20/04/2026
Certe cose non si possono raccontare. Andrebbero vissute. Però, siccome ho, come sempre, paura che il mio Vāta si porti via tutto, scrivo. Scrivo per non dimenticare. Sì, perché mi capita questa cosa particolare, da sempre. Di quel che vedo, leggo, vivo non mi rimane la cronica degli eventi, mi rimangono le emozioni che ho vissuto. E più le emozioni sono intense, più tendo a dimenticare i dettagli, arrivando a un distillato emotivo estremo.
E ieri é stata una serata proprio da Candra, con un carico di emotivo che si prolunga da 15 anni. Sì, perché oltre a piacermi tantissimo come artista, Jamie Cullum lo lego a quando Miche, Lorenzo e Edo erano piccolini. Lo avevamo scoperto per caso guardando il concerto tributo per Ray Charles. Allora era un piccoletto tutto testa e capelli, che si muoveva su un palco pieno di mostri sacri per un mostro sacro della musica, come se nulla fosse.
Quest’anno, visto che non viene mai in concerto in Italia, ho deciso di andare io da lui e la scelta é caduta su Katowice per via della data. Arrivati qui ci siamo chiesti come mai venisse in questo posto, che non ha proprio l’aria di essere artisticamente vivace. Ci siamo fermati alle apparenze.
Il palazzo dove si tiene il concerto ha un aspetto austero e un po’ anonimo. Si trova fuori da quello che chiamano centro. Decidiamo di andare per tempo in un locale lì vicino a mangiare perché dopo il concerto rischiamo di trovare tutto chiuso, dopo le 21 sembra di essere in un film post apocalittico. Aspettiamo 45 minuti che ci portino il cibo. Il mio entusiasmo si trasforma un po’ alla volta in ansia da rimanere chiusa fuori.
Trangugiamo il cibo e andiamo. Man a mano che ci avviciniamo il palazzo sembra aprirsi per svelare il suo tesoro nascosto. Dall’esterno sembra un blocco compatto di cemento, ma da vicino la struttura non é così compatta, tra un blocco e l’altro ci sono delle enormi vetrate che trasformano la struttura più in un enorme parallelepipedo di vetro protetto da un’armatura di cemento. Da queste fessure filtra una luce calda, dorata. Mi viene in mente la frase dello Yoga Vasistha: bisogna vedere la crepa sul soffitto, prima di scorgere la luce filtrarvi attraverso.
La hall é maestosa, gremita di gente eppure ovattata e quasi silenziosa. Ci accoglie una ragazza gentile che ci invita a lasciare le giacche al guardaroba (gratuito) e ci spiega dove andare per trovare il nostro posto. Saliamo la scale ed entriamo nel teatro. Attimo di sospensione. Il teatro é un gioiello. Un ovale di legno caldo, da un lato delle canne d’organo gigantesche. Cerchiamo i nostri posti, si trovano in balconata proprio sopra al pianoforte. Miche e io ci guardiamo con gli occhi che brillano.
Mi guardo intorno e penso che questo sarà un concerto un po’ più intimo rispetto a quello visto in piazza 15 anni fa. Il tempo passa per tutti, anche per lui. Allora mi aveva colpito per la sua energia, i suoi salti (anche dal pianoforte), la sua capacità di cantare, senza stonare e senza sbanfare, pur muovendosi come un grillo.
Entrano prima i musicisti (4) e i coristi (2). Pubblico in deliro (polacchi irriconoscibili). Poi esce lui e il teatro esplode. Sembra che per lui il tempo non sia passato. La stessa aria da diciottenne (ne ha 46) di quando lo vid la prima volta.
Da qui in poi tutto si mescola nella mia mente. Scuse per essere entrati con 3 minuti di ritardo, inizia a cantare e un po’ alla volta si scalda, ma con moderazione. Gli anni son passati, sarà maturato come artista, il teatro é un luogo più raccolto, per una musica più intima rispetto a una piazza. Alternano brani d’insieme con parti in cui tutti escono e rimane solo lui sul palco, col suo pianoforte. A un certo punto parte con Everlasting love, che di solito ha un ritmo tirato. É lui, col piano. Suona un po’ il legno, un po’ le corde all’interno, stoppandole con la mani, un po’ i tasti. La sua voce viene “modificata” con un effetto eco e lui vata un po’ al microfono un po’ senza. Pelle d’oca. La corista (che ovviamente si spara tutti i concerti per cui dovrebbe essere abituata) si commuove, io pure. Il pubblico prova a ba***re le mani, lui si gira e fa segno che no, non é il momento, adesso si sta in silenzio. Si ascolta e ci si ascolta.
Continua inserendo come fosse un flow high and dry, if I ruled the world e twentysomethnig (che ora trasforma in fortysomething). I brani si intrecciano tra loro, é come se stesse tessendo la tela più morbida del mondo. Mi accorgo che sto piangendo. Non ho gli occhi umidi, mi scendono proprio le lacrime. A un certo punto si tacca dal piano e scende tra il pubblico, sempre cantando. Non una stonatura, non un segno di fatica. Comincia a caricarsi, abbraccia uno steward, dà un 5 a un signore, vada un’altra signora in sedia a rotelle e firma un autografo a un’altra che lo insegue per tutta la sala. Tutto senza mai perdere il punto, senza mai perde un colpo. Sento tirar su col naso di fianco a me. Miche.
Questo è darsi. Va oltre lo spettacolo, va oltre lo show. É presenza, é esserci.
E poi eccolo, il folletto. Torna sul palco, parte when I get famous e invita tutti ad alzarsi. Delirio. Lui comincia a saltare, zompa giù da pianoforte ( e si gira a pulirlo con la sua maglietta), lascia spazio (questo per tutto il concerto) ai suoi musicisti e intanto gira, partecipa, suoni un po’ qui e un po’ là. Finisce così co n gli occhi pieni di lui e il cuore pieno di felicità.
Mi scappa la p**ì, corro in bagno e lì maturo la decisione: devo andare anche al concerto di Modena. Esco e lo annuncio a Max e Miche. Max mi guarda: stai calma, cominciamo ad a andare a casa e rispondi ai messaggi. Lo guardo. Chi sei? Cosa ne hai fatto di mio marito? Ma tiro fuori il telefono: la chat di yoga, Ayurveda e Jyotisha esplode di messaggi, che io però non riesco a leggere. Sono senza occhiali. Mi sollecitano delle risposte, anche in privato. Non capisco. Max insiste. Nel frattempo stiamo vagando in mezzo a una serie di palazzi squallidi a caccia di un Uber per andare a cercare un pub.
E poi lì in mezzo a un parcheggio che sembra l’interno di Niguarda mi compare un video: il gruppo mi ha regalato i biglietti per andare al concerto di Modena. Mi rimetto a piangere.
Semplicemente grazie. Ogni altra parola sarebbe superflua (anche perché ho scritto fin troppo)