20/12/2025
Queste righe sono pensate per i genitori dei bambini che vengono in studio e che spesso si/mi chiedono cosa proporre ai propri figli nei momenti di noia.
Fateli rallentare!!!
“GONFIABILI” E SOVRACCARICO SENSORIALE
Penso ai cosiddetti “gonfiabili”.
A quegli spazi colorati, con luci intermittenti e artificiali, rumorosi, apparentemente gioiosi, che vengono spesso proposti ai bambini e alle bambine come luoghi di “sfogo”, mentre per l’adulto rappresentano una promessa di pausa, di sollievo, di delega.
Ma ciò che appare come divertimento, dal punto di vista del bambino - soprattutto nella fascia 0–6 anni - è spesso tutt’altro.
Ciò che noi osserviamo come eccitazione motoria nei bambini e nelle bambine non coincide con il benessere e lo stato di felicità.
Un corpo che corre senza sosta, che salta, rimbalza, cade e si rialza in modo continuo, immerso in rumori, colori accesi, contatti imprevedibili, luci, richiami, musiche e voci, è un corpo che entra rapidamente in sovraccarico sensoriale ed emotivo.
Il sistema nervoso del bambino non è ancora in grado di filtrare, modulare, selezionare ed integrare gli stimoli senso-percettivi.
Tutto arriva insieme. Tutto, troppo velocemente, passa dal corpo.
Il battito accelera, il respiro si fa corto, il sudore aumenta.
L’ascolto si interrompe, l’appetito scompare, il tono emotivo oscilla tra crisi e urla di eccitazione.
Euforia e paura iniziano ad alternarsi senza che il bambino/a riesca a dare un senso a ciò che sta vivendo.
È come se il suo sistema percettivo fosse costantemente sollecitato oltre la soglia di tolleranza.
Troppi stimoli visivi.
Troppi stimoli uditivi.
Troppi stimoli tattili e vestibolari.
Troppi corpi che entrano nello spazio personale senza possibilità di scelta.
In questa condizione, il bambino e la bambina non si stanno “sfogando”.
Si stanno caricando!
Si carica di tensione muscolare, di eccitazione tonico-motoria non integrata, di confusione emotiva.
Si carica di una fatica invisibile che spesso emerge dopo: nel pianto improvviso, nella rabbia apparentemente immotivata, nella chiusura, nel rifiuto, nella difficoltà ad addormentarsi o a ritrovare calma.
Parlare di “sfogo” è una semplificazione adulta, poco rispettosa del funzionamento neuro-emotivo dell’infanzia.
Lo sfogo, per essere tale, richiede consapevolezza, scelta, integrazione.
Richiede un sistema nervoso maturo.
I bambini e le bambine, invece, hanno bisogno di contesti che li aiutino a co-regolarsi, non che li spingano oltre.
E spesso, in quell’‘oltre’, l’adulto non è presente e connesso. Non coglie la necessità di co-regolazione.
Non riconosce l’ulteriore stato di eccitazione che emerge dopo quel tempo definito sfogo.
I bambini e le bambine hanno diritto, come ogni persona, di trovare da sé le proprie modalità di movimento, di gioco, di scoperta.
Così come noi adulti non troviamo tutti ristoro nello stesso luogo o nella stessa attività, anche i bambini non possono essere condotti in spazi standardizzati e commerciali per “fare ciò che dovrebbero fare”.
A tutto questo si intreccia un’altra convinzione culturale profonda: l’idea che i bambini/e debbano essere costantemente animati, intrattenuti, occupati.
Come se non fossero capaci di creare gioco da sè.
Come se la noia e l’ozio fosse un pericolo.
E invece la noia è uno spazio neurobiologicamente fertile.
La noia non è vuoto.
È silenzio che prepara il pensiero.
È tempo che permette al sistema nervoso di abbassare l’attivazione e riorganizzarsi.
È il luogo in cui nascono il gioco spontaneo, la fantasia, l’immaginazione, la creatività autentica.
Quando un bambino/a non è sommerso dagli stimoli, può finalmente ascoltarsi.
Può ascoltare il corpo.
Può sentire cosa gli va di fare.
Può trasformare un gesto semplice in scoperta profonda.
Ogni azione che il bambino/a compie – giocare, saltare, cantare, osservare, mangiare, prendersi cura di sé, stare seduto in ascolto – è lavoro intellettivo complesso.
È integrazione sensoriale.
È costruzione di sé.
Forse, come adulti, il vero apprendimento che ci viene chiesto è questo: rallentare lo sguardo.
Tornare a meravigliarci.
Chiederci, con onestà: quando siamo al mare, sappiamo ancora ascoltare il rumore delle onde?
Quando piove, sappiamo fermarci ad ascoltare la pioggia sui vetri?
Il bambino e la bambina lo fanno.
Lo fanno naturalmente.
Lo vive con tutto il corpo.
E forse è proprio lì che ci sta indicando la strada.
Atelier della Pedagogista