16/12/2025
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Esistono madri selvatiche che non riescono a separarsi dal proprio cucciolo.
Nonostante sia carne morta, un organismo che non risponde a nessun tipo di stimolo esterno, queste madri continuano a prendersi cura di un pupazzo che continua a marcire e a restituire all’ambiente tutta l’energia chimica che ha immagazzinato nel corso di una vita molto breve.
Noi bruciamo o sotterriamo i nostri defunti, li ricopriamo di terra o li diamo in pasto agli avvoltoi: quel corpo non funziona più, non si muoverà, non parlerà, non pronuncerà mai più il nostro nome.
Organizziamo cerimonie, riti religiosi, ci portiamo le mani al volto e piangiamo; poi arriva la parte più complicata: elaborare una perdita definitiva.
Ci sono madri selvatiche che affrontano il lutto in maniera diversa o trovano un espediente per non abbandonare un cucciolo in putrefazione.
Lo coccolano, lo baciano, lo trasportano sul dorso, provano a nutrirlo, nonostante le esalazioni, lo sfacelo dei tessuti, la perdita di liquidi e il rammollimento degli organi interni.
Kuhirwa è una giovane femmina di gorilla di montagna che ha assistito alla morte del suo primo cucciolo, nato in un periodo troppo freddo perché riuscisse a sopravvivere, nonostante il calore offerto dalla madre.
Si è preso cura di lui, in una foresta dell’Uganda; lo teneva in braccio, lo sollevava, cercava di allattarlo.
Poi lo ha mangiato.
Ci sono madri selvatiche che soffrono e si disperano, precipitano in una profonda depressione e a volte smettono di nutrirsi, si isolano per stare da sole.
Possiamo osservare tanti modi per esprimere il dolore, ma il dolore c’è, esiste, è un linguaggio universale, non solo nella nostra specie, ma anche nel petto di un gorilla, di uno scimpanzé o nei comportamenti depressivi di un cetaceo.
“Le vibrazioni della tristezza non sono appannaggio di nessuno, e ogni animale ha il suo canto di dolore”.
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