Dott.ssa Stefania Spatola Psicologa

Dott.ssa Stefania Spatola Psicologa Ψ Psicologa Clinica
a indirizzo Analitico

🦋 Concediti un tempo e uno spazio per iniziare ad ascoltarti e imparare ad aver cura di te 🌱
🌐 Ricevo a L'Aquila e Online

16/02/2026

Se ogni lutto, anche quello più elaborato, più “accettato”, conservasse sempre un resto, una scheggia, un punto dolente che continua a pulsare dentro di noi?
Ho sempre pensato che esista qualcosa di irriducibile nel dolore della perdita, una ferita che non guarisce mai del tutto.
Possiamo provare a rimarginarla, a darle un senso, ma resta sempre lì: come una cicatrice che, al cambiare del tempo o delle stagioni, torna a farsi sentire...
Forse dovremmo accettare che il lutto non è qualcosa che si supera, ma qualcosa che si trasforma.
Che dentro di noi non muore mai davvero ciò che abbiamo amato: cambia forma, si riconfigura, diventa un’altra presenza.
È un’operazione di metamorfosi, un’opera interiore di trasformazione del dolore in significato, della perdita in creazione.
Il lutto, se resta senza lavoro, ci incatena al passato, ci condanna alla paralisi della malinconia.
Ma se trova una via, se riesce a generare senso, allora può aprirci di nuovo alla vita.
È qui che nasce una nuova forma di nostalgia — non quella sterile del rimpianto, ma quella grata, viva, che illumina come la luce delle stelle morte: una luce che ci raggiunge da un corpo che non esiste più, ma che continua a splendere.
La nostalgia delle stelle morte è questo: la memoria che non spegne, ma accende; il dolore che non distrugge, ma trasforma;
il passato che non ci trattiene, ma ci invita ad andare avanti.
Il lutto, allora, non è mai solo perdita.
È anche promessa.
È un ritorno di luce - quella che proviene da ciò che abbiamo amato, e che, anche se non c’è più, continua a mostrarci la via.

– Massimo Recalcati –




11/02/2026

𝐼𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑢𝑛 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑙𝑖𝑛𝑔𝑢𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐𝑜, 𝑚𝑎 𝑖𝑙 𝑝𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑒𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑣𝑎 𝑟𝑖𝑚𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒𝑠𝑝𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑙 𝑐𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒.

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, con il proprio Comitato Pari Opportunità
interviene nel dibattito di queste settimane sul disegno di legge in materia di violenza sessuale, dopo la scelta – discussa e contestata – di far scomparire dal testo la parola “consenso”, sostituendola con formulazioni centrate sul “dissenso” o sulla “volontà contraria”.

Il Cnop chiede alle Istituzioni – con rispetto, ma con fermezza – di:

1. 𝐑𝐞𝐢𝐧𝐭𝐫𝐨𝐝𝐮𝐫𝐫𝐞 𝐞𝐬𝐩𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐟𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐫𝐢𝐭𝐞𝐫𝐢𝐨 𝐜𝐚𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞, 𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐠𝐫𝐚𝐝𝐨 𝐝𝐢 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐢𝐟𝐞𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚.

2. 𝐆𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐢𝐦𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐜𝐨𝐞𝐫𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐝 𝐬𝐨𝐯𝐫𝐚𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 “𝐯𝐢𝐜𝐭𝐢𝐦-𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐝”.

Il consenso è una parola semplice, ma non banalizza nulla: rende finalmente esplicito che la sessualità è relazione e reciprocità.
Una legge che rinuncia a nominarlo rischia di rinunciare anche a orientare il cambiamento
culturale di cui il Paese ha bisogno.

Qui il testo completo della lettera inviata alla Presidente della commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno, firmata dalla Presidente del Cnop Maria Antonietta Gulino e dalla Consigliera Segretaria CNOP e Referente per il Comitato Pari Opportunità del CNOP Francesca Schir.
👇
https://www.psy.it/violenza-sessuale-il-consenso-va-rimesso-al-centro-della-legge/

04/02/2026

Il cancro non è mai solo una diagnosi medica. È un evento che irrompe nella biografia di una persona, riscrivendo priorità, relazioni e prospettive future.

Se la medicina si occupa di curare la malattia, la psicologia si occupa di curare la vita che continua durante e dopo la malattia.

Affrontare il percorso oncologico richiede una presa in carico globale: gestire l'impatto della diagnosi, elaborare la paura e la rabbia, sostenere la comunicazione in famiglia e con l'équipe curante.

Non si tratta solo di "resistere", ma di integrare l'esperienza di malattia nella propria identità senza esserne definiti.

In questa giornata ci teniamo a ribadire l'importanza della Psico-oncologia nei percorsi di cura territoriali e ospedalieri: perché garantire supporto psicologico significa garantire il diritto alla salute nella sua interezza.

31/01/2026

«Crescere un figlio non significa solo nutrirlo, proteggerlo o guidarlo. Significa soprattutto stargli accanto emotivamente, parlargli, ascoltarlo davvero, riconoscere ogni suo piccolo passo avanti.[...]
È nelle relazioni d’affetto, nel calore degli sguardi, nelle parole che incoraggiano e negli abbracci che rassicurano, che nasce la vera crescita emotiva. Dove c’è amore si cresce bene. Dove c’è violenza, gelo, silenzio o indifferenza, invece, si cresce feriti.
Viviamo in una società veloce, distratta, piena di tecnologia ma povera di dialogo. Troppi genitori parlano poco, o solo di regole, compiti, giacche e semafori. Troppo raramente chiedono ai propri figli una domanda semplice ma decisiva:
“Sei felice?”
Il vero compito educativo non è controllare, giudicare o pretendere.
Il vero compito è esserci, riconoscere le emozioni, sostenere quando si cade, valorizzare quando si avanza. Perché la felicità dei figli non nasce dalle prestazioni, ma da un clima affettivo sano, caldo e presente.
L’amore, quello autentico, quotidiano, reale, resta l’unico vero terreno su cui può crescere una generazione forte, serena e capace di amare».

– Umberto Galimberti –

30/01/2026

“Dottore, mi fa male il mondo.”

Non è un dolore preciso,
non so indicarlo col dito.
Non sanguina,
non si vede nelle lastre.

È più una stanchezza profonda
che prende al petto la mattina
e non se ne va nemmeno dormendo.

Mi fa male quando apro le notizie.
Mi fa male la fretta negli occhi della gente.
Mi fanno male le parole lanciate senza guardare
e quelle non dette,
che pesano molto di più.

Mi fanno male i giudizi immediati,
le storie ridotte a titoli,
le vite spiegate in tre righe
da chi non ne ha mai attraversata una fino in fondo.

Mi fa male dover funzionare sempre.
Essere lucido.
Essere forte.
Essere all’altezza,
anche nei giorni in cui vorrei solo appoggiarmi.

Mi fa male che “come stai”
sia diventato un saluto
e non più un luogo dove fermarsi.

Il dottore ascolta,
non scrive subito.
Mi guarda come si guarda
chi sta cercando casa;
poi sorride appena,
non per tranquillizzarmi,
ma per farmi respirare,
e dice:

“Non sei rotto,
sei stanco.
Non sei fragile,
sei pieno.
Non sei sbagliato:
sei umano.”

Fa una pausa,
quelle pause che non fanno paura,
quelle che curano già.

“Stai portando troppo
da troppo tempo,
e nessuno dovrebbe farlo da solo.”

Si alleni a non riempire ogni vuoto.
A non aggiustare il dolore degli altri
per paura del proprio.
Si alleni ad ascoltare,
finché chi ha davanti
non smette di difendersi.

Si alleni a non avere sempre una risposta.
A non vincere le discussioni.
A non trasformare ogni ferita
in qualcosa da sistemare.

Le prescrivo empatia,
da prendere prima di rispondere,
prima di giudicare,
prima di chiudersi.

Le prescrivo gentilezza,
da praticare ogni giorno
come una preghiera senza parole.
Perché non salva il mondo,
ma salva le persone.
Una alla volta.

La gentilezza quotidiana,
nei gesti piccoli,
nei toni bassi,
nelle mani che non stringono per vincere,
ma per non lasciare cadere.

Riduca il rumore:
le voci che urlano,
le opinioni che pesano,
le persone che chiedono forza
ma non offrono braccia.

Si avvicini a chi sa aspettare,
a chi non ha fretta di successi,
a chi resta anche quando cade il silenzio.

Correre stanca.
Ti fa credere che devi arrivare.
Camminare no.
Ti ricorda che sei già vivo.
Resti in cammino,
con quello che ha,
con quello che è,
senza chiedersi sempre
quanto manca.

E se un giorno
le sembrerà di non farcela,
non pensi di essere debole:
pensi di essere umano.

E quando sentirà che il mondo stringe
e lei con lui,
non si convinca di dover resistere da solo.

Nessuno guarisce isolandosi.

La cura non è diventare invincibili.
È non diventare cattivi.

Grazie dottore, allora arrivederci.
Arrivederci e buona fortuna,
perché mi creda:
ne avrà bisogno.

Se trattiamo preventivamente gli studenti come potenziali minacce e allo stesso tempo alleggeriamo gli adulti dalla resp...
26/01/2026

Se trattiamo preventivamente gli studenti come potenziali minacce e allo stesso tempo alleggeriamo gli adulti dalla responsabilità della relazione, la scuola smette di essere una comunità educativa e diventa uno spazio di sorveglianza.
La fiducia non è un optional: è una condizione di base che si costruisce giorno dopo giorno.
Tutto questo rimanda a una questione strutturale che non può essere elusa.
Le risposte emergenziali e i dispositivi di controllo riportano alla necessità di interventi educativi e formativi più solidi, capaci di agire prima che il disagio si trasformi in violenza.
Serve un ripensamento degli interventi di psicologia scolastica, ancora troppo frammentari, staccati dalla realtà del sistema scolastico e confinati all’emergenza.

🔎 Metal detector a scuola: sicurezza o illusione di controllo?

Dopo episodi di violenza che scuotono l’opinione pubblica, la risposta sembra spesso una sola: più controllo. Ma cosa succede quando la scuola, da spazio educativo, rischia di trasformarsi in un luogo di sorveglianza permanente?

Nell’articolo “Il controllo come risposta educativa: il metal detector a scuola”, Luana Morgilli propone una riflessione critica e necessaria:
👉 il controllo tecnologico non intercetta il disagio,
👉 non previene la violenza,
👉 e può minare il clima di fiducia su cui si fonda la comunità educativa.

🧠 La sicurezza non è solo assenza di pericolo, ma presenza di relazioni, ascolto, interventi educativi e psicologici strutturali.
Pensare di “mettere in sicurezza” una scuola senza investire su questi livelli rischia di essere una risposta rassicurante, ma inefficace.

📖 Leggi l’articolo completo su AltraPsicologia:
🔗 https://www.altrapsicologia.it/articoli/il-controllo-come-risposta-educativa-il-metal-detector-a-scuola/

Istruire significa trasmettere contenuti culturali per via intellettuale da una mente all’altra: dall’insegnante al disc...
24/01/2026

Istruire significa trasmettere contenuti culturali per via intellettuale da una mente all’altra: dall’insegnante al discepolo.

Educare significa curare la dimensione emotivo-sentimentale dei ragazzi aiutandoli a passare dalla pulsione all’emozione.

La mente non si apre se prima non si è aperto il cuore.

Oggi, 24 gennaio, si celebra la Giornata Internazionale dell’Educazione, un’occasione per riconoscere l’importanza del rapporto educativo come strumento di crescita personale, sviluppo sociale e benessere psicologico.

03/01/2026

C’è una frase che torna spesso, detta con tono pacato e apparentemente virtuoso: “Non voglio litigare.” A volte è vera. Altre volte è un paravento elegante per non entrare nel punto più scomodo di ogni relazione: il momento in cui si deve nominare un conflitto, reggere la tensione e riconoscere la propria parte.

Le persone che evitano il confronto raramente lo fanno “per cattiveria” in modo semplice. Più spesso lo fanno per proteggersi. Il problema è che, quando la protezione diventa un’abitudine, finisce per funzionare come una forma di potere: sposta il peso emotivo sull’altro, blocca la riparazione e lascia il torto in sospeso, intatto.

Immagina una scena comune: qualcuno ti ferisce, tu lo dici con chiarezza, e dall’altra parte arriva una chiusura soft. “Dai, non facciamola lunga.” “Non mi piace discutere.” “Se ne parliamo finiamo per litigare.” Il messaggio implicito è: il prezzo della verità è troppo alto, quindi la verità non si paga. E così l’errore non viene nominato, la responsabilità non viene assunta, la relazione resta con una crepa che non si vede ma si sente.

L’evitamento del confronto può avere molte radici. Alcune sono “umane” e comprensibili; altre sono strategie più opportunistiche. Spesso convivono.

Una prima radice è la paura della perdita: paura di essere rifiutati, giudicati, lasciati. Per chi ha un’idea fragile del legame, il conflitto non è un passaggio, è una minaccia. Non è “parliamone”, è “sto per perdere tutto”. In questa logica, evitare diventa una forma di sopravvivenza relazionale. Ma la sopravvivenza, quando governa, non è interessata alla giustizia: è interessata a spegnere l’allarme.

Poi c’è la vergogna. Riconoscere un torto non è solo dire “ho sbagliato”: è esporsi, ridimensionare l’immagine di sé, tollerare un abbassamento momentaneo dello status. Per alcune persone la vergogna è così intollerabile che viene evitata come si eviterebbe una scottatura. Si minimizza, si cambia argomento, si fa ironia, si passa al silenzio. Non è sempre calcolo: spesso è un’incapacità appresa di stare dentro emozioni complesse senza scappare.

C’è anche un fattore cognitivo: la dissonanza. Se una persona si percepisce come “corretta, buona, ragionevole”, l’idea di aver ferito qualcuno crea attrito interno. Per ridurre quell’attrito, la mente può scegliere scorciatoie: negare l’impatto, contestare la forma (“me lo stai dicendo male”), spostare l’attenzione sulle intenzioni (“io non volevo”), riscrivere i fatti. In questo modo non serve ammettere l’errore: basta dichiarare che l’errore non esiste.

Un’altra radice è familiare e culturale. Ci sono contesti in cui il conflitto non è mai stato un luogo di riparazione, ma solo di esplosione: urla, punizioni, giorni di gelo, alleanze, ricatti emotivi. Se è questo che una persona ha visto, è plausibile che associ “confronto” a “catastrofe”. Il punto però è che la competenza non nasce dal desiderio, nasce dall’allenamento: chi non ha mai imparato a discutere senza distruggere, spesso preferisce non discutere affatto.

Fin qui l’evitamento come difesa. Ma c’è anche l’evitamento come strategia.

Quando qualcuno usa “non voglio litigare” per evitare di riconoscere i propri torti, non sta soltanto proteggendosi: sta evitando un costo. Il costo è assumersi la responsabilità, riparare, cambiare comportamento, tollerare che l’altro abbia ragione su qualcosa. In questi casi la frase “pacificatrice” diventa una manovra: trasforma la richiesta di chiarezza in un atto aggressivo. Chi chiede un confronto viene dipinto come “drammatico”, “pesante”, “conflittuale”. Chi evita si assegna il ruolo del “maturo”. È un rovesciamento sottile: non si nega solo l’errore; si delegittima anche il diritto dell’altro di nominarlo.

Qui entra in gioco la dinamica di potere. L’evitamento può essere una forma di controllo: se non ne parliamo, resta la mia versione; se non chiarisco, non mi vincolo; se non ammetto, non devo cambiare. Il silenzio, la fuga, la minimizzazione diventano una porta che si chiude in faccia all’altro. Non è un litigio: è un’interruzione unilaterale della realtà condivisa.

Ci sono segnali che aiutano a distinguere l’evitamento “fragile” da quello “opportunistico”. Una persona fragile, quando si calma, di solito torna: magari goffa, magari lenta, ma disponibile a riparare. Una persona che evita per non riconoscere i torti tende a tornare solo quando il tema è evaporato. Può essere affettuosa, normale, persino brillante — purché non si chieda responsabilità. In pratica: la relazione è possibile, ma solo alle sue condizioni.

Che cosa si può fare, allora, quando si è dall’altra parte?

Prima di tutto, nominare la differenza tra lite e confronto. Litigare è attaccare, svalutare, alzare il volume. Confrontarsi è restare sul fatto, sull’impatto e sulla riparazione. Questa distinzione va detta con calma, perché toglie l’alibi semantico: “Non ti sto chiedendo di litigare. Ti sto chiedendo di affrontare un punto e prenderti la tua parte.”

Poi, fare richieste piccole e verificabili. Non “ammetti che hai sbagliato in generale”, ma “quando hai detto X davanti a Y, io mi sono sentita Z. Mi serve che tu riconosca questo e che la prossima volta tu faccia A invece di B.” Più la richiesta è concreta, meno spazio c’è per la nebbia.

Infine, mettere un confine sul non-confronto. Perché il rischio è che la persona evitante, senza malizia o con malizia, ti alleni a rinunciare: a ingoiare, a dubitare, a “non fare storie”. Un confine sobrio suona così: “Io posso parlare con rispetto. Ma non posso far finta di niente. Se non ne parliamo, per me cambia qualcosa nel modo in cui mi fido e mi espongo.” Non è una minaccia: è un dato.

Una nota più scomoda: a volte l’evitamento dell’altro attiva la nostra parte più insistente. Più l’altro scappa, più noi incalziamo; più incalziamo, più l’altro scappa. Spezzare questo circuito richiede disciplina emotiva: restare fermi, non inseguire, scegliere tempi e modi che non diventino una caccia. Ma la disciplina non deve trasformarsi in auto-censura: la pace che si ottiene al prezzo della verità non è pace, è ritiro.

Il punto centrale, in fondo, è semplice: il confronto non è un incidente della relazione. È uno dei modi in cui la relazione dimostra di essere reale. Questo non assolve chi cerca lo scontro a ogni costo, trasformando ogni pretesto in litigio. Ma chi evita sempre il confronto non sta evitando il litigio; spesso sta evitando la responsabilità. E quando manca, l’intimità non cresce: si limita a non fare rumore.

di Giulia Averaimo

Le sue parole non cercano consenso immediato, non puntano all’applauso rapido. Chiedono attenzione. E chi le ascolta sen...
02/01/2026

Le sue parole non cercano consenso immediato, non puntano all’applauso rapido. Chiedono attenzione. E chi le ascolta sente di dover rallentare.

La sua forza sta nell’aver attraversato il dolore senza trasformarlo in identità permanente. Non lo ha negato, non lo ha spettacolarizzato. Lo ha attraversato, lasciandogli il tempo necessario per diventare parte del paesaggio interiore. È un approccio raro, soprattutto in un mondo che chiede reazioni immediate e narrazioni pronte all’uso.

In fondo, il sospetto che resta è semplice e potente: quando un artista riesce a usare le parole in questo modo, forse è perché ha imparato prima a usarle con se stesso. E questo rende ogni verso non solo ascoltabile, ma abitabile.

NICCOLO' FABI - HO IMPARATO CHE LE PAROLE POSSONO STARE IN PIEDI DA SOLE

Mi sono imbattuto nelle sue parole quasi per caso, come altre volte era già successo. L’ho ascoltato parlare e ho sentito, ancora una volta, quanto sia rara la capacità di usare il linguaggio senza sprecarlo. Mi sono detto che mi basterebbe avere una minima parte della sua precisione, della sua misura, per riuscire a raccontare la stima che provo per l’uomo, prima ancora che per l’artista.

Ho visto una persona che ha attraversato un dolore di una portata devastante e non ha avuto fretta di uscirne. Si è concesso il tempo di piegarsi, di restare a terra, e poi di rialzarsi senza proclami. Ho riconosciuto in lui una forza che non ha mai avuto bisogno di mostrarsi rumorosa.

Non l’ho mai sentito banale, né compiacente. Non l’ho mai percepito impegnato a piacere a tutti i costi. Ho visto coerenza, profondità, una fedeltà ostinata a se stesso. Ho capito che certe parole funzionano perché nascono da un pensiero che non cerca scorciatoie.

Ho iniziato a sospettare sempre di più che le sue canzoni siano così belle perché chi le scrive è una persona profondamente bella. Non nel senso facile del termine, ma in quello più raro: una bellezza fatta di consapevolezza, di cicatrici accettate, di complessità non semplificate.

Quando parla di vita, di memoria, di ferite, non lo fa per spiegare, ma per condividere. Racconta l’infanzia, gli amori passati, i film preferiti, i traumi subiti, e li mette sullo stesso piano delle strutture mentali, dei doveri, delle cicatrici. Come se tutto fosse parte dello stesso viaggio. Come se la vita, con le sue complicazioni, fosse qualcosa da attraversare senza fingere leggerezza.

E ascoltandolo ho sentito che certe parole non servono a consolare, ma a tenere compagnia. E questo, forse, è il loro compito più alto.

LA RARITÀ DI CHI NON HA BISOGNO DI URLARE

In un tempo che premia la semplificazione, Niccolò Fabi rappresenta una forma di resistenza gentile. Non quella che alza muri o bandiere, ma quella che resta fedele alla complessità. Le sue parole non cercano consenso immediato, non puntano all’applauso rapido. Chiedono attenzione. E chi le ascolta sente di dover rallentare.

La sua forza sta nell’aver attraversato il dolore senza trasformarlo in identità permanente. Non lo ha negato, non lo ha spettacolarizzato. Lo ha attraversato, lasciandogli il tempo necessario per diventare parte del paesaggio interiore. È un approccio raro, soprattutto in un mondo che chiede reazioni immediate e narrazioni pronte all’uso.

C’è qualcosa di profondamente educativo nel suo modo di stare al mondo. Dimostra che si può essere profondi senza essere oscuri, sinceri senza essere esibizionisti, intensi senza essere drammatici. Dimostra che non serve piacere a tutti per essere ascoltati davvero.

Le sue canzoni funzionano perché non nascono dall’urgenza di dire qualcosa, ma dalla necessità. Parlano di cicatrici, di doveri, di strutture mentali, senza mai perdere di vista l’umanità che le tiene insieme. Raccontano una vita lunga, complicata, imperfetta, e proprio per questo credibile.

In fondo, il sospetto che resta è semplice e potente: quando un artista riesce a usare le parole in questo modo, forse è perché ha imparato prima a usarle con se stesso. E questo rende ogni verso non solo ascoltabile, ma abitabile.

La vita aspetta solo questo: che la nostra anima sia pronta a sentire.Che tu possa abbracciare ogni trasformazione senza...
01/01/2026

La vita aspetta solo questo: che la nostra anima sia pronta a sentire.
Che tu possa abbracciare ogni trasformazione senza mai perdere il coraggio di essere te stessə.

Felice Anno Nuovo ✨️🥂
Dott.ssa Stefania Spatola

✨️ Vi auguro tempo per le persone che amate, sorrisi larghi e aperti da donare agli sconosciuti.Vi auguro di riprendere ...
23/12/2025

✨️ Vi auguro tempo per le persone che amate,
sorrisi larghi e aperti da donare agli sconosciuti.
Vi auguro di riprendere contatto con la terra, con la bellezza, col gusto delle cose lente, fatte bene, condivise.
Per me Natale vorrebbe essere anche questo: trovare il tempo.
Lasciare andare i tanti, troppi stimoli che reclamano brandelli della nostra attenzione. E ricercare profondità negli sguardi, leggerezza nel bagaglio di (pre)occupazioni, tenerezza nelle azioni e nei gesti.
Provare, per quanto possibile, a essere una piccola oasi nel deserto della vita, per tutte le persone assetate di amore che incontreremo.

Buon Natale 🎄💫
Dott.ssa Stefania Spatola

“I luoghi hanno un’anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana”[J. Hillman]Via...
10/12/2025

“I luoghi hanno un’anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana”
[J. Hillman]

Viaggiare insegna a essere oltre
Viaggiate che sennò poi finite per credere
Che siete fatti solo per un panorama
E invece dentro di voi
Esistono paesaggi meravigliosi
Ancora da visitare.




Indirizzo

Via Pescara 2/A (Centro Direzionale Strinella 88)
L'Aquila
67100

Telefono

+393338888974

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Stefania Spatola Psicologa pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram