Dott. Aldo Monaco

Dott. Aldo Monaco Sono un psicologo e psicoterapeuta specializzato in psicoanalisi fenomenologica a Verona

08/02/2026

Quando Vincent van Gogh morì, a soli 37 anni, lasciò dietro di una vita di fallimenti. E una montagna di quadri che nessuno considera degni di essere appesi. Sei mesi dopo morì anche suo fratello Theo. L’unico che aveva sempre creduto in lui. Rimase solo ciò che di solito non fa rumore: una DONNA. Jo van Gogh-Bonger, la giovane vedova di Theo. Ventotto anni. Un bambino appena nato.

E più di quattrocento quadri in casa. Tele che nessuno vuole. Tele che nessuno capisce. Lei no. Lei capì una cosa che nessun critico aveva voluto vedere. Sente che lì dentro non c’è follia, ma una fame di verità che fa paura. Che dietro quelle pennellate disperate c’era un genio che il mondo non aveva ancora voluto ascoltare. Inizia a tradurre le lettere tra Vincent e Theo. Le fa pubblicare a sue spese. Dentro quelle pagine c'era l'anima di Vincent: la sua visione, la sua sotferenza, la sua ANIMA.

Poi ci furono i quadri. Jo organizza mostre quando i musei non vogliono saperne. Presta i quadri ma si rifiuta di venderli, perché intuisce che il valore non è nel prezzo ma nella PRESENZA. Combatte contro i mercanti avidi, contro i critici miopi. Tiene insieme arte e parola. Colore e pensiero. Dolore e senso. Ogni mostra è un mattone. Ogni applauso una CREPA nel muro dell’indifferenza. Quando Jo muore nel 1925, Van Gogh non è più un fantasma dimenticato. Jo mostrò al mondo che il pittore pazzo, quello che tutti credevano una nullità, un fallito, fu in realtà uno dei più grandi artisti mai apparsi su questa terra.

Tutti oggi conoscono il nome del genio incompreso dal mondo. Quasi nessuno parla della donna che lo ha compreso PER PRIMA. Jo van Gogh-Bonger non ha dipinto notti stellate o girasoli. Ma ha impedito che diventassero cenere. E allora oggi bisognerebbe dirle grazie: per aver sfidato un mondo miope e crudele e averci dato la possibilità di amare Van Gogh. GRAZIE per essere stata la goccia che fa tremare l’oceano. E lo trasforma.

Guendalina Middei, ➡️ (Van Gogh è uno dei protagonisti di «Non rinnegare il cuore» il mio ultimo libro, che ho scritto per raccontarvi le storie di alcune donne e uomini davvero speciali. Qui potete leggerne un estratto e scoprirlo meglio: https://www.amazon.it/rinnegare-cuore-Storie-scrittori-spengono/dp/8807175223/

03/02/2026

C’è un momento in cui capisci che non è ingenuità.
È un meccanismo.
Succede quando la disabilità smette di essere una condizione umana e diventa un dispositivo narrativo.
Qualcosa che non serve a chi la vive, ma a chi guarda.
A chi ha bisogno di sentirsi migliore.
Questa cosa si chiama Inspiration P**n.
Una definizione politica, non una provocazione: la disabilità usata per produrre emozione, conforto, senso di bontà.
Non per raccontare la realtà.
Non per cambiare i rapporti di potere.
Ma per rassicurare.
Ed è qui che il problema diventa sistema.
Quello che fa Paolo Ruffini non è una frase detta male. È un modello comunicativo. Un modello che accarezza le coscienze altrui e nel farlo cementifica l’abilismo, rendendolo accettabile e applaudito.
Quando si parla di persone come se fossero un blocco unico, non si sta solo sbagliando linguaggio, si sta riducendo una persona alla sua condizione.
Il linguaggio person-first non è forma.
È resistenza.
Serve a ricordare che prima dell’etichetta c’è una persona. Anche quando disturba. E disturba, eccome.
Perché lo stereotipo più rassicurante è quello della bontà genetica: buoni, puri, innocui.
Angeli utili a far sentire migliori gli altri.
Una narrazione tenera solo in apparenza, ma violenta nei fatti.
Perché nega la complessità.
Perché toglie il diritto alla rabbia.
Perché ci trasforma in strumenti morali.
Non siete buoni perché noi esistiamo. E noi non esistiamo per rendervi buoni. Il punto più inquietante arriva quando tutto questo avviene senza di noi. Spettacoli, interviste, contenuti sulla disabilità fatti da chi non la vive. Persone che parlano per noi.
E mentre parlano, silenziano.

Ruffini è stato un precursore.
Oggi molte aziende lo imitano. Nascono contenuti “inclusivi” che, se fossimo onesti, sono ridicolizzazioni travestite da tenerezza.
Una società davvero paritaria accetta anche persone scomode.
Arrabbiate.
Politiche.
E finché l’inclusione servirà solo a far stare bene gli altri,
resterà una bella storia.
Ma non la nostra.

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Per maggiori dettagli visita il mio sito ➡️aldomonaco.info
21/06/2025

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