Studio Phronesis Psicologia - Psicoterapia

Studio Phronesis Psicologia - Psicoterapia Studio Phronesis psicologia

Dott. Giuseppe Romanelli
Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo

27/03/2026

Non stiamo crescendo ragazzi più violenti.
Stiamo crescendo ragazzi che non sanno cosa farsene della rabbia, perché nessuno ha mai insegnato loro a gestirla e a contenerla.

Se devo dirlo in modo diretto, senza girarci troppo intorno: la tentazione di dire che “questa generazione è più violenta” è forte, ma è anche una scorciatoia che rischia di farci sbagliare bersaglio. Non siamo davanti a ragazzi più cattivi. Siamo davanti a ragazzi cresciuti in un contesto che li ha resi molto più fragili sul piano emotivo e, proprio per questo, più esposti a reazioni estreme.

Oggi un adolescente fatica tremendamente a stare dentro la frustrazione. E la frustrazione, piaccia o no, è una componente inevitabile della vita. Solo che se nessuno ti insegna a gestirla, a riconoscerla, a tollerarla, quella frustrazione diventa rapidamente qualcos’altro: rabbia, vergogna, senso di umiliazione. E da lì, il passo verso l’agito è molto più breve di quanto si pensi.

Quando poi parliamo di tredicenni con un coltello in tasca, dobbiamo smettere di pensare solo all’oggetto. Il coltello è il sintomo, non il problema. È una risposta distorta a un bisogno molto preciso: sentirsi meno vulnerabili. È come se quel ragazzo dicesse, senza usare le parole: “Io non voglio più sentirmi in balia delle cose. Io devo avere un modo per difendermi, o per farmi rispettare.”
Il punto è che non ha strumenti migliori per farlo. Nessuno glieli ha insegnati davvero.

E qui arriva una questione scomoda: sì, in qualche modo questi ragazzi si sentono più autorizzati alla violenza. Non perché qualcuno glielo dica esplicitamente, ma perché vivono immersi in un mondo che la violenza la banalizza continuamente. La vedono nei linguaggi, nei social, nei conflitti quotidiani tra adulti. Assistono a scene in cui chi urla di più sembra avere ragione, in cui l’aggressività diventa una forma di affermazione. E nel frattempo, i confini educativi si sono fatti sempre più deboli, sempre più negoziabili.

Il risultato è che il gesto violento perde peso nella percezione. Non viene più sentito come qualcosa di irreversibile, ma come una risposta possibile, a volte persino legittima, a un torto percepito.

In tutto questo, la famiglia gioca un ruolo decisivo. Perché è lì che si costruisce (o non si costruisce) la capacità di stare al mondo. E oggi vediamo spesso due estremi ugualmente problematici: da una parte genitori che evitano qualsiasi frustrazione ai figli, che spianano la strada in nome di un’idea distorta di protezione; dall’altra genitori che non ci sono, o che hanno rinunciato a esercitare un ruolo educativo chiaro. In mezzo, troppo spesso, manca quella cosa fondamentale che si chiama limite.

Il limite non è una punizione. È una bussola. È ciò che permette a un ragazzo di capire fin dove può spingersi, cosa è accettabile e cosa no. Senza limite, un adolescente non è libero: è perso.

La scuola, dal canto suo, si trova a gestire una situazione sempre più complessa, spesso senza strumenti adeguati. Gli insegnanti si confrontano con ragazzi che vivono ogni richiamo come un attacco personale, ogni nota come un’umiliazione. E quando un ragazzo non sa distinguere tra correzione e offesa, tra limite e ingiustizia, il rischio di escalation è altissimo. Basta poco: una ferita narcisistica, un senso di ingiustizia non elaborato, e la rabbia trova una via d’uscita.

Allora la domanda vera non è se questi ragazzi siano più violenti. La domanda è: che cosa abbiamo smesso di insegnare loro?

Perché il punto è tutto lì. Non si limita un fenomeno del genere solo con più controlli o più punizioni. Quelle servono, certo, ma arrivano dopo. Quando il problema è già esploso.

Il lavoro vero è prima. È insegnare ai ragazzi a riconoscere quello che provano, a dare un nome alle emozioni, a non esserne travolti. È restituire valore al limite, alla responsabilità, al fatto che ogni azione ha conseguenze. È aiutare le famiglie a tornare a essere luoghi educativi, non solo affettivi.

E soprattutto è intercettare i segnali prima che diventino tragedie. Perché prima del coltello, c’è sempre qualcosa: una rabbia che cresce, un senso di esclusione, fantasie di rivalsa, un linguaggio che cambia. Il problema è che troppo spesso questi segnali li vediamo… e li minimizziamo.

Poi arriva il gesto, e ci sembra improvviso.
Ma improvviso, quasi mai lo è davvero.

22/02/2026

Nel 350 avanti Cristo, mentre Atene discuteva di filosofia e Roma era poco più di un villaggio, a Taranto successe qualcosa di straordinario.

Un nostro concittadino, un tarantino di nome Archita, costruì una colomba di legno. E quella colomba prese il volo.

Non stiamo parlando di un aquilone. Non stiamo parlando di un giocattolo che planava per qualche metro. Stiamo parlando di un automa meccanico che volò davvero.

Ce lo racconta Aulo Gellio, scrittore romano, nelle sue Notti Attiche: "Archita costruì secondo certi principi di meccanica un oggetto ligneo a forma di colomba e questa colomba volò. Si sosteneva per mezzo di contrappesi e si muoveva mediante la pressione di aria rinchiusa e nascosta al suo interno."
Ma c'era un limite. Una volta atterrata, la colomba non poteva più decollare. L'aria si esauriva in un solo volo.

Come funzionava esattamente? Nessuno lo sa con certezza. Le fonti antiche non ci danno tutti i dettagli.

Gli studiosi moderni hanno fatto ipotesi: forse all'interno c'era una vescica animale gonfiata, simile a un palloncino. Forse l'aria veniva rilasciata attraverso una valvola che faceva muovere le ali. Forse il bilanciamento perfetto dei contrappesi permetteva un volo in linea retta.

Ma sono appunto ipotesi. Quello che sappiamo per certo è che funzionava. E che volava.

Archita era filosofo pitagorico, matematico, inventore. Eletto stratego più volte dalla sua città. Ma non si accontentava di scrivere trattati o comandare eserciti. Lui voleva volare.
E ci riuscì.

Pensateci. Siamo nel 350 a.C. Non esistono motori. Non esiste l'elettricità. Eppure un tarantino aveva capito i principi della propulsione pneumatica, dell'aerodinamica, del bilanciamento meccanico.

Tanto che oggi lo Smithsonian Magazine lo definisce "il primo robot della storia". Tanto che la NASA lo ha inserito nei suoi materiali didattici come uno dei primi dispositivi ad impiegare i principi essenziali del volo.
Il primo drone mai costruito. Il primo automa volante della storia umana.

Un tarantino.

Eppure se chiedi in giro, quasi nessuno lo sa. Nelle scuole non si insegna. Nei dépliant turistici non compare.

Siracusa ha dedicato ad Archimede due musei. I turisti da tutto il mondo vanno lì.

E Taranto? Taranto che ha dato i natali ad Archita, l'inventore del primo automa volante della storia?

Niente. Nemmeno una targa. Nemmeno un museo. Nemmeno un ricordo.
Forse è arrivato il momento di cambiare.

08/02/2026

🔴 L’amigdala

L’amigdala è una piccola struttura neuronale che svolge un ruolo centrale nell’elaborazione della paura e della minaccia.

🔸L’attività dell’amigdala dipende in modo critico dal dialogo con diverse regioni corticali. Le più rilevanti sono:

✅ Corteccia prefrontale ventromediale

È uno dei principali sistemi di controllo emotivo. In condizioni normali contribuisce a "inibire" l’amigdala quando uno stimolo viene rivalutato come non pericoloso.
Quando questa modulazione è ridotta, la risposta di allarme tende a persistere.

✅ Corteccia prefrontale dorsolaterale

È coinvolta nella regolazione cognitiva delle emozioni (attenzione, reinterpretazione, controllo volontario). Non agisce direttamente sull’amigdala, ma influenza i circuiti che ne modulano l’attività.

✅ Corteccia cingolata anteriore

Funziona come ponte tra cognizione ed emozione. Partecipa al mantenimento dello stato di allerta. Una sua iperattivazione è spesso associata a stati emotivi negativi.

✅ Insula

Integra le sensazioni corporee (battito, respiro, tensione muscolare). Rafforza l’attività dell’amigdala quando i segnali interni vengono interpretati come pericolosi, contribuendo alla percezione soggettiva dell’ansia.

✅ Corteccia temporale associativa

Sostiene l'assegnazione del significato agli stimoli complessi. Può amplificare l’attività amigdaloidea quando uno stimolo viene valutato come minaccioso sul piano semantico.

👉 In sintesi: l’amigdala riceve un continuo flusso di informazioni dalla corteccia.
Se prevalgono i segnali di pericolo (insula, cingolato, aree associative) e diminuisce il controllo prefrontale, l’amigdala entra in uno stato di iperreattività.
__________________

🔴Che cos’è l’ansia dal punto di vista neurobiologico?

L’ansia può essere descritta come uno stato anticipatorio di minaccia, caratterizzato da:

✅attivazione persistente dei circuiti dell’allarme
✅aumento dell’attenzione verso stimoli negativi
✅amplificazione dei segnali corporei
✅difficoltà a “spegnere” la risposta emotiva

A livello dei circuiti cerebrali, questo corrisponde a:

✅maggiore reattività dell’amigdala
✅ridotta efficacia della regolazione prefrontale
✅maggiore coinvolgimento dell’insula (interocezione)
✅connettività alterata tra amigdala e regioni corticali

Non si tratta quindi di un singolo “centro dell’ansia”, ma di uno "sbilanciamento di rete" tra sistemi emotivi e di controllo cognitivo.

🔸Dal punto di vista fenomenologico, l’ansia si esprime attraverso tre dimensioni intrecciate:

✅ 1. Cognitiva

🔹preoccupazione persistente
🔹anticipazione negativa
🔹difficoltà di concentrazione
🔹pensieri catastrofici

✅ 2. Fisiologica

🔹tachicardia
🔹respiro corto
🔹tensione muscolare
🔹sudorazione
🔹sensazione di “nodo allo stomaco”

Questi sintomi riflettono l’attivazione dei circuiti amigdala–ipotalamo–tronco encefalico.

✅ 3. Comportamentale

🔹evitamento
🔹irrequietezza
🔹ricerca continua di rassicurazioni
🔹ipervigilanza ambientale
________________

🔸L’amigdala è il fulcro emotivo della risposta di allarme, ma la sua attività è fortemente plasmata dalla corteccia.
Si tratta quindi di un sistema di rete piuttosto che di una sola struttura responsabile.

02/01/2026

🎭 Quando il narcisista viene smascherato

Quando la maschera cade, arrivano rabbia, vittimismo e manipolazione. Riconoscere questi schemi è il primo passo per proteggerti e riprendere il tuo potere emotivo 💡🛑 Non sei tu il problema.

30/12/2025

Durante le festività accade qualcosa di molto preciso, e chi ha esperienza clinica di manipolazione affettiva lo sa ben…non è solo una questione di stare insieme.
È una riattivazione emotiva profonda.

Le feste non portano solo luci e tavole imbandite. Portano con sé ruoli antichi, copioni familiari mai riscritti, aspettative non dette e, soprattutto, la sospensione del diritto a proteggersi.
“È Natale”, “È famiglia”, “Non fare storie”.
Ed è proprio lì che il manipolatore entra in scena.

Chi manipola in ambito familiare sfrutta il contesto emotivo come un moltiplicatore di potere.

Sa che sei più stanco, più nostalgico, più esposto.

Sa che il senso di colpa è già seduto a tavola, prima ancora che tu arrivi. E lo usa. Con frasi che sembrano affetto ma sono controllo. Con silenzi che sembrano tristezza ma sono punizione. Con battute che sembrano ironia ma sono svalutazione.

Il primo passo per difendersi è smettere di chiedersi se stai esagerando.

Se ti senti confuso, in colpa, destabilizzato, con quella sensazione sottile di essere “sbagliato” anche quando non hai fatto nulla, allora n, non stai esagerando. Stai reagendo a una pressione psicologica reale.

Prima di entrare in quella casa, in quella stanza, in quel pranzo, serve una decisione interna:
io oggi non sono più il bambino che deve adattarsi.

Non vai lì per farti capire. Non vai lì per sistemare il passato. Non vai lì per ottenere finalmente riconoscimento. Vai lì, se scegli di andarci, per attraversare il tempo che hai deciso di concedere senza perderti.

Questo significa abbassare drasticamente le aspettative.
Chi manipola non cambia perché è festa. Anzi, spesso peggiora.

E quando smetti di aspettarti calore da chi usa il freddo come arma, improvvisamente smetti anche di sanguinare.

Durante l’incontro, la protezione passa da una regola semplice ma potentissima: meno parole, più controllo.

Ogni spiegazione emotiva è una porta aperta. Ogni giustificazione è materiale che verrà usato contro di te.

Non devi convincere. Non devi chiarire. Non devi educare nessuno.

Risposte brevi. Neutre. Chiuse.
“Non ne parlo.”
“La vediamo diversamente.”
“Preferisco fermarmi qui.”

Non sono frasi fredde. Sono confini verbali.
E i confini non hanno bisogno di essere simpatici per essere legittimi.

Quando arriva la provocazione – perché arriverà – ricorda questo:
la reazione emotiva è il premio che il manipolatore sta cercando.

La pausa, il silenzio, l’alzarsi e cambiare stanza sono atti di forza, non di fuga.

E poi c’è il grande classico: il senso di colpa.

Quello che ti sussurra che dovresti sopportare, che “in fondo non è così grave”, che “è sempre stato così”.
Ma c’è una verità clinica che va detta senza sconti: la famiglia non giustifica l’abuso.
Il legame di sangue non annulla la responsabilità emotiva.
E nessuna festa vale la tua salute psicologica.

Proteggerti non significa essere cattivo.
Significa essere adulto.
Significa smettere di sacrificarti per mantenere un equilibrio che esiste solo se tu stai male.

Quando tutto finisce e torni a casa, fai una cosa fondamentale ossia riprenditi la realtà.
Scrivi. Parla con qualcuno di lucido. Rimetti ordine nei fatti.
La manipolazione lascia residui emotivi, come una contaminazione invisibile. Va smaltita, non ignorata.

E tieni stretta questa verità finale, soprattutto a Natale:
chi ti ama davvero non ti chiede di annullarti per stare a tavola.

Chi ti ama non usa il legame come catena.
E tu non devi più dimostrare nulla a nessuno per meritare rispetto.

30/12/2025

Spesso mi viene chiesto di dare qualche consiglio pratico a chi si trova a dover gestire i figli con un ex partner che presenta un funzionamento narcisistico.
Rispondo qui, in modo che queste indicazioni possano essere utili anche a chi si riconosce nella stessa condizione, con l’obiettivo di condividere informazioni concrete e soprattutto di ridurre il rischio di escalation, preservando il benessere psicologico dei bambini.

Quando c’è un genitore con tratti narcisistici (talvolta anche di tipo maligno) il problema non è la separazione in sé, ma l’uso della relazione genitoriale come campo di controllo, potere e manipolazione. Le vacanze, e in particolare quelle natalizie, amplificano tutto questo.

Ecco alcuni punti chiave che ritengo fondamentali.

1. La prevedibilità protegge

I bambini stanno bene dove c’è struttura.
Regole chiare, accordi scritti, orari definiti e routine prevedibili riducono drasticamente l’ansia e limitano gli spazi di manipolazione.

2. I figli non sono strumenti relazionali

Mai coinvolgerli in:
• messaggi indiretti,
• richieste di schieramento,
• raccolta di informazioni sull’altro genitore.
Questo li espone a un conflitto di lealtà che, sul piano clinico, è altamente lesivo.

3. Preparare non significa spaventare

Aiutare un bambino a leggere le dinamiche non è indottrinamento, è tutela.

Frasi semplici e chiare:
• “Non devi rendere felice nessuno a costo tuo.”
• “Se qualcosa ti fa stare male, puoi dirlo.”
• “Non sei responsabile delle emozioni degli adulti.”

Sono ancore di sicurezza, non accuse.

4. Diffidare delle dinamiche “iper-performative”

Il genitore narcisista usa spesso le feste come palcoscenico:
• regali eccessivi,
• promesse irrealistiche,
• immagini idealizzate.
Insegnare ai figli che l’amore non è spettacolo, ma continuità, rispetto e sicurezza.

5. Dopo il rientro: osservare, non interrogare

Evitate domande incalzanti.
Osservate segnali come:
• cambiamenti dell’umore,
• senso di colpa eccessivo,
• frasi svalutanti su di sé,
• iper-adattamento emotivo.

Sono indicatori clinici, non capricci.

6. La vostra regolazione emotiva è protettiva

Il narcisista cerca reazioni.
Un adulto stabile, coerente e contenitivo è il vero fattore di protezione per il minore.

7. Un punto essenziale

Un genitore con funzionamento narcisistico non cambia durante le vacanze.
Cambia solo la cornice.

L’obiettivo non è “salvare” il Natale,
ma preservare nel tempo la salute psicologica dei bambini.

Mettere confini chiari non è creare conflitto,
è fare prevenzione.

E dal punto di vista clinico e forense, questa è genitorialità responsabile.

16/11/2025
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31/08/2025

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Taranto
74020

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Martedì 09:00 - 19:00
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Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00

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