19/02/2026
𝐴𝑑𝑛𝑘𝑟𝑜𝑛𝑜𝑠 𝑆𝑎𝑙𝑢𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑑𝑖𝑐𝑎 𝑢𝑛 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎𝑙𝑙’𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑠𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑖𝑣𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑡𝑟𝑒𝑚𝑜 𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟𝑒, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝑔𝑒𝑛𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑣𝑒𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑎𝑙 𝑀𝑜𝑛𝑎𝑙𝑑𝑖 𝑑𝑖 𝑁𝑎𝑝𝑜𝑙𝑖 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑢𝑛 𝑡𝑟𝑎𝑝𝑖𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑛𝑛𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑡𝑜. 𝑁𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜, 𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑑𝑖 𝑬𝒗𝒂 𝑷𝒂𝒔𝒄𝒐𝒍𝒊, 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑂𝑟𝑑𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝐹𝑟𝑖𝑢𝑙𝑖 𝑉𝑒𝑛𝑒𝑧𝑖𝑎 𝐺𝑖𝑢𝑙𝑖𝑎.👇
Quando un bambino affronta una condizione clinica gravissima come nel caso di Domenico, il piccolo di 2 anni ricoverato al Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore danneggiato, non sono coinvolti solo i medici e gli infermieri. Accanto alla cura clinica c'è un lavoro spesso silenzioso, ma fondamentale: quello dello psicologo. "È importante stare vicino alla famiglia, anche quando stare accanto al dolore è difficile. Essere presenti significa accogliere e sostenere il dolore dell'altro, senza sottrarsi. In situazioni come questa lo psicologo accetta la propria impotenza, non offre soluzioni, ma risponde con la relazione: una presenza competente e costante". A spiegarlo all'Adnkronos Salute è Eva Pascoli, presidente dell'Ordine degli psicologi del Friuli Venezia Giulia, consigliera nazionale del Cnop (Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi), psicoterapeuta familiare e dipendente del servizio pubblico. "Il primo compito - sottolinea l'esperta - è sostenere la famiglia, restare in ascolto e rispondere ai bisogni più concreti e immediati: aiutare i genitori, che hanno improvvisamente perso ogni certezza, a sentirsi ancora, per quanto possibile, in un contesto sicuro, in cui possono ricevere attenzione, cura e sentirsi legittimati nelle proprie emozioni. Noi psicologi siamo un 'ponte' tra famiglia ed équipe sanitaria". In ospedale la comunicazione può diventare difficile. "Le informazioni sono complesse, le emozioni travolgenti. Qui lo psicologo svolge un ruolo di mediazione", osserva Pascoli: "Aiuta la famiglia a dialogare con lo staff che ha in cura il piccolo Domenico, chiarisce dubbi, scioglie incomprensioni, accoglie e legittima le emozioni. È un lavoro delicato, che rafforza la relazione di cura e consente ai genitori di sentirsi parte attiva, non spettatori impotenti". Rabbia, senso di colpa, frustrazione. E una domanda che ritorna, ossessiva: 'Avrò fatto tutto il possibile per il mio bambino?'. "Lo psicologo aiuta a dare spazio e dignità a queste emozioni. Non si tratta di cancellarle, ma di riconoscerle come naturali. In questa fase - precisa Pascoli - non si lavora sull'accettazione o sul lutto, anche se questi temi emergono, ma si lavora sul tempo che resta". L'attenzione è sul presente: 'Io, mamma, come posso stare accanto al mio bambino in questo tempo che ci resta insieme?'. "È questa una domanda su cui si concentra il lavoro psicologico. Essere insieme nel modo più pieno e consapevole possibile: trovare parole, gesti, presenza. Costruire, anche nel dolore, uno spazio di relazione autentica. Il tempo dell'elaborazione del lutto arriverà, ma non adesso. Ora è il tempo della cura, della vicinanza e dell'accompagnamento, per custodire tutto quello che il piccolo Domenico è stato ed è ancora", conclude la psicologa.