02/01/2026
Buon 2026! Affinché possiamo scegliere con cura le parole con cui parlare agli altri e a noi stessi!
Mi è tornata in mente una frase che conosciamo tutti, almeno a livello culturale. È l’apertura del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio".
È una frase che abbiamo sentito mille volte, magari da bambini in chiesa o in qualche fiIm. Ma quanti si sono davvero fermati a capirla? A sentirla nel corpo, nella carne, nella mente?
Io, se dovessi riassumere tutto in una sola frase, probabilmente sceglierei questa: “All'inizio fu il Verbo".
Perché lì dentro c’è tutto. C’è la creazione, c’è l’intento, c’è l’energia che plasma la materia.
Il “Verbo”, cioè la parola, è potere creativo, è ciò che dà forma, ciò che dà il via a tutto.
Lo dimentichiamo troppo facilmente, presi dalla fretta, dalle lamentele, dai pensieri che sembrano innocui ma scavano solchi profondi dentro e fuori di noi.
La parola non è solo suono, è istruzione vibrazionale.
Noi abbiamo imparato a usare la parola come se fosse solo comunicazione, come se parlando spiegassimo qualcosa a qualcuno. Ma in realtà, ogni parola che diciamo istruisce qualcosa, dà un comando, invoca un’energia.
Ogni volta che diciamo “sono sfinita”, “mi sento persa”, “non ce la farò mai”, stiamo dando ordini precisi al nostro corpo, al nostro campo energetico, al nostro sistema nervoso. Stiamo letteralmente creando la nostra realtà.
Non è un modo di dire, non è filosofia. È biologia.
Le parole attivano la chimica, fanno entrare il sistema nervoso in modalità difensiva o riparativa. Le parole riprogrammano il DNA, attraverso i pensieri, le emozioni e la frequenza che portano.
Ogni “non valgo abbastanza” pronunciato a bassa voce nel bagno di casa ha una risonanza. “Sono un fallimento” detto con rabbia o frustrazione in un momento di disperazione lascia una firma nel corpo. Il nostro sistema limbico ascolta tutto e non distingue tra vero o falso, tra ironia o disperazione, lui prende tutto alla lettera.
Tu puoi avere un corpo che ha voglia di guarire, un fegato che vuole rigenerarsi, un intestino che cerca di ricostruire la sua barriera, ma se ogni giorno ti dici cose come “non mi riprenderò mai”, “ormai è troppo tardi”, “sono danneggiata per sempre", stai sabotando il processo. Lo stai bloccando con la parola, perché la parola è codice.
È come se cercassi di aggiornare il sistema operativo del tuo computer mentre lanci comandi che lo mandano in tilt. È una contraddizione. E il corpo si ferma, ti ascolta, non ti contraddice.
Tu gli dici “sto male”, e lui obbedisce, gli dici “sono in pericolo”, e lui attiva la modalità sopravvivenza, gli dici “sono stanca di vivere”, e lui abbassa le energie, chiude, spegne tutto quello che può.
Allora, chiediamoci quali parole stiamo usando ogni giorno?
Che linguaggio c’è nei nostri pensieri?
Che vibrazione portiamo in quello che diciamo a noi stessi, ai nostri figli, al nostro partner, alle nostre cellule?
Parlare bene non significa essere positivi, significa essere coerenti con la guarigione.
Non sto parlando di “pensare positivo”, quella è una trappola, un’altra gabbia, non si tratta di dire frasi a caso tipo “tutto va bene” mentre dentro stai implodendo, si tratta di scegliere parole che non ti tradiscono.
Parole che siano oneste, ma non autodistruttive, che raccontino dove sei, ma che non ti cementino lì.
Puoi dire: “Sto attraversando un momento difficile, ma non è per sempre.” “Mi sento persa, ma sto imparando a ritrovarmi.” “Ho paura, ma sto cercando di ascoltarmi.” “Il mio corpo ha sofferto, ma può ancora rigenerarsi.” “Sto imparando a fidarmi della mia forza, un passo alla volta.”
Queste frasi non sono affermazioni finte, non sono illusioni, sono parole vive, parole che aprono.
E sai cosa fanno? Calmano il sistema nervoso, i mastociti, calmano l’infiammazione. Sì, anche biologicamente, perché il corpo non può guarire se non si sente al sicuro e la parola è il primo segnale di sicurezza.
Il linguaggio lascia impronte, dentro e fuori. Tutti noi abbiamo parole che ci hanno segnato. Un “sei inutile” detto da un genitore, un “non guarirai mai” "non c'e piu speranza" pronunciate da un medico in 10 secondi, senza guardarti negli occhi. Un “non vali abbastanza” ricevuto da chi doveva amarci. Quelle parole non sono andate p***e, sono diventate voci interiori, pensieri automatici.
Ecco perché oggi serve responsabilità, presenza e consapevolezza nel parlare.
Non per essere perfetti, non per dire solo cose belle, ma per scegliere cosa vogliamo seminare nel nostro campo.
Perché ogni parola è un seme, ogni frase è un’onda e ogni onda genera una risposta, anche se non la vedi subito.
Le parole che dici ogni giorno stanno modificando il tuo intestino, il tuo ormoni, il tuo respiro, la tua energia, il tuo campo vibrazionale. Stanno programmando la tua immunità, istruendo il tuo fegato, formando (o deformando) la tua autostima.
Non solo le parole che dici, ma anche quelle che ascolti.
Hai mai notato che dopo una telefonata con una persona tossica, il tuo corpo si contrae?
Hai mai sentito che certe frasi ti “spengono” o ti provocano dolore allo stomaco?
Quelle sono parole-carico e il tuo sistema nervoso lo sa.
Allora, diventa importante anche scegliere da chi ascoltare.
La parola non è solo uno strumento, è una frequenza e come ogni frequenza, può curare o danneggiare. Può nutrire o scaricare, risvegliare o paralizzare.
Usa la parola come uno strumento sacro, perché lo è.
Non servono grandi discorsi, basta iniziare a notare come parli di te, come parli degli altri, come ti racconti la tua storia.
C’è chi dice: “sono sopravvissuta alla malattia.” E chi dice: “ho imparato moltissimo da quello che ho vissuto.”
C’è chi dice: “ho un corpo malato.” E chi dice: “ho un corpo che mi sta chiedendo attenzione.”
Non è la stessa cosa, non porterà allo stesso esito. Le parole fanno da guida, aprono o chiudono strade.
Io credo profondamente che guarire significhi anche imparare a parlare di nuovo.
Non per manipolarsi, ma per ritrovarsi, per scegliere finalmente parole che siano in risonanza con la persona che vogliamo diventare.
E se non sai da dove iniziare, prova a dire grazie, non come abitudine, ma come scelta vibratoria.
“Grazie perché sto imparando".
“Grazie per questo corpo che non ha mai smesso di lottare".
“Grazie per la possibilità di ricominciare".
“Grazie anche per le parole che oggi scelgo con più cura".
Inizia da lì, perché anche una sola parola vera, detta con presenza, può riorientare la tua rotta e può guarire qualcosa che nessun integratore, nessun medico, nessun trattamento esterno è mai riuscito a raggiungere.
Perché la parola, quella vera, sentita, incarnata, è medicina.
E allora, come "in principio fu il Verbo", che anche oggi, la tua parola diventi principio di qualcosa di nuovo.
Non perfetto, ne finto, ma nuovo.
(Patrizia Coffaro)
Immagine: Opera di Duy Huynh