Vittimologia

Vittimologia La vittimologia è la disciplina che studia la relazione tra vittima e aggressore, tra vittime e sis Comunque, potrebbe essere non sempre così, ad es. J.

Vittimologia


definizione Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La vittimologia è la disciplina che studia la relazione tra vittima e aggressore, tra vittime e sistema giudiziario (polizia, magistratura e amministrazione penitenziaria) e tra vittime e altre istituzioni, quali mass media, gruppi d'interesse e associazioni[1]. La vittimologia, comunque, non si limita allo studio della vittima ma comprende anche forme di violazione dei diritti umani. Indice
1 I reati da colletti bianchi
2 Disturbo post traumatico da stress (PTSD)
3 Propensione della vittima 3.1 Errore fondamentale di attribuzione

4 Predisposizione della vittima
5 Tasso di vittimizzazione in Italia
6 Coppia penale
7 Prospettive sulla vittimologia

I reati da colletti bianchi

In criminologia, la vittima di un crimine è una persona che ha subito un danno direttamente da un autore di un reato, piuttosto che da tutta la società nel suo insieme[2]. nel caso delle vittime dei reati della amministrazione pubblica cd. “colletti bianchi”, che potrebbero essere non sempre chiaramente identificabili o direttamente collegati ad un reato verso persone particolari. Le vittime della amministrazione pubblica spesso rifiutano il proprio status di vittime attraverso la sola costruzione sociale del problema (Croall, 2001). Non tutti i criminologi, comunque, accettano il concetto di vittimizzazione o di vittimologia che, quindi, rimane tuttora controverso. Il programma di impatto sulla vittima è una forma di giustizia riparativa nella quale la vittima (o un parente o un amico della vittima deceduta) si incontra con l'imputato per conferire con lui su come il suo crimine ha avuto conseguenze nella sua vita, nella speranza dell'assoluzione o della liberazione anticipata. Disturbo post traumatico da stress (PTSD)

per approfondire vedi blog

I problemi più frequenti, che coinvolgono tre quarti delle vittime, sono di tipo psicologico, che, tra l'altro, includono: paura, ansia, tensione nervosa, deficit di autostima, aggressività, emarginazione sociale, ed insonnia[3]. Tali problemi spesso sono concomitanti con la sindrome da Disturbo post traumatico da stress (PTSD). I postumi da trauma sono altre sì sottesi a preesistenti problemi della sfera emotiva così come a variabili socio-demografiche. Ciò è stato riconosciuto come una delle cause principali di tale sindrome per la quale le persone anziane si trovano ad essere più colpite.(Ferraro, 1995)

Le vittime possono fare esperienza delle seguenti situazioni psicologiche:
Incremento della vulnerabilità personale;
Ambiente sociale inteso come oscuro ed incomprensibile;
Percezione di sé stessi in base a punti di vista negativi[3]

L'esperienza della vittimizzazione può determinare una progressione negativa del livello di paura da parte della vittima del crimine e persino giungere a forme di fobia sociale. Propensione della vittima

Si tratta di uno dei più controversi problemi discussi attualmente in letteratura in quanto è un modo altamente moralistico di attribuire una colpa alla vittima di un crimine, cd. colpevolizzazione della vittima.[4]. La teoria dei fattori ambientali dice che l'ambiente e il contesto possono condizionare o favorire la possibilità di una vittima di incontrare l'aggressore.[5]

Ci sono stati alcuni studi recenti che dimostrano la reale esistenza di propensione al vittimismo.[6]. Contrariamente alle credenze popolari secondo le quali sarebbero le donne ad essere le vittime, e perciò più propense rispetto agli uomini, attualmente gli uomini tra i 24 e 34 anni sono più propensi ad essere vittime di recidive.[7]. Poiché ogni ricerca utilizza differenti metodi, i risultati sono verificabili e possono inferire su altri progetti. Lo studio della vittimologia può anche comprendere la “cultura del vittimismo”, nella quale la vittima di un crimine rivela il proprio status, asserendo di essersi creata da sé la vicenda criminale per attirare le simpatie di colleghi o amici[8]

Nel caso della delinquenza minorile, l'analisi dei dati dimostra anche che le persone sono più propense ad essere vittimizzate da qualcuno che conoscono; i reati più frequenti commessi da adolescenti, infatti, sono la violenza sessuale, la violenza di gruppo, e l'omicidio. Gli adolescenti vittimizzano le persone che non conoscono generalmente quando commettono aggressioni, rapimenti, rapina a mano armata e rapina con scasso[9]

Le pr******te sono riconosciute come coloro che soffrono l'incidenza più elevata di crimini violenti nonché di casi irrisolti, e non ci sono neppure molti studi vittimologici al riguardo. Errore fondamentale di attribuzione

Per approfondire, vedi la voce Errore fondamentale di attribuzione. In psicologia sociale, l'Errore fondamentale di attribuzione (nota anche come corrispondenza di pregiudizi o effetto di attribuzione) descrive la tendenza a sopravvalutare la disposizione o le spiegazioni personali sui comportamenti osservati altrui mentre si sottovalutano spiegazioni contingenti dettate dal caso. Il termine fu coniato da Lee Ross[10] qualche anno dopo l'esperimento compiuto da Jones E.E., Harris V. (1967).[11]

L'Errore fondamentale di attribuzione è più visibile quando le persone descrivono il comportamento ad altri. Ciò non spiega le interpretazioni di un comportamento personale – dove i fattori contingenti sono spesso assunti nella considerazione. Tale discrasia è cd. “distorsione dell'attore osservato”. Si consideri il seguente caso:




« Alice disse a Roberto di correre verso la roccia e buttarsi giù, Alice potrebbe considerare Roberto essere goffo o negligente. Se Alice successivamente corre verso la medesima roccia, potrebbe essere propensa a evitare la posizione di quella roccia (contingenza) »





La predisposizione della vittima o la colpa può essere una forma di errore di attribuzione fondamentale, e più specificamente, un Ipotesi del mondo giusto. L'Ipotesi del mondo giusto è la credenza per la quale le persone subiscono ciò che desiderano[12] L'attribuzione degli insuccessi a cause personali piuttosto che quelle dettate dal caso, che sono immutabili ed incontrollabili, soddisfiamo la credenza per la quale il mondo è lontano e che abbiamo il controllo sul nostro destino. Siamo stimolati a vedere un mondo giusto perché questo riduce la nostra percezione delle minacce,[13][14] conferendo un senso di sicurezza, aiutandoci a trovare il significato in circostanze difficili e favorirci psicologicamente.[15]. Sfortunatamente, l'ipotesi del modo giusto si associa anche alla tendenza delle persone ad emarginare i sopravvissuti di una tragedia o di un incidente, come le vittime delle violenze sessuali[16][17] e violenza domestica[18] per rassicurare se stessi sulla insormontabilità di tali eventi. La gente può anche arrivare a tali estremi, come le difficoltà della vittima a superare il trauma e la tendenza a nascondersi dietro una giustificazione per il proprio insuccesso.[19]

Predisposizione della vittima

La scelta di utilizzare la predisposizione della vittima al contrario di "vittimizzazione" o qualche altro termine è dovuto al fatto che non attribuisce alcuna colpa alla vittima, ma piuttosto si concentra sulle interazioni che fanno di lui/lei vulnerabile ad un reato. Mentre la propensione alla vittima si riferisce alla colpevolizzazione della vittima, l'idea che sta alla base della predisposizione della vittima è lo studio degli elementi che rendono la vittima più vulnerabile agli attacchi.[20] In un articolo che sintetizza le più recenti scoperte in materia vittimologica, si indica la predisposizione come un modello che descrive la cattiva interpretazione dell'aggressore sul comportamento della vittima[21]. Si basa sulla teoria dell'interazionismo simbolico e non solleva l'aggressore dalle sue responsabilità.[21]

In una ricerca condotta su 329 serial killer, sono stati analizzati i comportamenti delle loro vittime, suddividendole in tre gruppi in base ad una serie di variabili quali l'ammontare di tempo trascorso con persone sconosciute, il tipo di impiego e la loro ubicazione al momento del compimento del reato. I risultati dimostrano che il 13-15% delle vittime avevano una predisposizione elevata, mentre il 60-74% ne avevano di meno e solo il 23-25% ne avevano una di livello intermedio.[20] I risultati, inoltre, indicano che dopo il 1975, una vittima su cinque che fa l'autostop, lavorando come pr******ta, coinvolge se stessi in situazioni in cui spesso entra in contatto con sconosciuti.[20]

L'importanza nello studiare e comprendere la predisposizione è continuata anche nella ricerca scientifica. Di conseguenza, uno studio sulla facilitazione stimola l'opinione pubblica, induce a maggiori ricerche sulla coppia penale (vedi infra), e sull'eziologia del crimine violento.[22] Uno degli scopi più convenienti di tale ricerca è di informare l'opinione pubblica al fine di incrementare il livello di attenzione affinché possa diminuire il rischio di vittimizzazione. Un altro obiettivo è di stimolare le indagini. In particolare, l'analisi delle reti sociali permette di comprendere di come un'area sociale diventi più a rischio di omicidi seriali rispetto ad altre.[23] Ciò può essere dovuto alla predisposizione perché le reti sociali delle vittime sono allocate in aree dove le vittime sono più vulnerabili. Tramite queste strategie, gli investigatori possono creare dei profili geografici dove gli incontri sono più rischiosi tra serial killer e le vittime. Tasso di vittimizzazione in Italia

L'Indagine sulla vittimizzazione criminale in Italia (IVICI) è uno strumento per misurare e conoscere quei reati che le vittime non hanno denunciato né alle forze dell’ordine né alla magistratura e che rimarrebbero altrimenti sconosciuti, nonostante la loro consistenza.[24] L'indagine ha come fonte primaria il tasso di vittimizzazione: «ogni anno si registrano dati su un campione di 77,200 famiglie includendo almeno 134,000 individui con caratteristiche e conseguenze simili alla vittimizzazione in Italia. Tale ricerca stimola il governo ad analizzare l'incidenza su alcuni reati quali stupri, incesti, saccheggi, aggressioni, furti, rapine con scasso, sottrazione di motocicli ed autoveicoli ed inferire le conclusioni all'intera popolazione (donne, anziani, minori, immigrazione, etc.)».[24] In accordo con l'Istat, l'Ivici indica che, dal 1994 al 2008, il tasso di vittimizzazione per i reati violenti (rapine, aggressioni), lo scippo, i furti di auto/moto e maltrattamenti di animali è maggiore al Sud, ma è più alto al Nord per borseggi, furti a distanza, furti con scasso e atti di vandalismo. In entrambi i casi si riscontra un incremento dei tassi in prossimità delle zone metropolitane (Bologna, Milano, Genova).[24]

Coppia penale

La coppia penale è la relazione criminologica che intecorre tra aggressore e vittima.[25] Il titolo fu coniato da un sociologo nel 1963[26] accettato dalla comunità scientifica.[26][27][28] secondo cui «quando si commette un reato, ci sono sempre due parti in causa, una è rappresentata dall'aggressore e l'altra dalla vittima, che ha dato (volente o nolente) l'opportunità di commettere quel crimine»[27] La vittima, sotto tale punto di vista, è un «membro della coppia penale e potrebbe assumere una responsabilità funzionale al compimento del crimine».[29] The very idea is strongly rejected by some other victimologists as blaming the victim.[28]

Prospettive sulla vittimologia

Molti paesi finanziano programmi di ricerca sulla vittimologia destinando maggiori risorse alla microcriminalità ma meno per quelli che si realizzano con una minore frequenza quali omicidi o abuso di sostanze illegali. Poiché sono falliti i tentativi di utilizzare i risultati di queste ricerche per analisi di efficienza relativa (confronti), la valutazione delle definizioni dei reati e altre distinzioni metodologiche sono ancora ad un livello sperimentale in ambito internazionale, si segnala tra l'altro l'International Crime Victims Survey (ICVS) che, dopo il primo finanziamento nel 1989, è stato prorogato per ben quattro volte e cioè nel 1992, nel 1996, nel 2000 e nel 2004/2005. A fronte delle conseguenza della globalizzazione e del graduale ritiro dello Stato dalle politiche pubbliche, inoltre, i governi si stanno chiedendo quale sia il miglior modo per tutelare i diritti delle vittime, senza subire contraccolpi sulle finanze nazionali. Il termine vittimologia, infatti, indica la disciplina che studia i danni inflitti a vittime durante la commissione di un reato nonché e l'obiettivo correlato per il risarcimento della vittima, come un indice di riparazione, perché in criminologia, la sola attribuzione della pena non è sufficiente per risarcire il danno. Nel Codice di procedura penale, sono previste diverse norme per il risarcimento alla vittima. Ma in alcuni paesi in via di sviluppo le misure compensative non sono sufficienti e ciò merita maggiore attenzione da parte della comunità internazionale al fine di introdurre quelle riforme necessarie anche per tutelare le vittime, sia moralmente che materialmente, anche al di fuori dei propri confini nazionali. Note
1.^ Karmen A., (2003), Crime Victims: An Introduction to Victimology, Wadsworth Publishing
2.^ C'è una corrente di pensiero secondo la quale sarebbe la società stessa ad essere la vittima di molti crimini, tra cui omicidi e omicidi a sfondo sessuale. Tale teoria è stata condivisa da alcuni giusvaloristi, molti dei quali vedono coinvolta tutta la società mente altri solo il sistema giudiziario.
3.^ a b Sebba L., (1996) Third Parties, Victims and the Criminal Justice System, Ohio State University Press, Columbus.
4.^ Id., see
5.^ Harrison, “Evironmental theory”, in Theory
6.^ Thissen D. Wainer H., (1983) [Toward the Measurement and Prediction of Victim Proneness http://jrc.sagepub.com/cgi/content/abstract/20/2/243?ck=nck], “Journal of Research in Crime and Delinquency”, 20, 2, pp. 243-261
7.^ Kingma J., (1999) Repeat Victimization of Victims of Violence: a Retrospective Study From a Hospital Emergency Department for the Period 1971-1995, “Journal of Interpersonal Violence”, 14, 1, pp. 79-90
8.^ (EN) 'Don't Blame the Victim': the Psychology of Victimhood, (EN)Rethinking 'Don't Blame the Victim': the Psychology of Victimhood, (EN)An obsession with victimhood.
9.^ Lusignan R., (2007) "Risk Assessment and Offender-Victim relationship in Juvenile Offenders", “International Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology”, 51, 4, pp. 433-443
10.^ Ross L. (1977) The intuitive psychologist and his shortcomings: distortions in the attribution process, in L. Berkowitz (Ed.), Advances in experimental social psychology (vol. 10, pp. 173–220), New York, Academic Press.
11.^ Jones E.E., Harris V.A. (1967) The attribution of attitudes, “Journal of Experimental Social Psychology”, 3, pp. 1–24.
12.^ Lerner M.J., Miller D.T. (1977), Just-world research and the attribution process: Looking back and ahead, “Psychological Bulletin”, 85, pp. 1030-1051.
13.^ Burger J.M. (1981) Motivational biases in the attribution of responsibility for an accident: a meta-analysis of the defensive-attribution hypothesis, “Psychological Bulletin”, 90, pp. 496-512.
14.^ Walster E. (1966) Assignment of responsibility for an accident, “Journal of Personality and Social”, 31, pp. 73-79.
15.^ Gilbert D.T., Malone P.S. (1995) The correspondence bias. Psychological Bulletin, 117, pp. 21–38. ]
16.^ Abrams D., Viki G.T., Masser B., Bohner G. (2003) Perceptions of stranger and acquaintance r**e: The role of benevolent and hostile sexism in victim blame and r**e proclivity, “Journal of Personality and Social Psychology”, 84, pp. 111-125.
17.^ Bell S.T., Kuriloff P.J., & Lottes I. (1994) Understanding attributions of blame in stranger-r**e and date-r**e situations: an examinations of gender, race, identification, and students' social perceptions of r**e victims, “Journal of Applied Social Psychology”, 24, pp. 1719-1734.
18.^ Summers G., Feldman N.S. (1984) Blaming the victim versus blaming the perpetrator: An attributional analysis of spouse abuse, “Journal of Applied Social and Clinical Psychology”', 2, pp. 339-347.
19.^ Woogler R.J. (1988) Other lives, other selves: A Jungian psychotherapist discovers past lives, New York, Bantam.
20.^ a b c Hickey E.W. (2006) The Male serial murderer. In Serial murderers and their victims (4th ed., pp. 152-159), Belmont, CA: Wadsworth Group
21.^ a b Schneider H. (2001) Victimological developments in the world during the past three decades (I): A Study of comparative victimology, “International journal of offender therapy and comparative criminology”, 45, pp. 449-468
22.^ Miethe T.D. (1985) The Myth or reality of victim involvement in crime: A Review and comment on victim-precipitation research, “Sociological focus”, 18, 3, pp. 209- 220
23.^ Godwin M. (1998) Victim target networks as solvability factors in serial murder, “Social behavioral and personality”, 26, 1, pp. 75-84
24.^ a b c Indagine sulla vittimizzazione criminale in Italia
25.^ "Criminology Today" (4th ed. Prentice Hall), in Criminal Justice Glossary at the Prentice Hall website
26.^ a b Harris R., (1992) Crime, criminal justice, and the probation service, Routledge, at 56 (citing Mendelsohn 1963)
27.^ a b Pawanjit, "Hiring Domestic Help Without Verification," Premier Shield Newsletter, (pdf)
28.^ a b Van Ness D.W. (1986) Crime and its victims: what we can do, InterVarsity Press
29.^ Sengstock M.C., Liang J. (1979) "Elderly Victims of Crime - A Refinement of Theory in Victimology," (AARP), in National Criminal Justice Reference service (NCJRS) Abstracts - a United States government website

02/01/2026

🎭 Quando il narcisista viene smascherato

Quando la maschera cade, arrivano rabbia, vittimismo e manipolazione. Riconoscere questi schemi è il primo passo per proteggerti e riprendere il tuo potere emotivo 💡🛑 Non sei tu il problema.

30/12/2025

Durante le festività accade qualcosa di molto preciso, e chi ha esperienza clinica di manipolazione affettiva lo sa ben…non è solo una questione di stare insieme.
È una riattivazione emotiva profonda.

Le feste non portano solo luci e tavole imbandite. Portano con sé ruoli antichi, copioni familiari mai riscritti, aspettative non dette e, soprattutto, la sospensione del diritto a proteggersi.
“È Natale”, “È famiglia”, “Non fare storie”.
Ed è proprio lì che il manipolatore entra in scena.

Chi manipola in ambito familiare sfrutta il contesto emotivo come un moltiplicatore di potere.

Sa che sei più stanco, più nostalgico, più esposto.

Sa che il senso di colpa è già seduto a tavola, prima ancora che tu arrivi. E lo usa. Con frasi che sembrano affetto ma sono controllo. Con silenzi che sembrano tristezza ma sono punizione. Con battute che sembrano ironia ma sono svalutazione.

Il primo passo per difendersi è smettere di chiedersi se stai esagerando.

Se ti senti confuso, in colpa, destabilizzato, con quella sensazione sottile di essere “sbagliato” anche quando non hai fatto nulla, allora n, non stai esagerando. Stai reagendo a una pressione psicologica reale.

Prima di entrare in quella casa, in quella stanza, in quel pranzo, serve una decisione interna:
io oggi non sono più il bambino che deve adattarsi.

Non vai lì per farti capire. Non vai lì per sistemare il passato. Non vai lì per ottenere finalmente riconoscimento. Vai lì, se scegli di andarci, per attraversare il tempo che hai deciso di concedere senza perderti.

Questo significa abbassare drasticamente le aspettative.
Chi manipola non cambia perché è festa. Anzi, spesso peggiora.

E quando smetti di aspettarti calore da chi usa il freddo come arma, improvvisamente smetti anche di sanguinare.

Durante l’incontro, la protezione passa da una regola semplice ma potentissima: meno parole, più controllo.

Ogni spiegazione emotiva è una porta aperta. Ogni giustificazione è materiale che verrà usato contro di te.

Non devi convincere. Non devi chiarire. Non devi educare nessuno.

Risposte brevi. Neutre. Chiuse.
“Non ne parlo.”
“La vediamo diversamente.”
“Preferisco fermarmi qui.”

Non sono frasi fredde. Sono confini verbali.
E i confini non hanno bisogno di essere simpatici per essere legittimi.

Quando arriva la provocazione – perché arriverà – ricorda questo:
la reazione emotiva è il premio che il manipolatore sta cercando.

La pausa, il silenzio, l’alzarsi e cambiare stanza sono atti di forza, non di fuga.

E poi c’è il grande classico: il senso di colpa.

Quello che ti sussurra che dovresti sopportare, che “in fondo non è così grave”, che “è sempre stato così”.
Ma c’è una verità clinica che va detta senza sconti: la famiglia non giustifica l’abuso.
Il legame di sangue non annulla la responsabilità emotiva.
E nessuna festa vale la tua salute psicologica.

Proteggerti non significa essere cattivo.
Significa essere adulto.
Significa smettere di sacrificarti per mantenere un equilibrio che esiste solo se tu stai male.

Quando tutto finisce e torni a casa, fai una cosa fondamentale ossia riprenditi la realtà.
Scrivi. Parla con qualcuno di lucido. Rimetti ordine nei fatti.
La manipolazione lascia residui emotivi, come una contaminazione invisibile. Va smaltita, non ignorata.

E tieni stretta questa verità finale, soprattutto a Natale:
chi ti ama davvero non ti chiede di annullarti per stare a tavola.

Chi ti ama non usa il legame come catena.
E tu non devi più dimostrare nulla a nessuno per meritare rispetto.

30/12/2025

Spesso mi viene chiesto di dare qualche consiglio pratico a chi si trova a dover gestire i figli con un ex partner che presenta un funzionamento narcisistico.
Rispondo qui, in modo che queste indicazioni possano essere utili anche a chi si riconosce nella stessa condizione, con l’obiettivo di condividere informazioni concrete e soprattutto di ridurre il rischio di escalation, preservando il benessere psicologico dei bambini.

Quando c’è un genitore con tratti narcisistici (talvolta anche di tipo maligno) il problema non è la separazione in sé, ma l’uso della relazione genitoriale come campo di controllo, potere e manipolazione. Le vacanze, e in particolare quelle natalizie, amplificano tutto questo.

Ecco alcuni punti chiave che ritengo fondamentali.

1. La prevedibilità protegge

I bambini stanno bene dove c’è struttura.
Regole chiare, accordi scritti, orari definiti e routine prevedibili riducono drasticamente l’ansia e limitano gli spazi di manipolazione.

2. I figli non sono strumenti relazionali

Mai coinvolgerli in:
• messaggi indiretti,
• richieste di schieramento,
• raccolta di informazioni sull’altro genitore.
Questo li espone a un conflitto di lealtà che, sul piano clinico, è altamente lesivo.

3. Preparare non significa spaventare

Aiutare un bambino a leggere le dinamiche non è indottrinamento, è tutela.

Frasi semplici e chiare:
• “Non devi rendere felice nessuno a costo tuo.”
• “Se qualcosa ti fa stare male, puoi dirlo.”
• “Non sei responsabile delle emozioni degli adulti.”

Sono ancore di sicurezza, non accuse.

4. Diffidare delle dinamiche “iper-performative”

Il genitore narcisista usa spesso le feste come palcoscenico:
• regali eccessivi,
• promesse irrealistiche,
• immagini idealizzate.
Insegnare ai figli che l’amore non è spettacolo, ma continuità, rispetto e sicurezza.

5. Dopo il rientro: osservare, non interrogare

Evitate domande incalzanti.
Osservate segnali come:
• cambiamenti dell’umore,
• senso di colpa eccessivo,
• frasi svalutanti su di sé,
• iper-adattamento emotivo.

Sono indicatori clinici, non capricci.

6. La vostra regolazione emotiva è protettiva

Il narcisista cerca reazioni.
Un adulto stabile, coerente e contenitivo è il vero fattore di protezione per il minore.

7. Un punto essenziale

Un genitore con funzionamento narcisistico non cambia durante le vacanze.
Cambia solo la cornice.

L’obiettivo non è “salvare” il Natale,
ma preservare nel tempo la salute psicologica dei bambini.

Mettere confini chiari non è creare conflitto,
è fare prevenzione.

E dal punto di vista clinico e forense, questa è genitorialità responsabile.

19/12/2025

Il narcisista non ha solo bisogno di essere ammirato: ha bisogno che nessuno possa mettere in crisi la narrazione che fa di sé.
La sua immagine pubblica non è un accessorio: è la sua armatura. Quando sente che una vittima potrebbe raccontare la verità,
non cerca il dialogo, non cerca il confronto, non cerca la riparazione. Cerca la delegittimazione. È un meccanismo preciso, antico, automatico: trasformare chi potrebbe rivelare la sua ombra in qualcuno che non verrà creduto. Così la vittima diventa “esagerata”,
“instabile”,
“gelosa”,
“vendicativa”,
“fragile”,
“confusa”,
“problematica “
Il narcisista costruisce intorno a sé una reputazione tanto impeccabile quanto fragile.
Sa che basta una crepa per far crollare il castello, e allora lavora in anticipo: protegge la sua immagine screditando chi potrebbe minacciarla. Non lo fa per cattiveria.
Lo fa per sopravvivenza psicologica.Smontare l’altro serve a conservare il personaggio.
Ridicolizzare la vittima serve a neutralizzare la sua voce. Creare sospetto serve a difendere la sua facciata pubblica. La dinamica è sempre la stessa: se non posso controllarti,
posso almeno renderti non credibile. E in questo schema la vittima resta doppiamente ferita: prima nella relazione, poi nella narrazione. Ma la verità clinica è semplice:
quando qualcuno ha disperato bisogno di screditare gli altri per salvare se stesso,
non è forte, è in frantumi. E ogni volta che una vittima ritrova la sua voce, l’immagine del narcisista traballa. Perché non c’è maschera abbastanza solida da resistere a una verità finalmente detta. Il narcisista e l’immagine pubblica: la difesa contro la vergogna. Per comprendere perché il narcisista scredita le vittime, bisogna capire una cosa essenziale:
la sua identità non è stabile. È costruita su un equilibrio fragile, mantenuto da continue difese contro la vergogna. La vergogna, nel narcisismo, non è un’emozione: è un baratro.
Un vuoto identitario che il soggetto non può tollerare. Per questo deve impedire, a ogni costo, che qualcosa o qualcuno lo avvicini a quel punto di frattura. Quando una vittima comincia a parlare,a nominare l’abuso,
a mostrare ciò che accade dietro le quinte,
il narcisista non vive questo come un confronto: lo vive come una minaccia alla sua sopravvivenza psichica. La sua prima difesa è quella più antica: screditare l’altro prima che l’altro possa rivelare la sua vulnerabilità.
È una dinamica di proiezione e inversione:
ciò che teme dentro di sé lo attribuisce all’altro. Così la vittima diventa “instabile”, “manipolatrice”, “ossessiva”.Le accuse servono a creare un contenitore esterno
per la vergogna interna che non può essere mentalizzata. Il narcisista non mente sempre in modo consapevole. Spesso dissocia.
Scinde le parti di sé: da una parte il Sé grandioso, impeccabile, competente;
dall’altra il Sé fragile, vergognato, impotente.
La vittima, quando denuncia o racconta,
riattiva proprio la parte dissociata:
quella che non deve esistere. Per difendersi, il narcisista deve separarsi dalla responsabilità
e trasferirla altrove. La narrazione pubblica diventa allora un modo per mantenere
una continuità del Sé: coerente all’esterno, scissa all’interno. La vergogna è l’emozione più temuta dal narcisista.
Non la colpa, la colpa ammette un atto.
La vergogna, invece, riguarda l’essere.
Per questo l’attacco alla vittima è così feroce e capillare: serve a evitare che emergano aspetti del Sé che lui stesso non può tollerare.
La logica interna è questa:
“Se tu mi esponi, io ti distruggo.
Se tu racconti, io nego la tua credibilità.
Se tu mostri la mia ombra, io ti dipingo come ombra. Non è cattiveria. È difesa identitaria.
L’immagine esterna per il narcisista funziona come una seconda pelle. È il suo modo di tenere insieme ciò che dentro è frammentato.
Per questo la cura dell’apparenza è ossessiva:
non riguarda il desiderio di piacere,
ma il bisogno di non crollare.
Quando la vittima racconta la verità,
minaccia questa pelle simbolica.
E il narcisista reagisce come se fosse in gioco la sua sopravvivenza.
La vittima viene screditata perché dice qualcosa che il narcisista non può sopportare. Da un punto di vista clinico,
il discredito serve a rendere innocua la testimonianza e a mantenere il controllo della narrazione. Perché dove la vittima parla,
il narcisista perde potere sulla realtà. Screditare non è solo un attacco:
è un tentativo di ricostruire un senso interno di coerenza, compromesso dalla possibilità del giudizio altrui. Il narcisista attacca la vittima
perché l’alternativa sarebbe affrontare la propria vergogna, e questo, per la sua struttura psichica, sarebbe un crollo.
Per questo il lavoro clinico non consiste nello smascherare, ma nel comprendere come queste difese si sono formate
e cosa proteggono. E per questo le vittime
non devono interpretare il discredito come una colpa o una debolezza,
ma come la prova più chiara
dell’incapacità del narcisista di sostenere la verità sul proprio Sé.

Dr. Carlo D’Angelo

Indirizzo

Taranto
74100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 09:00 - 17:00
Venerdì 09:00 - 17:00

Telefono

+393492550643

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