24/01/2026
VertiLab Napoli
“É tutto nella tua testa”: il vicolo cieco tra sintomo reale ed esami negativi. Come comportarsi?
Uno dei grandi equivoci che ancora oggi accompagnano i disturbi dell’equilibrio è pensare che, in assenza di una lesione visibile, il sintomo perda dignità clinica. In realtà il sistema dell’equilibrio è tra i più complessi del nostro organismo: non è un singolo organo, ma il risultato dell’integrazione continua tra vestibolo, vista, propriocezione, controllo posturale e sistemi centrali di modulazione e adattamento.
Quando uno di questi meccanismi si altera in modo sottile o disarmonico, il risultato può essere un disequilibrio persistente, una sensazione di instabilità, di testa leggera o di disorientamento spaziale, anche senza un danno strutturale evidente. Questo accade perché il cervello non si limita a registrare informazioni: le confronta, le filtra, le integra e le anticipa. Se i processi di integrazione o di compenso funzionano male, il sintomo è reale, continuo e spesso invalidante.
In questi casi parliamo di disturbi funzionali o di cattivo adattamento centrale. Non significa “non sappiamo cosa sia”, ma che il problema riguarda il funzionamento del sistema, non la presenza di una lesione anatomica. È un concetto ben noto alla neurologia e alla vestibologia moderne, ma spesso difficile da spiegare al paziente.
Un altro punto cruciale è il rapporto con l’ansia. Ansia e instabilità si influenzano, ma molto spesso è il disequilibrio cronico a generare paura del movimento, ipervigilanza ed evitamento. In questi casi l’ansia è una conseguenza, non la causa. Ridurre tutto a “è nella testa” è scientificamente scorretto e clinicamente dannoso. Il paziente si sente non creduto, smette di cercare aiuto o inizia una corsa inutile a esami sempre nuovi.
L’assenza di una lesione non è un vicolo cieco. È un’area in cui la medicina deve essere più fine, più attenta alla funzione che all’anatomia. Ed è proprio in queste zone grigie che il lavoro specialistico, se ben orientato, può fare la differenza tra un paziente che resta prigioniero dei suoi sintomi ed uno che, pur non avendo tutte le risposte, riesce a tornare a vivere meglio.