03/02/2026
C’è un momento in cui capisci che non è ingenuità.
È un meccanismo.
Succede quando la disabilità smette di essere una condizione umana e diventa un dispositivo narrativo.
Qualcosa che non serve a chi la vive, ma a chi guarda.
A chi ha bisogno di sentirsi migliore.
Questa cosa si chiama Inspiration P**n.
Una definizione politica, non una provocazione: la disabilità usata per produrre emozione, conforto, senso di bontà.
Non per raccontare la realtà.
Non per cambiare i rapporti di potere.
Ma per rassicurare.
Ed è qui che il problema diventa sistema.
Quello che fa Paolo Ruffini non è una frase detta male. È un modello comunicativo. Un modello che accarezza le coscienze altrui e nel farlo cementifica l’abilismo, rendendolo accettabile e applaudito.
Quando si parla di persone come se fossero un blocco unico, non si sta solo sbagliando linguaggio, si sta riducendo una persona alla sua condizione.
Il linguaggio person-first non è forma.
È resistenza.
Serve a ricordare che prima dell’etichetta c’è una persona. Anche quando disturba. E disturba, eccome.
Perché lo stereotipo più rassicurante è quello della bontà genetica: buoni, puri, innocui.
Angeli utili a far sentire migliori gli altri.
Una narrazione tenera solo in apparenza, ma violenta nei fatti.
Perché nega la complessità.
Perché toglie il diritto alla rabbia.
Perché ci trasforma in strumenti morali.
Non siete buoni perché noi esistiamo. E noi non esistiamo per rendervi buoni. Il punto più inquietante arriva quando tutto questo avviene senza di noi. Spettacoli, interviste, contenuti sulla disabilità fatti da chi non la vive. Persone che parlano per noi.
E mentre parlano, silenziano.
Ruffini è stato un precursore.
Oggi molte aziende lo imitano. Nascono contenuti “inclusivi” che, se fossimo onesti, sono ridicolizzazioni travestite da tenerezza.
Una società davvero paritaria accetta anche persone scomode.
Arrabbiate.
Politiche.
E finché l’inclusione servirà solo a far stare bene gli altri,
resterà una bella storia.
Ma non la nostra.
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