03/03/2026
Il mito del pensiero positivo rovina più persone di quante ne salvi.
L’ho letto in un libro di Paolo Borzacchiello e ho pensato: finalmente qualcuno l’ha detto.
Perché questa cosa la porto sulla mia pelle da anni. Prima ancora di avere gli strumenti per nominarla, la sentivo — ogni volta che mi sforzavo di “stare bene” mentre dentro qualcosa protestava.
Non perché il pensiero positivo sia sbagliato in sé — ma perché la versione che ci è stata venduta ha fatto qualcosa di sottile e pericoloso: ci ha insegnato che le emozioni difficili sono un problema da risolvere, non un messaggio da ascoltare.
Tristezza, paura, rabbia, stanchezza — tutto diventato “vibrazioni basse” da eliminare al più presto. Come se sentire davvero fosse una debolezza.
E così impariamo a sorridere quando siamo esausti. A dire “sto bene” quando il corpo urla il contrario. A colpevolizzarci ogni volta che non riusciamo a “pensare in positivo abbastanza”.
C’è un paradosso che la psicologia conosce bene: più cerchi di sopprimere un pensiero, più torna. Non funziona la forza. Funziona la presenza.
Il lavoro vero non è convincersi che tutto va bene. È imparare a stare dentro ciò che c’è — senza esserne travolti, senza scappare, senza fingere.
Il corpo lo sa già. Sa quando stai forzando. Sa quando stai mentendo. Sa quando stai davvero bene.
La consapevolezza non ti chiede di essere felice. Ti chiede di essere onesta.
E forse è proprio da lì — da quell’onestà — che inizia qualcosa di reale.
—
E tu — c’è una verità che sentivi nel corpo prima ancora di riuscire a dirla?