20/04/2022
Siamo felici quando possiamo mettere a disposizione degli altri per studio o informazione la nostra esperienza e professionalità. In questi anni siamo stati più volte oggetto di interviste su magazine specializzati e abbiamo dato il nostro piccolo contributo in alcune tesi di laurea.
Una di queste occasioni speciali è stata l’interessantissima tesi sul tema del rito funerario e della memoria di Chiara Mazzucco , studentessa presso il Master Death Studies & The End of Life, di cui qui di seguito pubblichiamo qualche breve estratto.
Ringraziamo Chiara pubblicamente per averci dato questa bella opportunità e applaudiamo la sua accurata analisi, dal punto di vista storico, antropologico e sociale, di un tema così ostico come quello della “morte”.
Brevi estratti dalla tesi.
Il rito è importante per la sua funzione simbolica: l’uomo di tutte le epoche e di tutte le religioni ha bisogno di celebrare il passaggio dei propri cari dalla vita terrena al mondo ultraterreno.
Mentre nel mondo antico, esponendo il corpo del defunto nei giorni successivi al trapasso, si dava alla comunità la possibilità di guardare, e quindi di farla partecipare all’esperienza della morte, dal secolo scorso abbiamo iniziato a togliere la morte alla vista della comunità.
La morte viene spostata dalle case all’ospedale, considerato un luogo più adatto per ospitarla, perché lontano dagli occhi dei familiari, per cercare di spingere fuori dai ricordi la visione della morte. Quante volte abbiamo sentito ammettere dai parenti di una persona morta “preferisco ricordarla da viva” o anche “voglio ricordarmi il suo sorriso”.
La casa non è più l’ambiente che accoglie il morire, che è stato occultato, allontanato e rinchiuso nelle strutture sanitarie, e ha estromesso dalla sua visione alcuni membri della famiglia, ad esempio i bambini sono tenuti lontani dai funerali.
Questa modalità con cui la morte e il morire viene esternalizzata dalla vita quotidiana ha lo scopo di negare la sua evidenza per gestire il terrore che ne deriverebbe. Succede allora che dalla morte vogliamo tenerci lontani, di morte parliamo giusto il necessario e poi “è meglio cambiare discorso”, alla morte pensiamo il meno possibile e poi cerchiamo di dimenticare.
Del valore inestimabile sono le parole di due professionisti del settore funerario, i titolari dell’Impresa Funebre Ramini di Torreglia in provincia di Padova https://www.raminiservizifunebri.it/ Alessandro Ramini e Cristiana Perini, che si sono resi disponibili ad una mia intervista, esprimendo una cura, professionalità e attenzione ineguagliabili, oltre a una raffinata, acuta capacità di lettura della società di oggi, attraverso le reazioni delle persone con cui quotidianamente si relazionano. L’intervista sarà interamente inserita alla fine di questo lavoro.
La nostra società contemporanea è caratterizzata dalla rimozione e dall’occultamento della morte. La paura della morte e la poca familiarità con le nostre emozioni legate alla perdita, al vuoto, al senso di annientamento, ma anche la prassi del nostro sistema socioeconomico, che confina il lutto in tre giorni, ci fanno accelerare il processo di separazione dal defunto e dal suo ricordo, chiedendoci di tornare velocemente alla vita normale.
L’unico modo per far compiere alla società un gradino lungo la via della luce è quello di familiarizzare con la paura della perdita, condividerla in un circuito di relazione, darle un nome, verbalizzarla con parole adeguate, tradurla in linguaggi efficaci.
Paura, morte, perdita, separazione, alla luce di questo sguardo, non possono più essere bollate come parole negative, ma diventano occasioni, “chiamate”, ad intraprendere un viaggio di esplorazione nell’interiorità, conoscerci, imparare a morire in vita e poi rinascere. Alla morte possiamo arrivare preparati, senza paura, se la guardiamo con uno sguardo generoso e se ci esercitiamo a “celebrarla” come rito di passaggio: al rito funebre segue il rito di rinascita. "Finché non saprai come morire e poi rinascere – cita un aforisma di Johann Wolfgang von Goethe - rimarrai un viaggiatore infelice su questa terra oscura" (Goethe, n.d.)