Dott.ssa Francesca Chiampo - Studio di Psicologia Epimeleia

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Dott.ssa Francesca Chiampo - Studio di Psicologia Epimeleia Psicoterapeuta a orientamento cognitivo costruttivista

31/07/2022

QUANDO IL TERAPEUTA SBAGLIA… EDIPO E LA SFINGE

“Con un'opera d'arte bisogna avere il comportamento che si ha con un gran signore: mettervisi di fronte e aspettare che ci dica qualcosa” (Arthur Schopenauer)

Ogni paziente è un opera d’arte, ognuno di noi lo è, allora impariamo ad attendere di dirci qualcosa.

Provate a pensarci… concentratevi solo per un momento…

Sapete cosa è una rêverie? Immagino di si ma pensateci un attimo… come quando hai guidato per decine di chilometri e, d’un tratto, come fosse un’epifania, ti ritrovi a parcheggiare sotto casa.

Oibò! Ti dici… chi mai ti ha condotto fin lì? Quale angelo ha tenuto lontano da te le moto, gli animali, i camion, i meteoriti?… Ma soprattutto, quale angelo ha fatto in modo che tu seguissi la giusta strada mentre tu eri altrove? E altrove dove!?

Ok, ok lo ammetto io sono cintura nera di rêverie, anche mentre non guido, magari a scuola davanti al prof, o mentre mio figlio mi chiede di guardare un video su tik tok, oppure alla comunione di mia nipote, oppure ora, dopo che ho pedalato per 20 chilometri fino al monte Cardito.

E quando mio figlio urla e dice ”Papà ma mi stai ascoltando?!!!”
Io ripeto, ancora una volta che “Sto lavorando”, anzi non lo ripeto più perché lui, il mio amato figlio, ormai mi dice direttamente “Papà stai lavorando?”, e lo fa con voce paziente, suadente, semplice, e premurosa. Lo so, lo so un giorno me la farà pagare ma, come disse Aragorn di Aratorn, non è questo è il giorno.
Questo è il giorno in cui, con Battisti, Lucio intendo, negli auricolari stereo, con la bici che per metà pedala al mio posto aiutandomi a fingere di non essere prossimo al mezzo secolo, con il sole che mi sfiora le gote mentre ascolto le bionde trecce, sapendo che non sarà un avventura ma che lo sembrerà… insomma questo è il giorno in cui rivado nella rêverie.

Ed ora, mentre le farfalle colonizzano il mio destriero, mentre un aliante sotto di me fatica a trovare una termica che lo riporti in quota, eccomi a scrivere con le dita che quasi potrebbero toccare il cielo da qui, ed eccomi a confessarvi che le mie rêverie sono dei giullari fastidiosi che alzano le gonne delle dame e che deridono il Re, magari dicendo che la regina si abbraccia con lo stalliere, ed io, che so che nei motti di spirito c’è sempre la verità, fingo insieme a lui che si tratti di una burla.

Ok ok ok… ma che stai dicendo? Ve lo state chiedendo vero? Semplicemente sto lavorando con le rêverie e loro mi riportano davanti agli occhi, come fosse un viaggio nel tempo, quelle volte… quei ricordi imbarazzanti che spererei di eliminare dalla mia mente.

Niente di trascendentale, banali momenti di vita vissuta in cui ho detto, fatto, pensato qualcosa di goffo, fuori luogo, qualcosa di imbarazzante, qualcosa che dava una spinta alla fune su cui, in modo funambolico, il personaggio che porto in giro vacilla.

Vi torna alla mente qualcuno di quei momenti? Quella frase detta a quella ragazza nel momento sbagliato, quel sorriso fatto fuori tempo, quella volta in cui… Insomma fate voi, ma soprattutto… cosa fate quando vi tornano alla mente quei momenti imbarazzanti?

Io, ve lo confesso, cerco di distrarmi in ogni modo, divento rosso in volto anche se sono l’unico e vederlo e dico qualche parola ad alta voce, al vento, ad un volume medio, come se stessi parlando con quel me che vacilla e gli dicessi che è solo un povero cristo. E a volte mi capita di farlo anche mentre c’è qualcuno. A quel punto per scacciare il ricordo di un momento imbarazzante ne genero uno del tutto nuovo, quello in cui parlo da solo ad alta voce verso il vento. O magari fischio, o sgranchisco le corde vocali… che vergogna.

Ma il punto qui è che a volte capita in terapia. Capita di dire qualcosa da non dire, o da dire in altro momento, oppure capita di non dire qualcosa o non capire, intuire, oppure capita di dimenticare qualcosa, un nome, un appuntamento. Insomma capita di vacillare, di non saper che pesci pigliare o di pigliare quelli sbagliati, magari leggendo un sogno… capita. Capita di sbagliare.

E cosa fare quando si sbaglia? Si potrebbe mettere quell’evento tra quelli da censurare con qualche parola al vento, con voce sommessamente tenorile?

Sapete…? Vi rivelo una cosa, nessuno dei miei goffi sbagli in terapia è entrato in quell’elenco e sapete perché? Semplice perché gli sbagli del terapeuta, se lì mettiamo in luce allora diventano terapia. Se il terapeuta vacilla allora i pazienti non si sentono più soli nel loro vacillare.

È un po’ come la storia di Edipo e la Sfinge. Ve la ricordate? Quella dell’indovinello della Sfinge, quello che se Edipo avesse sbagliato sarebbe precipitato dalla rupe e che se, all’opposto, ch’avesse azzeccato, allora sarebbe stata lei, la sfinge, a rimetterci le penne, o meglio, la criniera. Ed Edipo ci azzecca! La risposta corretta la da! “È l’uomo!” le dice “… quell’essere che prima cammina a quattro zampe, poi a due e infine a tre… è l’Uomo”. E la Sfinge perisce.

Ecco quando si lavora come terapeuti si poggia spesso sulla ragionevole supportività, sulla razionale analiticità ma anche sull’Intuizione. E, anche se in molti non lo ammettiamo, l’intuizione forse è strumento principale. Allora siamo un po’ come la sfinge, intuiamo, facciamo indovinelli, domande, vediamo immagini, sogni, complessi, e ci parliamo proteggendole quelle immagini.

Eppure eppure… capita, a volte, e anche più spesso di “a volte”, che non ci capiamo nulla, o che diciamo qualcosa di poco sensato, o che il paziente ci ricorda che…
“Doc ma non aveva detto il contrario il 23 Aprile scorso?”

E tu ti ritrovi a chiederti se porre quell’evento tra quelli imbarazzanti. Poi ci pensi un attimo e pensi a lei, alla Sfinge, e ti lasci cadere giù dalla rupe. Ammetti l’errore, confessi l’emozione scomoda, magari con tatto, ma lo fai. Riveli il tuo disorientamento e a quel punto il paziente inizia a capire. Capisce che non è solo nel cercare di trovare un modo di convivere con se stesso, con le sue ombre, le sue paure, i suoi difetti e i suoi talenti (Che poi sono la stessa cosa).

Capisce che anche tu, lui, lei, l’analista sta in quella barca, su quello stesso filo. Capisce che siete in due, e tu capisci che siete in due. Un bravo terapeuta, ed io lo sono, sa che il proprio capitolare è il momento più alto della terapia, quello in cui il paziente ha la sua epifania. Cresce, si mette sulle sue gambe, magari tretteca un po’ (“Tretteca” significa “vacilla” in dialetto reatino) ma alla fine si tira su, ti guarda, tu lo guardi e vi svelate il trucco con uno sguardo.

Quello stesso sguardo con cui mi guardo quando, durante le rêverie, mi tornano alla mente i miei momenti imbarazzanti.

Ci pensate, un cardiologo fa male un’operazione e questo sarebbe un pregio? Mbè in medicina non saprei, anche se mi piacerebbe che la medicina ammettesse i suoi sbagli, ma, almeno per ora, almeno la psicoterapia, quella fatta bene, ci pensa lei a smettere di fare la sfinge, a precipitarsi, ad ammettere i suoi sbagli perché lì, nell’errore, nell’errare, nell’essere erranti, c’è un po’ di pace.

Buona terapia

Luca Urbano Blasetti

Si diventa madri in molti modi. Per amore o per caso, di parto naturale o di parto per adottare, per convinzione, per co...
08/05/2022

Si diventa madri in molti modi.
Per amore o per caso, di parto naturale o di parto per adottare, per convinzione, per convenzione. Certo è che se hai un figlio tra le braccia, è nato per una botta di fortuna. Sinceramente dico, ho nel curriculum tre gravidanze e due figli, so bene che nascono anche solo al primo tentativo. Ma fortuna ci vuole, e pure tanta. Il punto è che conosco donne che sono madri, madri e basta. Pure senza figli.
La mia è diventata madre senza mai essere stata figlia, e tuttora mentre cerca quell'affetto filiale è madre in ogni cosa che fa. Non solo con me, è madre quando è al fianco di sua sorella, è madre quando cucina per chi non ha tempo, è madre quando ricama un asciugamano per bambini che ama, anche se non fanno parte della sua famiglia.

Si diventa madri in molti modi. Ma io parlo dell'essere madre. Che non ha nulla a che fare con l'anagrafe. Le mie sorelle sono diventate madri quasi contemporaneamente alla nascita dei miei figli. Quando nasce un bambino è sempre una storia di famiglia, non solo di mamma e papà. Però entrambe sono madri ben prima e ben oltre i loro figli di pancia.

Perché si può essere madri persino con la propria madre, o il padre, quando ha bisogno di sostegno.
Si può essere madri quando si va in giro per il mondo a educare a forme altre di maternità, quando con le proprie parole si allatta un mare di figli orfani di affetti, di radici, di vita e di terra sotto i piedi.

Si può diventare madri di figli disabili ed essere madri di mille battaglie. Morire a ogni alba per un peso troppo grande, rinascere a ogni tramonto per le piccole cose leggere, che non hanno peso ma hanno valore.

Conosco madri che hanno perso i loro figli, per scelta o per fatalità ma sempre per dolore, eppure li ritrovano in ogni angolo della loro vita. E madri che ancora li stanno cercando, madri con travagli lunghissimi. Madri che camminano nel buio mentre vorrebbero solo dare alla luce.

Conosco madri che sono, nelle case, nelle corsie d'ospedale, nelle scuole, nelle librerie, nei conventi, nelle associazioni di volontariato. Madri che sono, pure senza figli. Perché figlio è il mondo di cui si prendono cura.

A.Erriquez

22/03/2022

Non ti serve musica da mettere nelle orecchie, un film per distrarti o un massaggio per rilassarti…
Se ti permetti di stare, tutto ciò di cui hai bisogno è già qui.

24/02/2022

“Quando siamo capaci di amare noi stessi, stiamo già proteggendo e nutrendo la società. Quando siamo capaci di sorridere...
14/02/2022

“Quando siamo capaci di amare noi stessi, stiamo già proteggendo e nutrendo la società. Quando siamo capaci di sorridere, quando siamo in pace, in quel momento c’è già un cambiamento nel mondo.” Thich Nhat Hanh

Giulia è una bimba che un giorno si rende conto di avere un grande buco dentro di sé. Lei prova in tutti i modi a riempi...
02/02/2022

Giulia è una bimba che un giorno si rende conto di avere un grande buco dentro di sé.
Lei prova in tutti i modi a riempirlo, a tapparlo, a cancellarlo…ma nulla funziona.
Finché un giorno decide di guardarci dentro: piano piano inizia a scoprire che da esso escono parole, melodie, colori, magia…il suo buco diventa qualcosa di bello, che Giulia apprezza per come è.
Una storia in cui ognuno di noi puó riconoscersi, che porta con sè l’invito a guardarsi dentro e a prendersi cura dei propri “buchi”. Perché, come scoprirà Giulia, tutti noi ne abbiamo.
“ IL BUCO” è un albo illustrato: un mezzo potentissimo (io lo uso molto in terapia) che ha la capacità di trasmettere tanto attraverso l’uso di poco (brevi frasi in favore di grandi immagini).

Consigliato dagli 0 ai 99 anni 😉

21/12/2021

Parlatene. E se non trovate qualcuno pronto ad Ascoltare contattate CiaoLapo.

Qualunque forma di violenza non deve e non può avere giustificazioni. Fin qui tutti d’accordo.Cosa possiamo fare?“Pena d...
25/11/2021

Qualunque forma di violenza non deve e non può avere giustificazioni.
Fin qui tutti d’accordo.

Cosa possiamo fare?

“Pena di morte!” Occhio per occhio!”, “Lasciamoli in pasto alla gente!”: questi sono solo alcuni dei commenti che mi capita di sentire e leggere quasi quotidianamente in risposta a terribili fatti di cronaca.
Ora, so bene come alcuni gesti siano talmente atroci da farci bruciare dentro, domandandoci come fa un essere umano ad essere così “bestia” e sentendo il desiderio istintivo di mandarlo direttamente all’inferno.

Il punto però è che continuiamo a rispondere alla violenza con la violenza, creando una spirale di “bruttezza” senza fine.
La soluzione? Io ovviamente non ce l’ho, è impossibile avere risposte semplici per questioni così complesse.

Una cosa però è certa: dobbiamo educare i nostri figli al rispetto: di noi stessi, dell’altro, di ciò che ci circonda.

E come si fa?
Ci mettiamo intorno al tavolo e glielo spieghiamo? Gli compriamo un libro a tema? Chiediamo alla scuola?

“Si” a tutto e “No” a tutto.
Serve il nostro esempio, ogni giorno, in ogni nostra azione.
Ad esempio, serve che nostro figlio veda che quando mamma e papà discutono non cercano intenzionalmente di ferirsi a vicenda, che non si senta profondamente umiliato quando fa qualcosa che non approviamo, che sappia che non è nostra proprietà, non deve soddisfare i nostri bisogni e non è una nostra “estensione”. Serve imparare a riconoscere i propri bisogni, i propri confini, i propri limiti. E comprendere quelli dell’altro

Facile vero? Per nulla!

La questione è che per poter educare qualcuno dobbiamo prima educare noi stessi. Questo è, a mio parere, l’essenza di tutto: se vuoi cambiare qualcosa, non puoi che partire da te

“Imagine a pine tree standing in the yard. If that pine tree were to ask us what it should do, what the maximum is a pine tree can do to help the world, our answer would be very clear: -You should be a beautiful, healthy pine tree. You help the world by being your best.-
That is true for humans also. The basic thing we can do to help the world is to be healthy, solid, loving, and gentle to ourselves.”
Thich Nhat Hanh

Ieri una cara amica mi ha ricordato la bellezza e la fatica della maternità.  Quella cosa che ti riempie l’anima e te la...
17/11/2021

Ieri una cara amica mi ha ricordato la bellezza e la fatica della maternità.
Quella cosa che ti riempie l’anima e te la svuota.
Che ti fa piangere lacrime dolci e amare, che ti fa chiedere perché l’hai fatto e contemporaneamente come potresti farne a meno.
Avere tanti pensieri che ti tengono sveglia la notte, commossa e terrorizzata nello stesso momento.
Desiderare di passare del tempo con loro e dopo pochi minuti pregare affinché arrivi quella chiamata di lavoro.
Arrabbiarti fino a rischiare di esplodere e, in un attimo, ritrovarti in estasi.
Desiderare del tempo per te e poi renderti conto che non fai altro che pensare e parlare di loro.

Sentire che il tuo cuore non potrebbe essere più colmo di amore ma al tempo stesso percepire un enorme vuoto.


Perché nascere come genitore è tutto questo, è una bomba che scoppia distruggendo “casa” senza avere idea di cosa farne dei pezzi : a volte ci costruirai una prigione, altre volte un bellissimo posto.

Serve però davvero rompere qualche pregiudizio: no, non è sempre bello. E no, non è sempre brutto. È un susseguirsi di sensazioni, emozioni, pensieri, desideri spesso molto molto ambivalenti.
Avere brutti pensieri non significa necessariamente essere un cattivo genitore, rallegrarsi con gli altri per la gioia che si prova non significa necessariamente fingere o voler ostentare.
Quello di cui c’è davvero bisogno è una maggiore autenticità, la possibilità di condividere, di sapere che quello che proviamo il più delle volte è del tutto normale e legittimo.
Abbiamo davvero l’occasione di creare relazioni, di fare rete, di aiutarci…a volte basta un semplice “lo capisco, capita anche a me”.

Si riparte!Con qualche consapevolezza in più (e qualche ora di sonno in meno)….                                         ...
14/09/2021

Si riparte!
Con qualche consapevolezza in più (e qualche ora di sonno in meno)….
È meraviglioso riscoprire tutte le volte l’amore che provo per questo lavoro e quanto mi è mancato. Per me è davvero il più bel mestiere del mondo.

“Adesso ti invito a trovare una posizione comoda, nella quale sei concentrato e vigile. [...] Ora pensa a uno scarto di ...
27/01/2021

“Adesso ti invito a trovare una posizione comoda, nella quale sei concentrato e vigile. [...] Ora pensa a uno scarto di realtà con il quale sei alle prese. Prenditi qualche momento per riflettere sulle caratteristiche di questo scarto: per ricordare cosa è successo, per considerare gli effetti che sta avendo su di te e per pensare a come potrebbe influire sul tuo futuro. E nota quali pensieri ed emozioni difficili emergono.
Ora prenditi una mano e immagina che sia la mano di una persona molto amorevole e premurosa. Appoggia questa mano, lentamente e con delicatezza, sulla parte del corpo dove senti più male. Senti dolore soprattutto nel petto, o forse nella testa, al collo o allo stomaco? Dovunque il dolore è più intenso, appoggiaci la mano. [...] Lascia che la tua mano riposi lì su di te, in modo leggero e delicato; sentila sulla tua pelle o sui tuoi vestiti. E senti il calore che fluisce dal tuo palmo nel tuo corpo. Ora immagina che il tuo corpo si ammorbidisca attorno a questo dolore: allentandosi, sciogliendosi e facendogli spazio.
E tieni in mano il tuo dolore o intorpidimento con molta delicatezza. Sostienilo come se fosse un bambino che piange, un cucciolo che guaisce o un capolavoro inestimabile. Infondi premura e calore in questa azione gentile, come se stessi aiutando qualcuno che ti è caro. Lascia che la gentilezza fluisca dalle tue dita dentro il tuo corpo.
Ora usa entrambe le mani in un gesto amorevole. Appoggiane una sul tuo petto e l’altra sul tuo stomaco. Lasciale poggiate lì delicatamente e abbracciati con dolcezza. Prenditi tutto il tempo che vuoi per stare seduto così, per connetterti con te stesso, per prenderti cura di te stesso, per darti conforto e sostegno”

Questo è un bellissimo esercizio che Russ Harris propone per trovare la compassione in se stessi.

Esercizio bellissimo e terribilmente difficile allo stesso tempo.
Perché spesso è proprio questo il passaggio più complesso di un percorso di introspezione: riuscire a guardarsi con gentilezza e amorevolezza, abbandonando quello sguardo giudicante a cui siamo tanto abituati.
Ma si sa, gli esercizi servono proprio ad acquisire nuove competenze, quindi perché non provare?

E alla fine il virus è entrato anche in casa mia, portando con sé preoccupazioni, allarme e sconforto.Ansia, tristezza, ...
25/11/2020

E alla fine il virus è entrato anche in casa mia, portando con sé preoccupazioni, allarme e sconforto.
Ansia, tristezza, paura sono tutte emozioni che, soprattutto in questo periodo, riempiono le giornate di molti di noi.
Ma, come ogni crisi, anche questo momento mi ha insegnato (o meglio, ricordato) alcune cose:

- Fiducia: è stata la parola che più ha accompagnato i giorni difficili. Fiducia nelle proprie risorse, nel proprio corpo, negli altri, nel destino…Ognuno scelga quel che più ritiene adatto . Avere fiducia ci permette di prendere qualche boccata d’aria quando la sensazione è di affogare. Non si tratta di incapacità di analizzare la situazione per quel che è, semplicemente significa decidere di non farsi travolgere dal buio, poter vedere un faro nella nebbia.

- Condivisione: spesso la prima reazione è di volercela fare a tutti i costi da soli, dimostrando (a chi?) di essere forti. Ma la forza, se così la vogliamo chiamare, sta nell’abbracciare la propria vulnerabilità e, se lo si desidera, poterla comunicare a qualcuno, da cui magari potremmo ricevere calore e sostegno.

- Ampliare le vedute: la paura ci incatena, ci fa rivivere lo stesso tragico film più e più volte amplificando ulteriormente la sofferenza che già sperimentiamo.
Si tratta di scegliere se guardare solo la “croce”, solo la speranza o, più realisticamente, entrambe. Anche nei giorni più bui possiamo allenarci a percepire qualcosa di bello (un fiore, un piatto gustoso, una canzone…).

Ma, soprattutto, queste esperienze ci sbattono in faccia la responsabilità di dover quotidianamente individuare le nostre reali priorità: quando manca la salute ci si rende conto di come molti aspetti della nostra vita in cui ci incastriamo e a cui diamo molta importanza siano in realtà questioni “non prioritarie”.

Cosa è davvero importante e prioritario nella nostra vita?
Se la risposta è qualcosa che fortunatamente abbiamo già non rimane altro da fare che ringraziare e ricordarci di apprezzarlo anche quando la tempesta sarà finita.

Indirizzo

Turin
10141

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 19:00
Martedì 08:00 - 19:00
Mercoledì 08:00 - 19:00
Giovedì 08:00 - 19:00
Venerdì 08:00 - 19:00

Telefono

+393346730795

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