25/11/2025
Negli ultimi anni mi sono fatta l’idea che quello che definiamo patriarcato, ovvero una struttura patri- lineare della famiglia con un accentramento del potere maschile a livello sociale e istituzionale, non sia altro che un’estremizzazione – o, come direbbe James Hillmann, una “letteralizzazione”- di un archetipo maschile rigido, esaltato dalla forza e dal potere, che non ammette il turbamento delle emozioni e della sensibilità, attribuiti alla polarità archetipica del femminile.
Questo atteggiamento reca danno non soltanto alle donne, ma anche a tutti coloro che sono caratterizzati da forti attributi femminili o rinneghino palesemente quelli virili, come omosessuali, trans*, ma anche disabili: di questo parliamo con la dicitura “violenza di genere”.
Lo stesso maschile, in fondo, è mortificato da questa rigida spartizione dei ruoli di genere, perché non è libero di esperire i suoi lati più sensibili, non può permettersi di essere vulnerabile, di chiedere aiuto, di indossare altri “abiti”.
Il sistema patriarcale trova grande vantaggio nel controllo dei corpi, nella violenza e nell’imposizione di ruoli ben definiti al “maschio” e la “femmina”.
Il corpo della donna è sempre stato al centro del simbolismo del potere patriarcale, sembra essere una “terra di conquista” come lo sono quei luoghi e quei popoli che vengono colonizzati e privati della loro identità, della loro libertà.
Se guardassimo al femminile come ad una parte della Psiche collettiva, che è messa in Ombra, mentre il maschile è l’unica parte in luce, ci potremmo rendere conto di quanto la cultura e la violenza patriarcale sia il sintomo di una nevrosi collettiva, che rende rigida tutta la società, incapace di integrare e far comunicare le due polarità Anima e Animus, rendendo difficile se non impossibile l’opportunità di crescere come umanità.