01/04/2026
Il percorso di cura oncologica non si esaurisce con la conclusione delle terapie. Per molti pazienti che si sono sottoposti a cicli di chemioterapia, uno degli aspetti più complessi da gestire riguarda la dimensione cognitiva e psicologica: il chemo-brain. Si tratta di un declino delle funzioni cerebrali indotto direttamente dai trattamenti, che altera la memoria, l’attenzione e la capacità di pianificazione.
Una frattura nell’identità
L’impatto del chemo-brain non è esclusivamente biologico, ma incide profondamente sulla percezione di sé. Il rallentamento dei processi mentali e le difficoltà nel gestire le attività quotidiane creano una distanza tra l’immagine di sé precedente alla malattia e la realtà post-cura.
L’incapacità di mantenere la concentrazione o di gestire il multitasking può generare un senso di inadeguatezza. Poiché questi deficit non sono visibili esternamente, chi ne soffre sperimenta spesso una profonda solitudine e la sensazione di non essere compreso. Inoltre, l’ostacolo nel recuperare le piene funzioni cognitive può compromettere il reinserimento sociale e professionale, minando la sicurezza personale.
Il riconoscimento come atto di cura
La qualità della vita dopo le terapie dipende anche dalla salute della mente. È proprio in questo spazio — fatto di fatiche quotidiane e di risorse da ricostruire — che la cura è chiamata a proseguire oltre la dimensione corporea, includendo necessariamente il recupero dell’identità e dell’autonomia cognitiva.
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