, il corpo diventa l’unico linguaggio.
E la violenza, per qualcuno, sembra l’unico modo per non sentirsi invisibile.

Colpisce anche il luogo: una scuola.
Che dovrebbe essere spazio di crescita, contenimento, futuro.
E invece diventa scenario di paura.

E poi c’è il gruppo.
Il branco.
Insieme si fa ciò che da soli non si avrebbe il coraggio di fare.
La responsabilità si diluisce, l’empatia scompare.

Questa notizia non parla solo di un’aggressione.
Parla di un disagio che attraversa i giovani, di adulti spesso lontani, di una società che fatica a insegnare come si sta nella rabbia senza distruggere.

La violenza non è un fulmine a ciel sereno.
È quasi sempre l’ultimo anello di una catena ignorata troppo a lungo.

E finché continueremo a occuparci solo della lama, senza guardare il malessere che la impugna, continueremo a stupirci.
Ogni volta.

Da psicologo non mi interessa fare tifo per i divieti.Mi interessa capire perché siamo arrivati a questo punto.In Austra...
17/12/2025

Da psicologo non mi interessa fare tifo per i divieti.
Mi interessa capire perché siamo arrivati a questo punto.

In Australia hanno deciso di vietare i social ai minori di 16 anni.
Una scelta drastica, certo.
Ma nasce da dati chiari: aumento di ansia, dipendenza, insonnia, fragilità emotiva.
Non da allarmismo.

La domanda vera non è se vietare o no.
La domanda è:
perché così tanti ragazzi stanno male proprio lì dentro?
cosa cercano negli schermi che non trovano più negli adulti, nelle relazioni, nella vita reale?

I social non sono il problema.
Sono il sintomo.

Il sintomo di una generazione che non tollera più la frustrazione,
che ha paura del silenzio,
che si sente vista solo quando viene “likeata”.

E noi adulti?
Spesso divisi tra chi minimizza e chi demonizza.
Entrambi comodi.
Entrambi insufficienti.

Questo articolo su La Repubblica non dà risposte facili.
E proprio per questo va letto.
Perché mette al centro una verità scomoda:
non possiamo delegare all’algoritmo ciò che abbiamo smesso di fare come adulti.

Leggetelo.
Non per schierarvi.
Ma per iniziare a farvi le domande giuste.

👉 https://www.repubblica.it/salute/2025/12/15/news/social_vietati_ragazzi_australia_dipendenze_ansia-425040317/




“Tutti mi chiedono che cosa voglio fare da grande. Io vorrei solo smettere di avere paura di sbagliare.”Un adolescente m...
16/12/2025

“Tutti mi chiedono che cosa voglio fare da grande. Io vorrei solo smettere di avere paura di sbagliare.”

Un adolescente me lo dice con il sorriso più triste che abbia mai visto.
Il futuro non lo vive come promessa, ma come giudizio.

Ogni scelta pesa come se fosse definitiva.
Ogni incertezza diventa fallimento.

In terapia capisco che non è la mancanza di sogni a bloccarlo, ma l’eccesso di aspettative.

Si cresce con l’idea che “non puoi permetterti errori”, dimenticando che la vita è fatta di tentativi.

E allora la paura diventa rassegnazione: meglio non provarci che rischiare di deludere.

Non hanno paura del futuro.
Hanno paura del nostro giudizio.

Non è ansia.È quello che succede quando cresciamo i ragazzi come se fossero un curriculum.Gli diciamo: sii speciale.non ...
15/12/2025

Non è ansia.
È quello che succede quando cresciamo i ragazzi come se fossero un curriculum.

Gli diciamo: sii speciale.
non perdere tempo.
non restare indietro.

Poi ci sorprendiamo se si bloccano.

Non hanno paura di impegnarsi.
Hanno paura di diventare una delusione.

Quando il successo è l’unica identità concessa,
fallire equivale a sparire.

Questo non è un problema degli adolescenti.
È un problema della cultura adulta.

Lo dice una ricerca dell’Università di Hong Kong pubblicata su Plos One: quasi 1 studente su 3 a 12 anni passa 5 o più o...
12/12/2025

Lo dice una ricerca dell’Università di Hong Kong pubblicata su Plos One: quasi 1 studente su 3 a 12 anni passa 5 o più ore consecutive a giocare online.
Si chiama binge gaming ed è molto più diffuso di quanto vogliamo vedere: 31,7% dei preadolescenti, con un divario netto tra maschi (38,3%) e femmine (24%).

E non è “solo un gioco”.
È un rifugio.

Perché i ricercatori hanno visto una cosa chiara:
chi gioca così a lungo ha più ansia, più stress, più depressione, più solitudine, più difficoltà nel sonno e peggior rendimento scolastico.
Soprattutto le ragazze mostrano un carico emotivo ancora più alto.

La verità?
Un ragazzo non resta cinque ore con un joystick in mano perché sta bene.
Ci resta perché lì dentro trova qualcosa che fuori sente di non avere: controllo, fuga, appartenenza, silenzio.
O anestesia.

E allora la domanda non è:
“Perché gioca così tanto?”
La domanda vera è:
“Da cosa sta scappando?”

I videogiochi non sono il nemico.
Lo è il vuoto che riempiono.
E quel vuoto parla sempre una lingua emotiva che gli adulti hanno il dovere di ascoltare.

Non demonizziamo lo schermo.
Guardiamo la sofferenza che ci sta dietro.
È lì che si gioca la vera partita.

Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

+393347765413

Sito Web

http://www.giuseppelavenia.name/

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