07/01/2026
Non si vede.
Esiste solo se lo scegli.
Rimane solo se lo coltivi.
Eppure.
Eppure è ciò che, insieme alla gentilezza, per me cambia il modo in cui stiamo nel mondo.
Sto parlando del rispetto.
È rispetto fermarsi quando qualcosa dentro di noi chiede una pausa.
È rispetto ascoltare un dolore, un’emozione, una fatica anche quando non sappiamo darle un nome.
È rispetto riconoscere valore a ciò che non è visibile, non è misurabile, non è immediatamente spiegabile o semplicemente non è come lo immaginavamo noi.
Viviamo in un tempo che corre.
Che chiede di reagire, di adattarsi, di resistere.
Ma non tutto ciò che vale può essere accelerato.
Non tutto ciò che è fragile deve essere rinforzato.
Il rispetto è saper aspettare.
I tempi degli altri.
I nostri tempi.
I tempi delle relazioni, delle decisioni, dei cambiamenti che hanno bisogno di maturare.
È rispetto non forzare, non invadere, non pretendere.
È rispetto non giudicare ciò che non comprendiamo fino in fondo.
È rispetto verso chi fatica, verso chi si ferma, verso chi non ce la fa “come dovrebbe”.
Perché non sempre la risposta è resistere.
A volte la risposta è semplicemente rispettarsi.
A volte è concedersi di non essere pronti.
A volte è fermarsi.
Il rispetto viene prima della resilienza.
Perché senza rispetto, la resilienza diventa sopportazione —
e la sopportazione è tutt’altra cosa.
Diventa silenzio forzato.
Diventa distanza da sé.
Forse non abbiamo bisogno di essere più forti.
Forse abbiamo bisogno di essere più gentili.
E più rispettosi.
Con noi stessi.
Con gli altri.
Con la vita, che non segue mai un ritmo uguale per tutti.
Il rispetto non fa rumore.
Ma quando c’è, si sente.
Mi auguro un tempo in cui il rispetto torni a essere una scelta quotidiana.
Nei piccoli gesti, nelle pause, nelle parole.
E se lo faremo insieme — scegliendolo, praticandolo, custodendolo —
forse smetterà di restare invisibile.
Forse non farà rumore subito.
Ma inizierà a farsi sentire.