12/03/2026
Domani saranno 13 anni.
Tredici anni da quando mio padre è morto, investito da un’automobile.
E da quando sono stata io a trovare il suo corpo.
Non è una storia che racconto spesso.
Non perché l’abbia dimenticata, ma perché certe cose non si raccontano per fare scena.
Si raccontano quando il corpo sente che è il momento.
Quel giorno ho toccato il buio più profondo della mia vita.
Non un buio simbolico.
Un buio reale.
Ricordo la pioggia.
Il respiro senza fiato.
Le mie urla, poi senza voce.
Il tempo fermo.
Quando accade qualcosa di così grande, il sistema nervoso non sa dove mettere tutto quel dolore.
Si irrigidisce.
Si spegne.
A volte continua ad andare avanti… ma con una parte di sé rimasta ferma lì.
Per molto tempo ho pensato che quel giorno mi avesse spezzata. Uccisa.
Poi ho capito che aveva anche aperto una domanda. Una domanda che negli anni è diventata il centro della mia ricerca e del mio lavoro:
come torna la vita nel corpo dopo il trauma?
Come si scioglie una memoria che non è solo nella mente, ma nei muscoli, nel respiro, nel battito del cuore?
Forse è stato proprio lì che è iniziato tutto.
Il mio cammino nell’osteopatia.
Il lavoro somatico.
L’ascolto profondo del corpo.
L'unione con lo Spirito.
Non per cancellare quel giorno ma per imparare a stare in piedi anche con quel giorno dentro di me.
So che per qualcuno raccontare questo potrebbe sembrare narrazione.
La verità è che non mi interessa.
Finché il mio corpo sentirà il bisogno di attraversare questa memoria, io lo lascerò fare.
Perché il dolore non ascoltato resta prigione.
Il dolore attraversato diventa una strada che si illumina e se oggi accompagno le persone a tornare nel proprio corpo, è anche perché una parte di me ha dovuto impararlo nel punto più buio della sua storia.
Domani saranno 13 anni.
E oggi so che anche dal punto più buio della vita, la vita può tornare a respirare 🩷