Dott.ssa Antonella Basile - Psicologa

Dott.ssa Antonella Basile - Psicologa Psicologa
Psicoterapeuta specializzanda ad orientamento psicoanalitico
📍 Villaricca (NA) Parcheggio gratuito in sede

02/04/2026

Il tempo del lavoro analitico
Il processo analitico non procede per improvvise illuminazioni né per interpretazioni risolutive capaci di dissolvere il conflitto con un gesto improvviso. Fin dalle prime formulazioni di Sigmund Freud sappiamo che la trasformazione psichica nasce da un lavoro lento, spesso faticoso, fatto di ritorni, arresti e resistenze. Ciò che nella mente si è formato nel tempo non può essere sciolto con un atto rapido di comprensione. L’esperienza analitica comporta l’avvicinamento a quelle zone della vita psichica che tendono a sottrarsi al pensiero: difese, silenzi, scissioni che, se inizialmente hanno una funzione protettiva, finiscono col tempo per irrigidire l’esperienza.
Il compito dell’analisi non è dunque quello di rivelare una verità nascosta attraverso un’interpretazione brillante, ma di creare le condizioni perché il soggetto possa avvicinarsi a ciò che della propria esperienza è rimasto impensato. Donald W. Winnicott ha descritto questo spazio come un luogo relazionale in cui diventa possibile incontrare parti di sé non ancora integrate. In questa prospettiva si può riconoscere anche l’eredità di Melanie Klein, là dove il lavoro analitico consente il passaggio da configurazioni scisse e persecutorie a forme più integrate dell’esperienza emotiva. Il cambiamento non nasce dall’interpretazione spettacolare, ma dalla possibilità di sostare nel tempo in una relazione che rende nuovamente pensabile l’esperienza. Wilfred R. Bion indica come compito fondamentale dell’esperienza analitica la trasformazione delle emozioni in pensiero. Ma questo processo implica anche un confronto con ciò che resiste alla trasformazione, con quelle aree in cui il pensiero si interrompe o viene evacuato. Il lavoro analitico è, in questo senso, anche un lavoro sul negativo: sulla capacità di tollerare l’assenza di significato, la frattura della continuità psichica, la presenza di elementi non rappresentati che non possono essere immediatamente tradotti in senso. Quando questa trasformazione non avviene, l’esperienza ritorna sotto forma di angoscia, sintomo o agito. David Rosenfeld ha scritto come, nelle organizzazioni più gravi, il lavoro analitico si confronti con aree della mente in cui la distruttività ostacola radicalmente la possibilità di pensare.
La psicoanalisi non promette soluzioni miracolose né scorciatoie terapeutiche, chiede il tempo necessario perché un’esperienza emotiva, inizialmente impensabile, possa diventare pensiero. Un viaggio, quindi nella propria storia psichica che attraversa inevitabilmente zone dolorose dell’esperienza. È un lavoro che richiede la capacità di sostare nell’ambivalenza e di tollerare la complessità delle emozioni e delle contraddizioni interne. Simona Argentieri ha ricordato come la psicoanalisi non sia una pratica di semplificazione, ma una disciplina che restituisce dignità alla complessità della vita psichica.
Il lavoro analitico non elimina il conflitto: lo rende pensabile. Riconoscere i propri conflitti, rintracciarne le radici nella storia personale, comprenderne le trasformazioni nel tempo significa acquisire una diversa libertà nel modo di viverli. Non esistono individui senza conflitto; esistono piuttosto individui più o meno capaci di pensarlo. Jorge Canestri ha sottolineato come il processo analitico comporti proprio questo ampliamento della capacità rappresentativa della mente: ciò che era rimasto scisso o non simbolizzato può progressivamente entrare nel campo della rappresentazione.
Andreas Giannakoulas ha insistito sul fatto che la trasformazione psichica non è l’effetto di un atto interpretativo isolato ma il risultato di un lavoro relazionale di lunga durata in cui il soggetto può incontrare parti infantili della propria esperienza rimaste sospese nel tempo. L’analisi diventa così il luogo in cui la storia affettiva può riaprirsi e trovare nuove possibilità di simbolizzazione.
Questo processo lento, irregolare e talvolta tortuoso non riguarda però soltanto il paziente. Coinvolge profondamente anche l’analista, l’analisi non procede in linea retta: conosce avanzamenti e stasi, passaggi di chiarezza e zone di oscurità in cui il senso sembra smarrirsi. Si percorre una strada — talvolta un quartiere, talvolta una città — alternando movimento e arresto, continuità e interruzione. Ci sono soste, deviazioni, tornanti che sembrano non finire, e sguardi perturbanti rivolti verso ciò che ancora non è pensabile.
L’analista deve poter tollerare questa geografia incerta senza cedere alla tentazione di guidare il percorso o di forzarne i tempi. Per sostenere questa posizione è necessario un assetto interno costruito attraverso la propria analisi personale e continuamente rielaborato nel lavoro di supervisione. Solo su questo terreno l’analista può accettare di non essere onnipotente, di non possedere sempre la chiave interpretativa e di confrontarsi con la propria imperfezione. La psicoanalisi richiede una particolare capacità di abitare il dubbio.
Il dolore impensabile portato dal paziente entra inevitabilmente nello spazio dell’analisi e attraversa la mente dell’analista. Egli è chiamato ad accoglierlo, a contenerlo e a trasformarlo. In termini bioniani, deve poter rendere mentalizzabile ciò che inizialmente si presenta come esperienza emotiva grezza, ma anche sostenere il contatto con ciò che resta negativo, non simbolizzato, non ancora pensabile. Questo implica un lavoro interno in cui l’analista è chiamato a rivivere e a ripensare, dentro di sé, elementi dell’esperienza del paziente, resistendo alla pressione di evacuare, spiegare troppo rapidamente o agire.
Vi sono momenti in cui il lavoro analitico richiede anche la capacità di tollerare una condizione di apparente inattività. Masud Khan ha descritto questa dimensione attraverso la metafora del “maggese”: lasciare il campo incolto, sospeso, non per abbandono ma perché possa rigenerarsi. Marion Milner ha mostrato quanto sia necessario poter sostare in una condizione di non sapere, affinché qualcosa di autenticamente creativo possa emergere. Ci sono fasi in cui nulla sembra accadere, ma in cui, al di sotto della superficie, si muovono processi profondi. Saper sostenere questi tempi senza riempirli prematuramente significa permettere alla trasformazione di avvenire.
Mario Bertolini ha evidenziato come anche il corpo dell’analista sia coinvolto nel processo: esso diventa luogo di risonanza di esperienze che non hanno ancora trovato rappresentazione, uno spazio in cui il non pensato può iniziare a prendere forma prima ancora di essere nominato.
In questi passaggi possono emergere movimenti controtransferali intensi — frustrazione, impotenza, talvolta disperazione — che spingono l’analista verso posizioni direttive o consolatorie. Interventi che spesso proteggono l’analista più che sostenere il processo del paziente. Resistere a questa spinta significa restare accanto all’esperienza senza sostituirsi ad essa, senza guidarla, senza anticiparne il percorso.
L’analisi diventa allora anche un lavoro di ricostruzione della propria storia: una lenta tessitura in cui frammenti di memoria, affetti rimossi e tracce corporee dell’esperienza trovano progressivamente una forma narrativa.
La psicoanalisi non promette felicità né soluzioni rapide. Promette qualcosa di più difficile e più umano: la possibilità di pensare la propria esperienza e di riconoscersi nella propria storia. In un tempo che spinge verso l’omologazione e verso identità sempre più intercambiabili, il lavoro analitico resta uno dei pochi luoghi in cui la singolarità del soggetto può ancora essere difesa.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)

01/09/2025
"Nel tempo della comunicazione istantanea, dove il contenuto clinico diventa spesso virale, è urgente riaffermare che la...
27/05/2025

"Nel tempo della comunicazione istantanea, dove il contenuto clinico diventa spesso virale, è urgente riaffermare che la diagnosi è un atto che richiede tatto. Che il lavoro analitico si fonda sulla relazione e sull’ascolto. Che comprendere non è mai semplificare, ma assumersi il rischio della complessità.

Non ci serve una psicoanalisi semplificata. Ci serve una società capace di pensare, e di ascoltare, anche quando il pensiero è difficile. Anche quando il dolore non entra in un tweet."

Cliccare per leggere l'articolo completo.

Parole chiave: diagnosi, complessità, violenza contro le donne,  borderline, ascolto Inattualità/5 — Sul tatto della diagnosi. Contro l’uso improprio del lessico clinico e la banalizzazione della violenza Chiara Buoncristiani “Il medium è il messaggio”, scriveva Marshall McLuhan nel 1964...

21/03/2025

21/03/2025

Oggi, 21 marzo, si celebra la giornata mondiale della poesia.

Non c'è tentativo più poetico, più creativo di quello dell'uomo che tenta di prendere coscienza di sè, che comincia a descriversi, a cercare di capirsi.
Antonio Alberto Semi - Tecnica del colloquio

16/03/2025
DSM - Disegni per la Salute Mentale
16/03/2025

DSM - Disegni per la Salute Mentale

12/02/2025

È preferibile concepire l'analisi come un processo evolutivo che si sviluppa sotto i nostri occhi, piuttosto che come l'opera di un architetto che cerca di realizzare un progetto predefinito. Perciò non bisogna lasciarsi indurre in nessun caso a promettere al paziente niente più di questo: se si sottopone all'analisi, finirà per avere una conoscenza di sé molto più profonda, e se persevererà fino alla fine, potrà adattarsi meglio alle inevitabili difficoltà della vita, con una più opportuna distribuzione della propria energia.
Sándor Ferenczi - L'elasticità della tecnica psicoanalitica

10/10/2024

Campagna pubblicitaria UnoBravo - Chilly
I Presidenti degli Ordini Abruzzo, Campania, Lazio, Marche, Sicilia e Veneto ne chiedono il ritiro

In qualità di Presidenti degli Ordini degli Psicologi di Abruzzo, Campania, Lazio, Marche, Sicilia e Veneto, abbiamo espresso le nostre serie preoccupazioni riguardo all'iniziativa a premi "Piacere di Conoscermi".
Questa campagna, che prevede la possibilità di vincere colloqui psicologici subordinati all’acquisto di un detergente intimo, solleva importanti dubbi.

Esprimiamo pertanto viva preoccupazione per questa campagna promozionale, invitando al ritiro immediato.

Per saperne di più, leggi la lettera completa >>> https://bit.ly/lettera-a-unobravo

10 ottobre giornata mondiale della salute mentale
10/10/2024

10 ottobre giornata mondiale della salute mentale

13/07/2024

LA SPECIFICITÀ DELLA CURA PSICOANALITICA
a cura di Roberto Musella

“Come cura la psicoanalisi” è una domanda che continuiamo a porci, pur ipotizzando che considerati alcuni fattori, essa curi in una maniera specifica, qualitativamente e quantitativamente diversa da qualsiasi altra terapia del disagio psichico.
Per quanto l’apparato affetto dalla sofferenza sia di natura diversa, la richiesta di cura del disagio psichico non differisce molto dalla richiesta di cure mediche. I pazienti, al pari di quello che avviene per le malattie del soma, ci contattano perché soffrono e chiedono di stare meglio. In quanto clinici, facciamo le nostre considerazioni su quella sofferenza: considerazioni figlie di esperienza clinica, di studio teorico, di riflessioni collegiali. Tali considerazioni portano taluni analisti a privilegiare alcuni aspetti della psicoanalisi e altri a privilegiarne altri. Le differenze tra noi possono essere anche marcate ma ciò non ci deve portare ad evitare di riflettere sulla specificità della cura psicoanalitica, nascondendoci dietro un relativismo inconcludente.
Gli elementi in gioco sono molteplici ma la validità della psicoanalisi, almeno per quanto mi riguarda, è tale, per una serie di indicazioni terapeutiche, da farla preferire ampiamente ad altre forme di trattamento della sofferenza psichica.
La cura psicoanalitica si propone come una terapia eziologica della psicopatologia. Non ci poniamo come obiettivo immediato di curare i sintomi o di risolvere i problemi esistenziali immediati dei nostri pazienti, la guarigione “sintomatica” sarà un riflesso “un sovrappiù” di questo processo terapeutico e non l’obbiettivo verso cui indirizzare i nostri sforzi. I sintomi, gli agiti, le ripetizioni invece di apparire nemici dichiarati da distruggere diventeranno fedeli alleati dell’analisi, da ascoltare con una cura tecnica peculiare, figlia di una teoria specifica sottostante. La psicoanalisi mira alla trasformazione profonda dell’equilibrio psicosomatico del soggetto, non alla cura dei suoi sintomi. Obbiettivo dell’analisi è consentire al processo psicoanalitico, che mira a tale trasformazione, di svolgersi nonostante le difficoltà che ogni singola analisi comporterà.

Testo integrale
https://www.spiweb.it/la-cura/la-specificita-della-cura-psicoanalitica-r-musella/

Oggi ricorre il 168° anniversario della nascita di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi.
06/05/2024

Oggi ricorre il 168° anniversario della nascita di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi.

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