08/11/2023
IN RICORDO DI MIO PADRE
Dino Olivetti, storia di un incontro
di Michele Santangelo
Erano circa le tre del pomeriggio di una giornata di primavera del 1962. Tre persone scesero da una grossa automobile, tipo “Cadillac”, con targa straniera. Forse erano americani: un signore alto dagli occhi chiari, una signora che dall’aspetto sembrava una straniera ed un ragazzo-giovanotto, che non poteva che essere un figlio della coppia. Entrarono nel bar, situato in una posizione strategica alla periferia del paese, in prossimità dell’incrocio con la Strada Statale 7 che da Roma porta verso Brindisi, dove era frequente incontrare turisti italiani e stranieri in transito.
I tre ordinarono qualcosa da bere, l’uomo osservava, guardava intorno, poi domandò ad un giovane che aveva in mano un foglio di carta arrotolato: “È un disegno?”, “No, il pittore è lui” – esclamò il mio amico, indicandomi con un dito. Il signore espresse subito il desiderio di vedere i miei lavori. Ci recammo a casa mia, una modesta abitazione di coltivatori diretti a piano terra, a poche centinaia di metri dal bar. Lungo il tragitto l’uomo ci chiese del paese, delle condizioni di vita, dell’economia prevalente, della politica locale. Nonostante la mia giovane età, ero abbastanza informato sull’argomento, grazie soprattutto alla frequentazione in quel periodo di una persona molto più grande di me, Antonio Albanese, ex consigliere provinciale del PCI, che stava vivendo un momento di crisi di identità politica in seguito alla sua fuoriuscita dal Partito dopo le rivelazione dei crimini di Stalin al XX congresso del PCUS del 1956. Mostrai qualche quadro ed alcuni disegni da un album. Lo “straniero”, almeno così appariva a me il signore in quel primo momento, che oltretutto parlava un ottimo italiano, mi propose di vendergliene uno: era un bozzetto della torre normanna di Tricarico e dell’insieme di casette sottostanti, eseguito con un pennarello nero (era una novità a quell’epoca), con qualche macchia di acquerello, come l’azzurro del cielo. Ne rimasi fortemente sorpreso, perché era la prima volta che qualcuno mi chiedeva di acquistare un mio lavoro. In cambio del disegno mi offrì una cifra per me spropositata: diecimila lire! Cifra che, ovviamente, accettai sebbene con enorme imbarazzo misto a gioia, arrossendo tutto quanto dall’emozione. Ebbi solo il coraggio di chiedergli una sua firma su un foglio bianco dello stesso album, così per tenerla in ricordo del primo quadro venduto. La firma era chiara e leggibile: Dino Olivetti, Ivrea. Anche il ragazzo, rimasto silenzioso per tutto il tempo, firmò: Alfred Olivetti. E dire che nel parlare lungo il tragitto dal bar a casa, avevo citato la presenza del Movimento di Comunità a Tricarico, di cui si occupava il mio amico ex dirigente del PCI, Antonio Albanese, esperto in programmazione economica e che con una borsa di studio del Ministero degli Esteri e di Adriano Olivetti era stato inviato in Jugoslavia nel 1958 per studiare il sistema di pianificazione di “autogestione delle imprese” di quel paese. Con Albanese ci incontravamo tutti i pomeriggi vicino al solito bar; io gli facevo compagnia per una passeggiata lungo i sentieri di campagna. Ma quel pomeriggio non era venuto all’appuntamento e non potetti mostrargli i miei dipinti più interessanti che erano a casa sua. Nel salutarci (la signora era rimasta tutto il tempo ad aspettarci nell’auto), Dino Olivetti mi disse che se fossi passato da Torino (città dove avevo due zii, fratelli di mia madre emigrati giovanissimi nel 1947) avrebbe gradito una mia visita ad Ivrea. Avevo 15 anni, frequentavo la terza media, di lì a poco avrei conseguito la licenza ed avrei dovuto decidere cosa fare per il futuro.
Forse quel giorno non capii appieno l’importanza di quell’incontro, voluto solo dal caso. Un incontro che dovette risultare presto determinante, non solo per la prosecuzione dei miei studi superiori ed universitari fino al conseguimento delle lauree in Chimica prima e in Farmacia poi, ma soprattutto per la mia successiva formazione umana, culturale ed intellettuale. Se io, poco più che ragazzo, figlio di modesti coltivatori diretti di uno sperduto “paesetto lucano”, non avevo compreso la portata di quella occasione, Antonio Albanese, invece, che era in contatto con Adriano Olivetti per studi e ricerche sul Mezzogiorno e si interessava localmente del Movimento di Comunità, ne ebbe immediata consapevolezza. Mi consigliò subito di spedire all’Ingegner Dino, con una lettera di accompagnamento, uno dei miei dipinti tra i più riusciti di quel periodo, un ritratto di vecchio contadino, che essendo a casa sua l’Ingegnere non aveva potuto vedere.
“Caro Signor Santangelo, – avrebbe risposto l’Ingegnere dopo circa due mesi, il 26 giugno 1962 con una lettera che custodisco gelosamente – Le confesso che sono impacciato a scriverLe dopo così lungo tempo dal nostro incontro e dalla Sua cortese lettera. Voglio però scriverLe, perché desideravo, e desidero tuttora, confermarLe che sono stato molto lieto di conoscerLa e di avere avuto l’occasione per apprezzare le sue vivaci doti morali ed artistiche. [....] mi permetterei di suggerirLe di fare tutto il possibile affinché Lei possa affinare ed approfondire le Sue qualità naturali attraverso una rigorosa disciplina di studio e di applicazione. Di questo principio sono convinto, ma particolarmente per la pittura, le cui più alte espressioni, non sono andate mai disgiunte – per esempio da Giotto e, oggi, Picasso – dalle precise e scrupolose capacità artigiane”.
Consiglio che sarebbe stato da me disatteso, perché avrei intrapreso e seguito a Napoli gli studi superiori ad indirizzo tecnico. Dell’iscrizione al liceo artistico, infatti, ero stato sconsigliato vivamente dal famoso critico d’arte e pittore napoletano Paolo Ricci, di cui in quegli anni frequentavo lo studio di Villa Floridiana, e che era punto di riferimento dei maggiori artisti e scrittori partenopei di quegli anni, molti dei quali come Luigi Compagnone, Michele Prisco, Domenico Rea avevano conosciuto il mio conterraneo Rocco Scotellaro, il “sindaco socialista di Tricarico / poeta della libertà contadina”, come Carlo Levi aveva fatto scrivere su una lapide apposta sulla casa del poeta e scrittore, morto a soli trent’anni.
Ancora oggi mi domando se, in fondo, non avesse avuto ragione l’Ingegner Olivetti quando mi indicava un altro percorso di studi.
Nel 1962, dunque, prima ancora di iscrivermi alla scuola superiore, ebbi modo di incontrare l’Ingegnere Olivetti ad Ivrea in una sorta di ufficio privato-cascina dove progettava barche, hobby che pare fosse il preferito. Avevo avuto un passaggio in camion da Tricarico per Torino dai miei cugini autotrasportatori, in occasione del trasloco di due famiglie di emigranti tricaricesi, che si trasferivano definitivamente nel capoluogo piemontese. L’abitazione dove scaricammo il modesto mobilio ed altre masserizie era un sottotetto con lucernaio di un tipico vecchio palazzo torinese. I miei due zii, che vivano già a Torino da tempo e si erano sposati con ragazze del posto, stavano certamente meglio, perché mio nonno già nel 1947-‘48 aveva comprato loro un appartamento di “ringhiera” in corso Vercelli, composto da quattro stanze.
Ad Ivrea, Dino Olivetti (credo che fosse allora Vice Presidente della società di famiglia) mi affidò al suo staff, ovvero alla sua segretaria Ivona Ghione, al dottor Giorgi e soprattutto al dottor Giuseppe Motta, che curò il mio inserimento nell’ambiente culturale napoletano più avanzato, che era appunto quello di ispirazione meridionalista ed europeista di estrazione liberal-democratica, che ruotava intorno alla rivista “Nord e Sud”, diretta da Francesco Compagna in collaborazione con lo storico Giuseppe Galasso. Avevo scelto, infatti, di studiare a Napoli con la borsa di studio di 15 mila lire al mese (che poi divennero 20 mila e, al tempo dell’università, 30 mila), che la società Olivetti aveva messo a mia disposizione per tutto il periodo scolastico (ottobre-giugno) ed il cui rinnovo per gli anni successivi era legato ai risultati scolastici conseguiti.
Fu Compagna, persona di grande cultura ed umanità, molto attento alla valorizzazione anche dei giovani studenti promettenti che seguivano il suo corso presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Napoli, a mettermi in contatto con il pittore e critico d’arte Paolo Ricci, esperto della pittura napoletana dell’Ottocento, come testimoniamo i suoi saggi sui fratelli Palizzi, Morelli ed altri. Lo studio di Paolo Ricci era a villa Lucia, all’interno del parco della Floridiana, da dove si dominava il golfo di Napoli. Era punto di riferimento di intellettuali di sinistra, impegnati a mantenere viva la tradizione culturale più nobile della città partenopea, offuscata dal “laurismo” imperante. Era frequentato, oltre dai già citati Compagnone, Prisco e Rea, anche da Alfonso Gatto, Raffaele La Capria, Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, ma anche da artisti stranieri del calibro di Max Ernest e Pablo Neruda.
Dopo il biennio di frequenza presso l’istituto tecnico a Napoli, avevo deciso di trasferirmi all’”Enrico Fermi” di Roma, per specializzarmi in elettronica, anche in vista di una possibile occupazione presso la stessa società Olivetti (che contribuiva a pagarmi gli studi), qualora le mie aspirazioni artistiche non si fossero concretizzate. In quel periodo ero attratto, tra l’altro, anche dalla vivacità del mondo artistico ed intellettuale romano, dove avevo avuto modo di incontrare Carlo Levi, che apprezzava i miei lavori e mi incoraggiava a proseguire. Sfortunatamente, nonostante i miei ottimi voti, la mia iscrizione all’istituto tecnico “Enrico Fermi” non fu accettata, essendo la specializzazione in elettronica a numero chiuso. Non ebbi molte spiegazioni sull’esclusione; mi resi amaramente conto della necessità di una “raccomandazione”. Feci ritorno a casa, a Tricarico. Provai a Matera, dove stava nascendo un istituto tecnico ed, infatti, ottenni l’iscrizione alla specializzazione di elettrotecnica. Dopo tre anni, feci ritorno a Napoli dove successivamente conseguii la laurea in Chimica.
Per le frequentazioni di personalità come Levi, Compagna, Galasso ed il legame con tanti amici di Scotellaro, il seme della cultura meridionalista si era sviluppato e rafforzato in me, per cui, qualora fosse stato possibile, considerai doveroso restare a lavorare nella mia terra natia, per contribuire al riscatto e alla crescita civile del Mezzogiorno. Come chimico trovai lavoro in Valbasento, presso l’Anic-Enichem, la più grande fabbrica chimica della Basilicata sorta sul finire degli anni Sessanta. Dopo non moltissimi anni iniziò, com’è noto, un processo di ridimensionamento (se non proprio una vera “deindustrializzazione”) della Valle a causa della grande crisi che aveva investito l’industria chimica italiana, che travolse quanto di buono, anche in termini di competenze individuali, era stato costruito dalla stessa industria di Stato in diverse aree del Sud.
Nonostante i miei impegni, prima di studio e poi di lavoro, non abbandonai mai la pittura, attraverso la quale, nella prima fase della mia produzione che era anche quella del mio più intenso legame con l’Ingegnere Olivetti, avevo cercato di rappresentare il mondo contadino meridionale colto proprio nel momento del suo tramonto e della sua disgregazione.
Periodicamente, a partire dal primo dipinto del 1962, inviavo miei quadri non solo all’Ingegnere ma anche ai suoi più stretti collaboratori, che erano gentilissimi con me. Il riscontro da parte loro era sempre lusinghiero, come dimostrano le lettere che conservo, e i giudizi ricevuti in occasione delle mie prime mostre. “Peccato − scrisse l’Ingegnere Dino dopo aver ricevuto la brochure della mia prima personale – che Tricarico è così lontana”. Nel 1967, la segretaria Lena Peronetto compì un gesto davvero toccante dal mio punto di vista: nell’inviarmi la lettera ufficiale relativa al rinnovo della borsa di studio da parte della società Olivetti ed all’incremento della cifra da 15 a 20 mila lire al mese, aggiunse di sua iniziativa un bigliettino, informandomi che un mio quadro era stato visto da molti ed apprezzato, per cui aggiungeva “è stato deciso di metterlo tra i quadri di autori già affermati in un salone della Presidenza”.
Nel giugno del 1968, in occasione di una mia personale a Matera con presentazione di Carlo Levi, l’Ingegner Dino, a cui avevo inviato la relativa brochure, nell’augurarmi il successo per l’iniziativa, mi ringraziava per averlo tenuto al corrente della mia attività artistica. In quegli anni penso di averlo incontrato personalmente un’altra volta ad Ivrea. Comunque, nel 1973, appena ebbi modo di comunicargli di aver conseguito la laurea in Chimica, mi fece capire che ci sarebbe stato un posto di lavoro per me nelle sue fabbriche personali di Aprilia o di Bologna, dove si producevano circuiti stampati per l’elettronica e si effettuavano importanti ricerche di microelettronica. Negli stessi giorni, gli inviai la mia partecipazione di nozze e l’Ingegnere mi fece pervenire come regalo un prezioso oggetto di cristallo, che conservo gelosamente.
Qualche anno più tardi, appresi per radio della morte dell’Ingegnere per un infarto, mentre era in viaggio sulla Torino-Milano. Me ne addolorai molto. Il ricordo dell’Ingegner Dino, la sua semplicità e cordialità resteranno indelebili nel mio cuore insieme alla riconoscenza per quanto ha fatto per una persona come me. La mia gratitudine va anche alla Società Olivetti che per una dozzina di anni ha contribuito a finanziare i miei studi, consentendo ad un ragazzo del Sud, figlio di modesti ma onestissimi coltivatori diretti, di realizzare un riscatto sociale e culturale attraverso lo studio e le frequentazioni di personalità importati della cultura italiana. La mia testimonianza conferma, infine, il vasto interesse che l’Olivetti ebbe per il Mezzogiorno nella seconda metà del secolo scorso, e l’importanza di quella sua esperienza industriale modello, che andrebbe ulteriormente indagata e valorizzata.
Tricarico (MT), 6 ottobre 2009
Testimonianza pubblicata nel volume:
UNA VITA BEN SPESA. ADRIANO OLIVETTI:
Tra Ivrea, Aosta, Matera, Sorrento, Napoli, Pozzuoli
di Giuseppe De Rinaldis
Bolognino Editore (2010)