Dott.ssa Lucia Guidi

Quando muore un nonno, il bambino perde una presenza concreta, non un’idea astratta.Per questo ha bisogno di parole vere...
14/02/2026

Quando muore un nonno, il bambino perde una presenza concreta, non un’idea astratta.
Per questo ha bisogno di parole vere.

Le principali indicazioni in ambito psicologico (APA, OMS) convergono su un punto: evitare metafore ambigue e spiegare la morte in modo semplice, chiaro, proporzionato all’età. Dire “è volato in cielo” può generare confusione o paure di abbandono. Dire “era molto malato e il suo corpo ha smesso di funzionare” aiuta invece a costruire una rappresentazione comprensibile e stabile.

Anche il funerale non è un tabù automatico. Se il bambino lo desidera e viene preparato con cura, partecipare può favorire l’elaborazione e la continuità del legame. Il dolore condiviso è meno spaventoso del silenzio.

Proteggere non significa nascondere.
Significa restare, spiegare, accompagnare.

Siamo disposti a tollerare la loro tristezza senza volerla cancellare in fretta?

Un tempo la morte abitava nelle case, tra il cortile dove si seguiva il ciclo degli animali e la camera dove l'anziano spirava circondato dai parenti. Oggi è un fantasma rimosso, un...

La sincerità dell’analista è l’unico antidoto alla sfiducia del paziente. Se commetto un errore di giudizio o di sensibi...
24/01/2026

La sincerità dell’analista è l’unico antidoto alla sfiducia del paziente. Se commetto un errore di giudizio o di sensibilità, ammetterlo onestamente può fare di più per la cura di anni di interpretazioni corrette.”

Sandor Ferenczi
Diario Clinico (1932).





Stress e ansia possono apparire molto simili perché condividono gran parte dei sintomi:difficoltà a dormire, stanchezza ...
17/01/2026

Stress e ansia possono apparire molto simili perché condividono gran parte dei sintomi:
difficoltà a dormire, stanchezza persistente, irritabilità, tensione muscolare, difficoltà di concentrazione, senso di allarme costante.

A volte anche disturbi gastrointestinali, dolore diffuso, respiro corto, agitazione.
Chi li vive dice spesso: “sono sempre in tensione”, “non riesco a spegnermi”.

La differenza, però, non è ciò che senti, ma perché lo senti e per quanto tempo.

É quindi corretto parlare di un “continuum clinico” tra stress e ansia. Ed è anche ciò che osserviamo più spesso nella pratica.

All’inizio c’è lo stress fisiologico.
È una risposta adattiva a richieste esterne: una scadenza, un carico di responsabilità, una relazione difficile, una malattia. Il sistema si attiva per far fronte alla situazione, mobilita risorse e, se le condizioni lo permettono, torna alla linea di base. Qui lo stress è faticoso, ma funzionale.

Quando però lo stress diventa cronico, imprevedibile o senza spazi di recupero, qualcosa cambia.
Il corpo resta in allerta troppo a lungo, la soglia di attivazione si abbassa, il recupero si riduce. Compaiono sintomi persistenti. Siamo ancora nell’area dello stress, ma le risorse iniziano a consumarsi.

Se questa condizione persiste, può verificarsi uno slittamento.
L’attivazione non è più solo una risposta a ciò che accade fuori. Diventa interna, autonoma. Il corpo non distingue più tra pericolo reale e potenziale. È qui che entriamo nell’area dell’ansia.

In questo punto del continuum, non cambia solo il contenuto delle preoccupazioni, ma l’organizzazione del sistema:
ipervigilanza costante, difficoltà a rilassarsi, preoccupazioni pervasive, sintomi somatici che persistono anche “a vuoto”.

Dal punto di vista psicodinamico, lo stress segnala che l’Io sta ancora mediando tra richieste esterne e risorse interne. Quando però lo stress è prolungato, questa funzione si affatica: aumentano controllo, iper-adattamento, rigidità. Il corpo inizia a parlare dove la mente è impegnata a reggere.

Lo slittamento verso l’ansia avviene quando l’Io non riesce più a contenere e simbolizzare l’attivazione. L’ansia persistente segnala una perdita di sicurezza interna: ciò che non può essere pensato viene vissuto come allarme continuo. L’ipervigilanza diventa un tentativo di compensazione.

Clinicamente, il discrimine non è l’etichetta diagnostica, ma la reversibilità:
– lo stato si spegne quando lo stimolo cala?
– il corpo recupera spontaneamente?
– c’è ancora flessibilità?

Quando la risposta non si spegne più, il continuum ha superato una soglia critica. Ed è proprio lì che l’intervento precoce fa la differenza.

Non tutto ciò che pesa è “normale da sopportare”.
E non tutto ciò che allarma è già una patologia.

A volte il punto non è resistere di più, ma fermarsi prima che il corpo resti l’unico a parlare.
Ed è lì che prendersi cura di sé diventa un atto di lucidità, non di debolezza.

“L’obiettivo principale dell’educazione è creare uomini che siano in grado di  fare nuove cose, non semplicemente di rip...
14/01/2026

“L’obiettivo principale dell’educazione è creare uomini che siano in grado di fare nuove cose, non semplicemente di ripetere ciò che le altre generazioni hanno fatto”

J. Piaget “To Understand Is to Invent” (1973).

L’educazione non nasce per produrre conformità.
Nasce per rendere possibile il pensiero.

Piaget ci ricorda che crescere non significa replicare modelli già dati,
ma sviluppare la capacità di costruire risposte nuove,
di adattarsi in modo creativo,
di pensare oltre ciò che è già stato pensato.

Quando l’educazione si limita alla ripetizione, otteniamo obbedienza.
Quando sostiene l’esplorazione, otteniamo progresso e creatività: vita

È una distinzione che vale a scuola,
ma anche nella genitorialità,
nella clinica,
nelle istituzioni.

Educare non è trasmettere certezze.
È tollerare l’incertezza mentre qualcuno impara a pensare con la propria testa.





BURNOUT NEI CONTESTI SANITARIQuando il sistema si regge sull’iper-adattamentoNei contesti sociosanitari ad alta compless...
10/01/2026

BURNOUT NEI CONTESTI SANITARI

Quando il sistema si regge sull’iper-adattamento

Nei contesti sociosanitari ad alta complessità, il funzionamento quotidiano dei servizi non è garantito solo da ruoli formalmente definiti, protocolli e assetti organizzativi. Spesso, ciò che permette al sistema di reggere è un equilibrio implicito costruito nel tempo all’interno dei gruppi di lavoro.

In molti servizi, una parte rilevante del carico – in particolare quello emotivo, relazionale e di tenuta – viene assorbita informalmente da alcuni operatori. Non perché previsto, ma perché necessario. Non per scelta individuale, ma come risposta a vuoti strutturali: ruoli poco chiari, target non condivisi, procedure incomplete o assenti, funzioni non sostituibili a livello operativo.

Questa distribuzione tacita del carico non è un effetto collaterale: è una modalità di funzionamento del sistema. Consente all’organizzazione di continuare a operare anche quando non dispone delle condizioni minime di sostenibilità. La tenuta non è garantita dalla struttura, ma dalla disponibilità psichica e relazionale di alcune persone.

La funzione compensativa dei gruppi
Nei gruppi di lavoro, questa modalità produce un assetto relativamente stabile. Alcuni membri diventano, di fatto, portatori di funzioni che eccedono il mandato formale: tengono insieme, assorbono tensioni, colmano vuoti decisionali, garantiscono continuità laddove l’organizzazione non riesce a farlo.

Il gruppo si organizza intorno a questa soluzione. Finché funziona, non viene interrogata. Anzi, viene spesso valorizzata come “dedizione”, “spirito di servizio”, “senso di responsabilità”. In realtà, si tratta di una compensazione strutturale: il sistema regge perché qualcuno regge per tutti.

Il problema emerge quando questa modalità viene interrotta.

Il limite come elemento perturbante
Quando un operatore prova a ridefinire il proprio perimetro, a rimettere un limite, non introduce semplicemente una variazione individuale. Interrompe una funzione su cui il gruppo e l’organizzazione hanno fatto affidamento.

Il limite, in questi contesti, non è problematico per ciò che nega, ma per ciò che rende visibile. Fa emergere la sproporzione tra richieste e risorse, tra mandato esplicito e mandato implicito, tra ciò che il sistema chiede e ciò che è realmente in grado di sostenere.

È per questo che il limite viene spesso vissuto come una minaccia. Non come un atto regolativo, ma come un elemento perturbante che mette in crisi l’equilibrio implicito del gruppo.

Le reazioni difensive del sistema
Quando il limite non è pensabile a livello gruppale e istituzionale, il sistema tende a difendersi. Le reazioni sono relativamente costanti:

– il soggetto che pone il confine viene letto come rigido o poco collaborativo;
– viene percepito come meno coinvolto o meno affidabile;
– può essere progressivamente isolato sul piano relazionale;
– diventa, implicitamente, il responsabile delle difficoltà che emergono.

In questo modo, la tensione viene spostata dalla struttura alla persona. Il problema non è più il funzionamento del sistema, ma il comportamento del singolo. Il gruppo tenta così di ripristinare l’equilibrio precedente, evitando una riorganizzazione più profonda.

L’insostituibilità come indicatore critico
Queste dinamiche si intensificano nei contesti in cui alcune funzioni non sono sostituibili a livello procedurale. Quando un ruolo non è formalizzato, quando non esistono procedure condivise che ne permettano la distribuzione, la funzione coincide con la persona che la incarna.

In questi assetti, il limite non può essere accolto perché il sistema non ha alternative. La continuità del servizio dipende dalla tenuta di quella specifica persona. La richiesta implicita non è più “fai il tuo lavoro”, ma “continua a reggere”.

Qui il problema non è la mancanza di buona volontà, ma una falla strutturale: il sistema funziona perché qualcuno è diventato insostituibile.

Burnout come segnale del campo
Quando la ridefinizione dei confini non è possibile nei gruppi e nelle istituzioni, il sistema trova un’altra via per fermarsi. Il burnout diventa così una soluzione silenziosa: accettabile, individualizzata, non interrogante.

Il corpo e la psiche si incaricano di porre un limite là dove il sistema non riesce a farlo. In questo senso, il burnout non è solo un esito individuale, ma un segnale del campo. Indica che il funzionamento complessivo non è più sostenibile, ma che questa insostenibilità non può essere affrontata a livello organizzativo.

Intervenire sui sistemi, non sui singoli
Da questa prospettiva, il lavoro clinico nei contesti sociosanitari non può limitarsi al rafforzamento delle risorse individuali o alla gestione dello stress. Intervenire significa lavorare sui gruppi e sulle istituzioni come unità di funzionamento.

Significa rendere pensabile ciò che è rimasto implicito:
– rendere visibili le funzioni di tenuta;
– redistribuirle;
– restituire confini simbolici ai ruoli;
– costruire condizioni di sostituibilità;
– permettere al limite di esistere senza essere vissuto come una minaccia al legame.

Un’organizzazione che funziona solo se qualcuno si consuma non è resiliente.
È fragile, anche se non lo sa.

Lucia Guidi
Note cliniche - gennaio 2026

D’altra parte è possibile prevedere che un giorno o l’altro la coscienza della società si desti e rammenti agli uomini c...
07/01/2026

D’altra parte è possibile prevedere che un giorno o l’altro la coscienza della società si desti e rammenti agli uomini che il povero ha diritto all’assistenza psicologica
né più né meno come ha diritto già ora all’intervento che gli salverà la vita; e che le nevrosi minacciano la salute pubblica non meno della tubercolosi e, al pari di questa, non possono essere lasciate all’impotente sollecitudine dei singoli.

Freud, 1918

Nelle culture agricole, bruciare le sterpaglie è un atto di preparazione: si restituisce alla terra ciò che è secco perc...
06/01/2026

Nelle culture agricole, bruciare le sterpaglie è un atto di preparazione: si restituisce alla terra ciò che è secco perché nuova vita possa trovare spazio.

Da secoli, in tantissime culture si dà ancora oggi fuoco alla “vecchia”: non per eliminarla, ma per trasformarla.
Il fuoco non cancella la vita: scioglie ciò che ha già fatto il suo tempo e lascia spazio al nuovo.

L’Epifania, letteralmente ‘manifestazione’, custodisce lo stesso movimento.
Per il Cristianesimo è Gesù che si rivela ai Magi e al mondo: una luce che non cancella il buio, ma lo attraversa per svelarne il senso. È la rivelazione di una salvezza che si offre a tutti, senza esclusioni, per una nuova rinascita.

Come si concilia la Befana con tutto questo?

Una leggenda popolare nata nel medioevo racconta di una donna anziana che, chiamata a mettersi in cammino verso Gesù, esita. Resta indietro. Quando decide di muoversi é ormai troppo tardi.
Non può tornare indietro, non può cambiare il passato. Il tempo scorre ineluttabile come il susseguirsi delle stagioni.

Rallenta..ma non resta ferma. Parte e continua a cercarlo, e nel suo cammino porta con sé dei doni e li lascia ai bambini che incontra.
Non per compensare l’errore, non per cancellare ciò che è mancato, ma per non restare prigioniera di quel mancato inizio trova una nuova identità.

Religioso o laico, questo tempo celebra una cosa essenziale: quando tutto sembra perduto la vita é pronta comunque riprendere se non si resta ancorati a ciò che é stato ma lo si trasforma.

In psicoanalisi questa si chiama riparazione: non aggiustare il passato, ma trasformare il modo di stare con esso perché non diventi paralisi.

La Befana, l’Epifania e la natura stessa ci ricordano che non serve essere impeccabili per meritare una nuova occasione di rinascita, basta saper trasformare ciò che stato in qualcosa che ci permetta di darci una nuova forma, una nuova occasione.

La rotta si aggiusta solo camminando.

Se sappiamo dare un nuovo senso a ciò che è accaduto scopriamo spesso che sono proprio le deviazioni a generare le traiettorie più autentiche

Buona Epifania a tutti.

Sentire il disagio perché differenti non significa sempre essere fuori luogo. A volte è un segnale e non va zittito in f...
04/01/2026

Sentire il disagio perché differenti non significa sempre essere fuori luogo.

A volte è un segnale e non va zittito in fretta.
Va ascoltato, compreso, messo in relazione.

La domanda allora non è “Perché non riesco ad adattarmi?” ma
“A che cosa mi sto adattando? A quale prezzo”





Non è patologico fermarsi.È patologico non potersi più muovere.La salute mentale è capacità di adattamento, non iperatti...
03/01/2026

Non è patologico fermarsi.
È patologico non potersi più muovere.
La salute mentale è capacità di adattamento, non iperattività.

Abbiamo imparato a pensare che stare bene significhi essere sempre attivi, motivati, pronti. Ma questo modello non nasce dalla psicologia né dalla biologia. È culturale. La ricerca mostra che il funzionamento umano è ritmico, non lineare. Non seguiamo solo ritmi circadiani, ma cicli più lunghi, stagionali, in cui cambiano energia, iniziativa, capacità di investimento. Anche nelle persone sane il cervello modifica il proprio assetto, riduce l’esplorazione, conserva risorse. Questo non è un blocco: è adattamento.

Il problema nasce quando ogni rallentamento viene letto come patologia. Ma c’è una differenza fondamentale che vale la pena chiarire. Nella quiescenza fisiologica il rallentamento protegge e prepara. Nel freezing il sistema si ferma perché non percepisce sicurezza. Nella depressione, invece, qualcosa cambia qualitativamente: non è solo meno energia, è la perdita di accesso al senso. Il futuro non chiama, ciò che prima aveva valore non lo ha più, l’idea di tornare a muoversi non appare possibile. Non è una fase che “passa da sola” seguendo il ciclo, perché il ciclo stesso si è irrigidito.

Riconoscerlo non significa etichettarsi, ma smettere di colpevolizzarsi. Perché se il rallentamento fisiologico ha bisogno di rispetto e tempo, la depressione ha bisogno di cura, relazione, trattamento. Forzare l’attivazione in entrambi i casi non aiuta: consuma. La salute mentale non è spingere sempre, ma saper distinguere ciò che sta accadendo al proprio sistema e rispondere in modo adeguato.

Non velocità.
Capacità di adattamento, e quando serve, capacità di chiedere aiuto.

Da anni circola una semplificazione:“Uno studio di Harvard dimostra che far fare le pulizie ai bambini li rende adulti d...
01/01/2026

Da anni circola una semplificazione:
“Uno studio di Harvard dimostra che far fare le pulizie ai bambini li rende adulti di successo”.

È una frase efficace.
Ed è anche falsa, se presa alla lettera.

Il riferimento corretto è il Harvard Study of Adult Development, una delle ricerche longitudinali più lunghe e solide mai condotte sullo sviluppo umano.
Ma quello che emerge non riguarda le pulizie. Riguarda l’esperienza soggettiva della responsabilità.

I bambini a cui vengono affidati piccoli compiti reali, adeguati all’età, non crescono “più bravi”.
Crescono con qualcosa di più profondo:
la sensazione di contare per qualcuno.

Fare qualcosa per la casa non serve a insegnare l’ordine.
Serve a interiorizzare un messaggio implicito:
“Mi fido di te. Il tuo contributo è utile. Non sei solo da accudire.”

Dal punto di vista psicologico, questo costruisce:
– senso di autoefficacia
– continuità del Sé nel tempo
– capacità di stare nelle relazioni senza sentirsi inutili o inadeguati
– tolleranza alla frustrazione e ai limiti

È qui che, nel lungo periodo, si gioca la differenza.
Non nel successo inteso come performance,
ma nella capacità di abitare il lavoro, i legami, le responsabilità della vita adulta senza collassare o ritirarsi.

Attenzione però:
responsabilizzare non significa caricare.
Non è chiedere a un bambino di “fare l’adulto”.
È coinvolgerlo senza umiliarlo, senza sostituirsi a lui, senza premiarlo per esistere.

In altre parole:
non crescono adulti competenti quelli che hanno fatto le pulizie.
Crescono adulti più solidi quelli che, da piccoli, non sono stati trattati come spettatori della propria vita.

E questo non ha nulla di banale.





Tantissimi auguri per un nuovo inizio…💫✨E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.Non è quella c...
30/12/2025

Tantissimi auguri per un nuovo inizio…💫✨

E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.
Non è quella che si insegue a vent’anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi…
La felicità non è quella che affannosamente si insegue credendo che l’amore sia tutto o niente,…
non è quella delle emozioni forti che fanno il “botto” e che esplodono fuori con tuoni spettacolari…,
la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.
Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose….
…e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.

E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall’inverno, e che sederti a leggere all’ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.
E impari che l’amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze.
E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami…
E impari che c’è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c’è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.
E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c’è nel cuore un piccolo-grande
Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità

“Non c’è limite alla felicità di chi non pone condizioni alla propria libertà.”

Richard Bach

Sarebbe bello poter pensare che, in queste feste,tutti possano permettersi di essere felici.Purtroppo non è così.E come ...
24/12/2025

Sarebbe bello poter pensare che, in queste feste,
tutti possano permettersi di essere felici.
Purtroppo non è così.

E come non è giusto imporre serenità a chi è triste,
allo stesso modo non è giusto negarla
a chi, finalmente, si sente felice.

Questo tempo non chiede di provare tutti le stesse cose.
Chiede rispetto per i tempi e i vissuti di ciascuno.

Ognuno dovrebbe potersi sentire libero
di riconoscere di cosa ha bisogno,
di chiedere, di desiderare, di sperare.
Di protendersi verso il futuro
in ciò che lo fa stare bene
o che, almeno, lo fa stare un po’ meglio.

Questo è il senso del tempo di festa e di pausa:
un’occasione di riflessione su di sé,
senza forzature.

Di stare con gli altri
o di prendersi spazio.
Di condividere
o di proteggersi.

Le feste non sono una prova da superare,
ma un tempo in cui ascoltarsi di più.

Che questi giorni possano essere gentili,
qualunque forma prendano.

Buone Feste

Indirizzo

Via Luigi Cibrario 25, Borgo Maggiore
San Marino Città
47893

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00

Telefono

+393355298648

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Curriculum vitae


  • Studio di psicoterapia ad orientamento psicodinamico - relazionale.

  • Sostegno psicologico individuale e famigliare, trattamento di ansia, depressione, problemi relazionali.

  • Supporto genitoriale, alla maternità e in patologie croniche e/o invalidanti.

  • Psicoterapia individuale indirizzata ad adulti ed adolescenti.