Sara Viola-Psicologa Psicoterapeuta

Sara Viola-Psicologa Psicoterapeuta Psicologia

03/03/2026

Le etichette vanno bene sugli alimenti, non sulle persone.

23/02/2026

Quando sei sempre disponibile
rischi di diventare invisibile.
La tua presenza, offerta senza misura, smette di essere scelta e diventa consuetudine.
Ti rendi accessibile a tutti,
mentre lentamente ti sottrai a te stesso.
Credi di amare offrendo sempre spazio,
ma finisci per non abitare più il tuo.
L’incontro autentico nasce dove esiste una soglia. Dove l’accesso non è scontato,
ma riconosciuto.
Dire no, talvolta, è un atto di fedeltà silenziosa a ciò che sei.
È il gesto con cui ti restituisci consistenza.
Solo ciò che ha un confine può essere incontrato.
Il resto viene attraversato senza essere visto.

(Andrea De Simone)

25/01/2026

(...) Pensate a tutte le persone che vi vengono in mente e che non vi hanno prestato l'attenzione che volevate (marito, moglie, figli, amici, colleghi, medici, insegnanti, superiori..). Pensate a chi guarda da un'altra parte mentre gli parlate o chi legge il giornale, o a cui viene in mente qualcosa che non c'entra niente.
C'è nella disattenzione, una qualità disgregante e deprimente che risucchia la vitalità e la fiducia in noi stessi. Che ci fa sentire un nulla, fa salire in superficie tutti i nostri complessi latenti di inferiorità.
C'è invece nell'attenzione, una magica qualità che integra e dà vita. Questa è attenzione allo stato puro: non consigli o giudizi, solo attenzione, mettendo in sala d'attesa guai,argomentazioni, speranze, fantasie.
Chi fa attenzione è capace di tenere a bada questa folla strepitante e rissosa che di continuo vuole invadere il campo e far bella mostra di sé.
In tal modo l'attenzione diventa una qualità morale, come la giustizia o l'amore. Di solito pensiamo all'attenzione come a un meccanismo neutrale ("fa' attenzione a non ba***re la testa", "stai attento quando attraversi la strada").
Ma già qui è insita una dimensione etica, perché la mancanza di attenzione può mettere in pericolo la vita di molte persone.
Nella scuola di psicoterapia, appesi qua e là vari cartellini con le parole evocatrici che ci ricordano le corrispondenti qualità: "Armonia", "Serenità" e via dicendo (è una tecnica della psicosintesi).
C'è anche il cartellino "Attenzione" che qualcuno ha collocato su una trave bassa, dove si rischia di ba***re la testa, come per dire: "Attento a non farti male". Così l'attenzione, da qualità morale, è diventata un segnale stradale. Ma l'attenzione non è solo evitare di farsi male, è curarsi di qualcosa o di qualcuno. Quindi ha fatto bene chi ha messo "Attenzione" sulla trave, ma a patto che non ci dimentichiamo che attenzione non vuol dire solo "Farò attenzione a evitare un disastro", ma "Mi prendo cura di te", "Ti ascolto", "Sono disponibile.

[Piero Ferrucci, “La forza della gentilezza"]

È fondamentale non precocizzare le esperienze dei bambini, rispettando i tempi naturali della loro crescita emotiva, psi...
18/01/2026

È fondamentale non precocizzare le esperienze dei bambini, rispettando i tempi naturali della loro crescita emotiva, psicologica e fisica.
Ogni fase dell’infanzia ha bisogni specifici che non dovrebbero essere anticipati o forzati da modelli tipici del mondo adulto.
In questo contesto, la diffusione delle beauty routine tra i bambini piccoli rappresenta un fenomeno problematico: esporre precocemente i bambini a queste abitudini, può influenzare negativamente la percezione di sé, inducendo un’attenzione all’aspetto fisico a scapito di valori più importanti come il gioco, la creatività e la spontaneità.
Inoltre, l’infanzia dovrebbe essere uno spazio protetto, in cui i bambini possano sviluppare la propria identità senza aspettative legate all’apparenza. L’adultizzazione precoce, spesso alimentata dai media e dai social network, rischia di ridurre l’infanzia a una fase di imitazione del mondo adulto, anziché riconoscerla come un momento unico e fondamentale dello sviluppo.
Per queste ragioni, è necessario promuovere un’educazione che tuteli il benessere dei bambini, incoraggiando esperienze adeguate alla loro età e contrastando la normalizzazione di pratiche che non sono pensate per loro. Proteggere i tempi dell’infanzia significa garantire una crescita più sana, equilibrata e autentica.

14/01/2026

C’è una stanchezza che non viene da quello che fai, ma da quello che continui a trattenere.
Parole non dette, emozioni rimandate, verità tenute in ostaggio nel petto per non deludere, per non rompere, per non perdere.
Che strana cosa diventare esperti nel resistere.
Chiamarla maturità.
Chiamarla equilibrio.
Chiamarla forza.
“Ancora un po’.”
“Non è il momento.”
“Poi passerà.”
Intanto il corpo registra.
L’anima prende appunti.
E qualcosa, piano, si spegne.
La verità è che non tutto ciò che sopporti ti rende più forte.
Alcune cose ti insegnano solo a rimpicciolirti piano.
E non esiste alcun premio per chi arriva alla fine avendo rinunciato a se stesso con eleganza.
Non devi dimostrare nulla a nessuno.
Non devi essere all’altezza di una vita che non ti somiglia.
Non devi continuare solo perché hai iniziato.
Il vero atto di coraggio
è smettere di tradirti in silenzio.
Restare dove respiri.
Lasciare ciò che ti chiede di spegnerti.
Sei qui.
E sei ancora in tempo.

(Oscar Travino)

08/01/2026
Buon 2026! Affinché possiamo scegliere con cura le parole con cui parlare agli altri e a noi stessi!
02/01/2026

Buon 2026! Affinché possiamo scegliere con cura le parole con cui parlare agli altri e a noi stessi!

Mi è tornata in mente una frase che conosciamo tutti, almeno a livello culturale. È l’apertura del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio".

È una frase che abbiamo sentito mille volte, magari da bambini in chiesa o in qualche fiIm. Ma quanti si sono davvero fermati a capirla? A sentirla nel corpo, nella carne, nella mente?

Io, se dovessi riassumere tutto in una sola frase, probabilmente sceglierei questa: “All'inizio fu il Verbo".
Perché lì dentro c’è tutto. C’è la creazione, c’è l’intento, c’è l’energia che plasma la materia.
Il “Verbo”, cioè la parola, è potere creativo, è ciò che dà forma, ciò che dà il via a tutto.
Lo dimentichiamo troppo facilmente, presi dalla fretta, dalle lamentele, dai pensieri che sembrano innocui ma scavano solchi profondi dentro e fuori di noi.

La parola non è solo suono, è istruzione vibrazionale.
Noi abbiamo imparato a usare la parola come se fosse solo comunicazione, come se parlando spiegassimo qualcosa a qualcuno. Ma in realtà, ogni parola che diciamo istruisce qualcosa, dà un comando, invoca un’energia.
Ogni volta che diciamo “sono sfinita”, “mi sento persa”, “non ce la farò mai”, stiamo dando ordini precisi al nostro corpo, al nostro campo energetico, al nostro sistema nervoso. Stiamo letteralmente creando la nostra realtà.

Non è un modo di dire, non è filosofia. È biologia.
Le parole attivano la chimica, fanno entrare il sistema nervoso in modalità difensiva o riparativa. Le parole riprogrammano il DNA, attraverso i pensieri, le emozioni e la frequenza che portano.

Ogni “non valgo abbastanza” pronunciato a bassa voce nel bagno di casa ha una risonanza. “Sono un fallimento” detto con rabbia o frustrazione in un momento di disperazione lascia una firma nel corpo. Il nostro sistema limbico ascolta tutto e non distingue tra vero o falso, tra ironia o disperazione, lui prende tutto alla lettera.

Tu puoi avere un corpo che ha voglia di guarire, un fegato che vuole rigenerarsi, un intestino che cerca di ricostruire la sua barriera, ma se ogni giorno ti dici cose come “non mi riprenderò mai”, “ormai è troppo tardi”, “sono danneggiata per sempre", stai sabotando il processo. Lo stai bloccando con la parola, perché la parola è codice.

È come se cercassi di aggiornare il sistema operativo del tuo computer mentre lanci comandi che lo mandano in tilt. È una contraddizione. E il corpo si ferma, ti ascolta, non ti contraddice.
Tu gli dici “sto male”, e lui obbedisce, gli dici “sono in pericolo”, e lui attiva la modalità sopravvivenza, gli dici “sono stanca di vivere”, e lui abbassa le energie, chiude, spegne tutto quello che può.

Allora, chiediamoci quali parole stiamo usando ogni giorno?
Che linguaggio c’è nei nostri pensieri?
Che vibrazione portiamo in quello che diciamo a noi stessi, ai nostri figli, al nostro partner, alle nostre cellule?

Parlare bene non significa essere positivi, significa essere coerenti con la guarigione.
Non sto parlando di “pensare positivo”, quella è una trappola, un’altra gabbia, non si tratta di dire frasi a caso tipo “tutto va bene” mentre dentro stai implodendo, si tratta di scegliere parole che non ti tradiscono.
Parole che siano oneste, ma non autodistruttive, che raccontino dove sei, ma che non ti cementino lì.

Puoi dire: “Sto attraversando un momento difficile, ma non è per sempre.” “Mi sento persa, ma sto imparando a ritrovarmi.” “Ho paura, ma sto cercando di ascoltarmi.” “Il mio corpo ha sofferto, ma può ancora rigenerarsi.” “Sto imparando a fidarmi della mia forza, un passo alla volta.”

Queste frasi non sono affermazioni finte, non sono illusioni, sono parole vive, parole che aprono.
E sai cosa fanno? Calmano il sistema nervoso, i mastociti, calmano l’infiammazione. Sì, anche biologicamente, perché il corpo non può guarire se non si sente al sicuro e la parola è il primo segnale di sicurezza.

Il linguaggio lascia impronte, dentro e fuori. Tutti noi abbiamo parole che ci hanno segnato. Un “sei inutile” detto da un genitore, un “non guarirai mai” "non c'e piu speranza" pronunciate da un medico in 10 secondi, senza guardarti negli occhi. Un “non vali abbastanza” ricevuto da chi doveva amarci. Quelle parole non sono andate p***e, sono diventate voci interiori, pensieri automatici.

Ecco perché oggi serve responsabilità, presenza e consapevolezza nel parlare.
Non per essere perfetti, non per dire solo cose belle, ma per scegliere cosa vogliamo seminare nel nostro campo.

Perché ogni parola è un seme, ogni frase è un’onda e ogni onda genera una risposta, anche se non la vedi subito.
Le parole che dici ogni giorno stanno modificando il tuo intestino, il tuo ormoni, il tuo respiro, la tua energia, il tuo campo vibrazionale. Stanno programmando la tua immunità, istruendo il tuo fegato, formando (o deformando) la tua autostima.

Non solo le parole che dici, ma anche quelle che ascolti.
Hai mai notato che dopo una telefonata con una persona tossica, il tuo corpo si contrae?
Hai mai sentito che certe frasi ti “spengono” o ti provocano dolore allo stomaco?
Quelle sono parole-carico e il tuo sistema nervoso lo sa.

Allora, diventa importante anche scegliere da chi ascoltare.
La parola non è solo uno strumento, è una frequenza e come ogni frequenza, può curare o danneggiare. Può nutrire o scaricare, risvegliare o paralizzare.

Usa la parola come uno strumento sacro, perché lo è.
Non servono grandi discorsi, basta iniziare a notare come parli di te, come parli degli altri, come ti racconti la tua storia.
C’è chi dice: “sono sopravvissuta alla malattia.” E chi dice: “ho imparato moltissimo da quello che ho vissuto.”
C’è chi dice: “ho un corpo malato.” E chi dice: “ho un corpo che mi sta chiedendo attenzione.”

Non è la stessa cosa, non porterà allo stesso esito. Le parole fanno da guida, aprono o chiudono strade.

Io credo profondamente che guarire significhi anche imparare a parlare di nuovo.
Non per manipolarsi, ma per ritrovarsi, per scegliere finalmente parole che siano in risonanza con la persona che vogliamo diventare.

E se non sai da dove iniziare, prova a dire grazie, non come abitudine, ma come scelta vibratoria.
“Grazie perché sto imparando".
“Grazie per questo corpo che non ha mai smesso di lottare".
“Grazie per la possibilità di ricominciare".
“Grazie anche per le parole che oggi scelgo con più cura".

Inizia da lì, perché anche una sola parola vera, detta con presenza, può riorientare la tua rotta e può guarire qualcosa che nessun integratore, nessun medico, nessun trattamento esterno è mai riuscito a raggiungere.

Perché la parola, quella vera, sentita, incarnata, è medicina.
E allora, come "in principio fu il Verbo", che anche oggi, la tua parola diventi principio di qualcosa di nuovo.
Non perfetto, ne finto, ma nuovo.

(Patrizia Coffaro)

Immagine: Opera di Duy Huynh

02/01/2026

Non esistono persone da evitare, ma relazioni da comprendere.
Come se la complessità umana potesse essere ridotta a cartelli di pericolo.

Vivere per esclusione non è vivere.
È difendersi.
Non esistono persone da evitare in senso assoluto. Esistono relazioni da comprendere, dinamiche da riconoscere, confini da imparare a porre.

Dire “evita gli evitanti” o “stai lontano dai narcisisti” può sembrare una forma di tutela, ma spesso è una semplificazione che evita il lavoro più difficile: capire cosa accade nell’incontro, cosa si attiva, cosa ciascuno mette in gioco.

Il punto non è chi evitare.
Il punto è: che tipo di relazione sto costruendo?
Che prezzo sto pagando?
Sto restando fedele a me stesso o mi sto adattando per paura di perdere?
C’è reciprocità o solo rincorsa?
C’è responsabilità o solo ripetizione?

Chi riduce tutto a “evita questo tipo di persona” spesso sta evitando una verità più scomoda: che il problema non è l’etichetta dell’altro, ma il modo in cui noi restiamo dentro certe relazioni.

Alcune relazioni vanno attraversate per essere comprese.
Altre vanno interrotte, non perché l’altro sia “da evitare”, ma perché quel legame, così com’è, non è abitabile.

La maturità affettiva non nasce dal classificare gli altri, ma dal riconoscere quando una relazione nutre e quando consuma.

Non si cresce imparando a scansare le persone.
Si cresce imparando a: leggere le dinamiche, nominare ciò che fa male, assumersi la propria parte, mettere limiti senza demonizzare, lasciare andare senza disprezzare.

Non esistono persone da evitare. Esistono relazioni che chiedono coscienza.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Opera di David Inshaw - "Il corvo"

31/12/2025
Non scordiamo il regalo per noi stessi.
23/12/2025

Non scordiamo il regalo per noi stessi.

19/12/2025

“C’è un atteggiamento che socialmente viene spesso idealizzato e che, proprio per questo, è difficile mettere in discussione, quello di chi si sacrifica sempre. La figura del martire in vita, di chi sopporta tutto senza mai lamentarsi, è sempre disponibile, sempre gentile, sempre presente, qualunque sia il costo personale. Questo tipo di persona viene spesso percepito come profondamente buono, quasi moralmente superiore, e il confronto con lei può farci sentire inadeguati, egoisti, “meno empatici” ogni volta che proviamo a mettere un confine, a dire di no o a tutelarci.

Il punto, però, è che qui non stiamo parlando semplicemente di indole buona, di altruismo sano o di generosità autentica. Stiamo parlando di un annullamento sistematico di sé che non nasce dal nulla e che, a livello psicologico, ha radici ben precise.
Un conto è scegliere di esserci per l’altro, un altro è non riuscire a fare diversamente, perché il proprio valore personale sembra dipendere esclusivamente da quanto si è capaci di sacrificarsi.

Molto spesso questo atteggiamento si struttura molto presto nella vita. È una modalità appresa, non consapevole, che ha a che fare con l’idea che l’amore, il riconoscimento o la sicurezza relazionale vadano guadagnati. Da bambini si impara che essere bravi, non disturbare, non avere bisogni, farsi carico dell’altro è il modo migliore (a volte l’unico) per restare in relazione. Il sacrificio diventa così una strategia, non una scelta libera, e nel tempo si trasforma in identità: “io sono quello che tiene, che regge, che c’è sempre”.

Anche quando non c’è alcuna intenzione manipolativa, anche quando la sofferenza è sopportata in silenzio, l’annullamento cronico di sé non resta senza effetti. Prima o poi qualcosa dentro comincia a scricchiolare… può essere una stanchezza profonda, una rabbia trattenuta che emerge all’improvviso, relazioni che si incrinano, oppure un senso di vuoto costante accompagnato da quel pensiero muto e amaro che suona come “dopo tutto quello che ho fatto”.

Questo non significa demonizzare la bontà, né svalutare la generosità o la capacità di prendersi cura dell’altro. Doti preziose e autentiche. Significa riconoscere che la cura, per restare tale, non può prescindere dalla cura di sé.
Il primo “altro” con cui siamo in relazione siamo noi, e quando questo legame viene costantemente sacrificato, anche l’altruismo perde la sua vitalità e diventa, lentamente, logorante.

È normale, nella vita, attraversare momenti in cui le circostanze richiedono di mettersi temporaneamente in secondo piano. Fa parte dell’esistenza e delle relazioni significative. Ma qui parliamo di momenti, di fasi straordinarie, non di uno stile di vita permanente. Quando il sacrificio diventa la regola e non l’eccezione, quando non ci si sente legittimati a esistere se non attraverso il dare, allora è necessario fermarsi e interrogarsi.

Mettere confini, in questo senso, non è un atto egoistico, diventa invece una forma di vero amore di sè. Significa interrompere automatismi antichi, assumersi il rischio di deludere, rinunciare all’immagine idealizzata del “buono a tutti i costi” per restare fedeli a noi stessi.
È spesso molto più difficile che continuare a sacrificarsi, ma è anche l’unica strada che permette relazioni realmente vive, reciproche e non fondate sulla rinuncia silenziosa.

La generosità, la dedizione, la capacità di tenere all’altro sono qualità preziose finché restano scelte, finché convivono con altre possibilità. Quando diventano una forma obbligata di esistenza, non parlano più solo di bontà, ma di una storia che ha imparato a sopravvivere così, ed è molto triste oltre che molto dolorosa.”

Dal web Valentina Scoppio

25/11/2025

Ricordiamoci che l'eliminazione della violenza contro le donne, è una scelta quotidiana.
La violenza sulle donne è una violazione dei diritti umani che affonda le sue radici in stereotipi e modelli educativi distorti. Combatterla infatti, significa prima di tutto, trasformare la cultura che la rende possibile.
L’educazione al rispetto è il primo passo: insegnare ai bambini e alle bambine che ognuno è libero, che il consenso è un valore, che le differenze non sono una minaccia, ma una ricchezza.
Promuovere tra i ragazzi e le ragazze relazioni sane, paritarie, in cui ognuno lavori per il sostegno ai progetti reciproci.
Allo stesso tempo, emancipare le donne significa garantire l’accesso all’istruzione, all’occupazione, al fine di raggiungere un’autonomia economica.
E ancora garantire la tutela degli stessi diritti alle madri lavoratrici.
L’emancipazione non è solo un obiettivo individuale, ma un progresso collettivo.
In questa giornata rinnoviamo il nostro impegno a non voltare lo sguardo, a denunciare, a sostenere chi trova il coraggio di chiedere aiuto.
Scegliamo ogni giorno il linguaggio del rispetto e dell’uguaglianza, solo in questo modo si può costruire un futuro in cui nessuna donna debba più avere paura.

Dott.ssa Sara Viola

Indirizzo

Via Susa 40, Torino
Turin
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