28/12/2025
23 dicembre 2025
Titolo: Il Peso delle Mani
Il 23 dicembre ha l'odore stucchevole del panettone industriale lasciato aperto nella sala pausa, mescolato a quello, indelebile, dell'amuchina e di una dolcezza dolciastra che cerchiamo di non nominare.
Sono le due di pomeriggio. Fuori da queste mura spesse, la città sta impazzendo nella corsa agli ultimi regali. Immagino le file alle casse, le carte di credito strisciate con frenesia, le luci intermittenti che promettono una felicità a tempo determinato. Qui dentro, invece, il tempo non corre. Il tempo gocciola. Lento, denso, inesorabile, scandito dal ritmo dei respiratori e dai "bip" dei monitor che ormai sono la colonna sonora della mia vita.
Mi chiamo Simone, ho quarantadue anni e sono un fisioterapista. La gente, quando dico il mio lavoro, pensa agli sportivi con i crociati rotti o alle vecchiette che devono riprendere a camminare dopo una protesi d'anca. Pensa alla riabilitazione. Alla guarigione.
Io lavoro in un hospice. Qui la parola "riabilitare" non esiste. Qui si "accompagna".
Il mio lavoro non è farli tornare a correre. Il mio lavoro è muovere con delicatezza un’articolazione perché non si blocchi nel dolore, massaggiare un collo irrigidito dalla tensione della paura, trovare una posizione nel letto che conceda dieci minuti di tregua. Le mie mani, che una volta cercavano la forza muscolare, ora cercano solo di portare un grammo di solitudine in meno sulla pelle di chi sta andando via.
Questo dicembre è stato un massacro. Non uso questa parola alla leggera. Abbiamo perso due ragazzi sotto i quarant'anni in due settimane ed una è agli ultimi respiri. Un tumore osseo, una leucemia fulminante, un sarcoma che non ha lasciato scampo. Quando muore un anziano, c’è la tristezza del tramonto. Quando muore un ragazzo, senti lo strappo innaturale del tessuto dell'universo. Noi operatori ci guardiamo negli occhi e vediamo lo stesso specchio rotto.
Ma il colpo di grazia, quello che mi sta scavando un buco nello stomaco proprio ora che dovrei pensare al cenone della Vigilia, è Marika.
Marika ha trentadue anni. È, o meglio era, un’infermiera di terapia intensiva. Una di noi. Una che ha passato la vita a strappare la gente alla morte, e ora si trova dall'altra parte della barricata, tradita dal suo stesso corpo. Un carcinoma ovarico che ha corso più veloce di qualsiasi cura.
La cosa terribile di avere un collega come paziente è che non puoi mentire. Non ci sono "vedrai che oggi va meglio". Marika sapeva tutto. Leggeva le cartelle cliniche con lo sguardo clinico, anticipava i sintomi, conosceva i nomi dei farmaci che le stavano fallendo dentro.
Fino a ieri lottava. Una leonessa magrissima, con gli occhi enormi che divoravano il viso. Voleva fare la mobilizzazione passiva, voleva che le muovessi le gambe che non sentiva quasi più. "Almeno mi ricordo di avercele, Simone", mi diceva con un filo di voce roca. E io muovevo, con una delicatezza che mi faceva tremare i polsi, sentendo sotto le dita le ossa troppo sporgenti.
Poi, ieri mattina, il crollo. Il dolore ha sfondato la diga degli oppioidi. L'ho vista piangere non per la paura, ma per l'esaurimento della sopportazione.
Ha chiesto di parlare con il medico. Ha chiesto, con la lucidità spaventosa di chi conosce il protocollo, la sedazione palliativa profonda. Ha deciso di spegnere la luce prima che il buio diventasse insopportabile. Ha deciso di dormire per non sentire l'ultimo atto.
Oggi sono entrato nella sua stanza per l'ultimo giro, prima di staccare. La stanza 1. Non c’erano più le sue parole, né il suo sguardo indagatore. C'era solo il suono ritmico della p***a a siringa che infondeva il midazolam.
Marika dormiva. Il viso, finalmente, era disteso. Le rughe di dolore sulla fronte erano sparite, lasciandola con un'espressione quasi infantile, incredibilmente serena.
Mi sono avvicinato al letto. Non c'era nulla da "fisioterapizzare". Non serviva muovere nulla. Ma il protocollo umano, quello non scritto, mi ha spinto a farlo. Ho preso la sua mano sinistra, abbandonata sul lenzuolo bianco. Era tiepida, inerte. L'ho tenuta tra le mie per un minuto, forse due. Non stavo curando lei. Stavo cercando di ancorare me stesso.
In quel silenzio ovattato, rotto solo dal suo respiro superficiale, ho sentito il peso schiacciante del Natale che si avvicinava. Il contrasto osceno tra quella stanza, dove una giovane donna stava svanendo nel sonno, e il mondo fuori che celebrava la vita con cene aziendali e spumante.
Ho lasciato la sua mano con delicatezza, come se fosse di cristallo. Sono uscito dalla stanza, ho timbrato il cartellino.
L'aria gelida del parcheggio mi ha colpito come uno schiaffo. Ho alzato lo sguardo e ho visto le luminarie del centro commerciale poco distante. "Buone Feste", lampeggiava una scritta rossa e verde.
Sono salito in macchina e sono rimasto a fissare il volante per un tempo indefinito. Sono solo. Domani sera sarò solo,non avrò una compagna, probabilmente mangerò qualcosa con i miei guardando un film che ho già visto.
Eppure, mentre guidavo verso casa nel traffico nevrotico, sentivo ancora il calore della mano di Marika sul palmo della mia.
È una solitudine strana, la mia. Non è vuota. È piena. È piena di tutti gli sguardi finali che ho incrociato, di tutte le mani che ho stretto quando non c'era più forza.
La vita è una cosa bastarda, dura, che ti toglie il fiato a trent'anni. Ma in quella stanza, nel sonno indotto di Marika, c'era una dignità così potente da far sembrare tutto il resto – le luci, i regali, le corse – solo un inutile rumore di fondo.
Questo Natale sarà triste. Non posso far finta che non lo sia. Ma mentre entro a casa e accendo una luce, capisco che non vorrei essere altrove. La mia solitudine è il prezzo che pago per essere stato lì, nel punto esatto in cui la vita si spoglia di tutto e resta solo l'essenziale: una mano che ne tiene un'altra, un respiro che si fa lieve, il silenzio sacro di chi se ne va.
E in questo, paradossalmente, c'è una bellezza che nessun regalo sotto l'albero potrà mai eguagliare.