02/04/2026
Il tempo del lavoro analitico
Il processo analitico non procede per improvvise illuminazioni né per interpretazioni risolutive capaci di dissolvere il conflitto con un gesto improvviso. Fin dalle prime formulazioni di Sigmund Freud sappiamo che la trasformazione psichica nasce da un lavoro lento, spesso faticoso, fatto di ritorni, arresti e resistenze. Ciò che nella mente si è formato nel tempo non può essere sciolto con un atto rapido di comprensione. L’esperienza analitica comporta l’avvicinamento a quelle zone della vita psichica che tendono a sottrarsi al pensiero: difese, silenzi, scissioni che, se inizialmente hanno una funzione protettiva, finiscono col tempo per irrigidire l’esperienza.
Il compito dell’analisi non è dunque quello di rivelare una verità nascosta attraverso un’interpretazione brillante, ma di creare le condizioni perché il soggetto possa avvicinarsi a ciò che della propria esperienza è rimasto impensato. Donald W. Winnicott ha descritto questo spazio come un luogo relazionale in cui diventa possibile incontrare parti di sé non ancora integrate. In questa prospettiva si può riconoscere anche l’eredità di Melanie Klein, là dove il lavoro analitico consente il passaggio da configurazioni scisse e persecutorie a forme più integrate dell’esperienza emotiva. Il cambiamento non nasce dall’interpretazione spettacolare, ma dalla possibilità di sostare nel tempo in una relazione che rende nuovamente pensabile l’esperienza. Wilfred R. Bion indica come compito fondamentale dell’esperienza analitica la trasformazione delle emozioni in pensiero. Ma questo processo implica anche un confronto con ciò che resiste alla trasformazione, con quelle aree in cui il pensiero si interrompe o viene evacuato. Il lavoro analitico è, in questo senso, anche un lavoro sul negativo: sulla capacità di tollerare l’assenza di significato, la frattura della continuità psichica, la presenza di elementi non rappresentati che non possono essere immediatamente tradotti in senso. Quando questa trasformazione non avviene, l’esperienza ritorna sotto forma di angoscia, sintomo o agito. David Rosenfeld ha scritto come, nelle organizzazioni più gravi, il lavoro analitico si confronti con aree della mente in cui la distruttività ostacola radicalmente la possibilità di pensare.
La psicoanalisi non promette soluzioni miracolose né scorciatoie terapeutiche, chiede il tempo necessario perché un’esperienza emotiva, inizialmente impensabile, possa diventare pensiero. Un viaggio, quindi nella propria storia psichica che attraversa inevitabilmente zone dolorose dell’esperienza. È un lavoro che richiede la capacità di sostare nell’ambivalenza e di tollerare la complessità delle emozioni e delle contraddizioni interne. Simona Argentieri ha ricordato come la psicoanalisi non sia una pratica di semplificazione, ma una disciplina che restituisce dignità alla complessità della vita psichica.
Il lavoro analitico non elimina il conflitto: lo rende pensabile. Riconoscere i propri conflitti, rintracciarne le radici nella storia personale, comprenderne le trasformazioni nel tempo significa acquisire una diversa libertà nel modo di viverli. Non esistono individui senza conflitto; esistono piuttosto individui più o meno capaci di pensarlo. Jorge Canestri ha sottolineato come il processo analitico comporti proprio questo ampliamento della capacità rappresentativa della mente: ciò che era rimasto scisso o non simbolizzato può progressivamente entrare nel campo della rappresentazione.
Andreas Giannakoulas ha insistito sul fatto che la trasformazione psichica non è l’effetto di un atto interpretativo isolato ma il risultato di un lavoro relazionale di lunga durata in cui il soggetto può incontrare parti infantili della propria esperienza rimaste sospese nel tempo. L’analisi diventa così il luogo in cui la storia affettiva può riaprirsi e trovare nuove possibilità di simbolizzazione.
Questo processo lento, irregolare e talvolta tortuoso non riguarda però soltanto il paziente. Coinvolge profondamente anche l’analista, l’analisi non procede in linea retta: conosce avanzamenti e stasi, passaggi di chiarezza e zone di oscurità in cui il senso sembra smarrirsi. Si percorre una strada — talvolta un quartiere, talvolta una città — alternando movimento e arresto, continuità e interruzione. Ci sono soste, deviazioni, tornanti che sembrano non finire, e sguardi perturbanti rivolti verso ciò che ancora non è pensabile.
L’analista deve poter tollerare questa geografia incerta senza cedere alla tentazione di guidare il percorso o di forzarne i tempi. Per sostenere questa posizione è necessario un assetto interno costruito attraverso la propria analisi personale e continuamente rielaborato nel lavoro di supervisione. Solo su questo terreno l’analista può accettare di non essere onnipotente, di non possedere sempre la chiave interpretativa e di confrontarsi con la propria imperfezione. La psicoanalisi richiede una particolare capacità di abitare il dubbio.
Il dolore impensabile portato dal paziente entra inevitabilmente nello spazio dell’analisi e attraversa la mente dell’analista. Egli è chiamato ad accoglierlo, a contenerlo e a trasformarlo. In termini bioniani, deve poter rendere mentalizzabile ciò che inizialmente si presenta come esperienza emotiva grezza, ma anche sostenere il contatto con ciò che resta negativo, non simbolizzato, non ancora pensabile. Questo implica un lavoro interno in cui l’analista è chiamato a rivivere e a ripensare, dentro di sé, elementi dell’esperienza del paziente, resistendo alla pressione di evacuare, spiegare troppo rapidamente o agire.
Vi sono momenti in cui il lavoro analitico richiede anche la capacità di tollerare una condizione di apparente inattività. Masud Khan ha descritto questa dimensione attraverso la metafora del “maggese”: lasciare il campo incolto, sospeso, non per abbandono ma perché possa rigenerarsi. Marion Milner ha mostrato quanto sia necessario poter sostare in una condizione di non sapere, affinché qualcosa di autenticamente creativo possa emergere. Ci sono fasi in cui nulla sembra accadere, ma in cui, al di sotto della superficie, si muovono processi profondi. Saper sostenere questi tempi senza riempirli prematuramente significa permettere alla trasformazione di avvenire.
Mario Bertolini ha evidenziato come anche il corpo dell’analista sia coinvolto nel processo: esso diventa luogo di risonanza di esperienze che non hanno ancora trovato rappresentazione, uno spazio in cui il non pensato può iniziare a prendere forma prima ancora di essere nominato.
In questi passaggi possono emergere movimenti controtransferali intensi — frustrazione, impotenza, talvolta disperazione — che spingono l’analista verso posizioni direttive o consolatorie. Interventi che spesso proteggono l’analista più che sostenere il processo del paziente. Resistere a questa spinta significa restare accanto all’esperienza senza sostituirsi ad essa, senza guidarla, senza anticiparne il percorso.
L’analisi diventa allora anche un lavoro di ricostruzione della propria storia: una lenta tessitura in cui frammenti di memoria, affetti rimossi e tracce corporee dell’esperienza trovano progressivamente una forma narrativa.
La psicoanalisi non promette felicità né soluzioni rapide. Promette qualcosa di più difficile e più umano: la possibilità di pensare la propria esperienza e di riconoscersi nella propria storia. In un tempo che spinge verso l’omologazione e verso identità sempre più intercambiabili, il lavoro analitico resta uno dei pochi luoghi in cui la singolarità del soggetto può ancora essere difesa.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)